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Ecuador: prossimo orizzonte di svolta democratica in America Latina?

Aggiornato il: nov 16

di Isabella Bourlot

1. Introduzione


Il 7 febbraio 2021 l’Ecuador andrà alle urne per eleggere i nuovi membri del Parlamento e scegliere chi guiderà il Paese fino al 2025. Vanno analizzati due macro-fattori nella scenario attuale per poter immaginare cosa accadrà. Da un lato la situazione interna, che dall’autunno 2019 è stata caratterizzata da forti proteste popolari. Dall'altro, un livello di analisi regionale ci porta a dover considerare le tendenze in atto nei Paesi fisicamente e ideologicamente vicini.


L’Ecuador è tra i Paesi dell’America Latina di cui si sente parlare meno. Raramente attraversa l’Oceano Atlantico e arriva sui canali d’informazione europei. O almeno così è stato fino al 2019. Nell’ultimo anno l’Ecuador è tornato a far parlare di sé, e prima che si richiuda il sipario mediatico è bene ripercorrere ciò che è successo recentemente nella sua storia politica e sociale, per poi addentrarsi a capire quale potrà essere il futuro di questo Paese che si trova a meno di cento giorni dalle elezioni.


2. Rafael Correa e il socialismo del XXI secolo


Per capire la ragione delle proteste del 2019 e, in generale, ciò che è successo negli ultimi anni, serve partire dalla figura chiave della politica ecuadoriana del 21esimo secolo: Rafael Correa. Presidente dal 2007 al 2017, Correa è stato il fondatore del Movimento Alleanza PAIS - Patria Orgogliosa e Sovrana (in spagnolo Movimiento Alianza PAIS - Patria Altiva i Soberana). Il suo governo ha segnato un deciso cambio di rotta rispetto agli anni precedenti: gli ultimi anni ’90 e i primi anni del 2000 erano stati caratterizzati da forte instabilità politica, vedendo l’alternarsi di otto presidenti in circa dieci anni, di fronte a sforzi vani di uscire dalla forte crisi economico-finanziaria che stava affrontando il Paese. Una decisione radicale presa dal Presidente di allora, Mahuad, fu quella di rinunciare alla sovranità monetaria nel tentativo di ritrovare stabilità economica. Così, il 1° gennaio del 2000 entrò in vigore la dollarizzazione del sucre (valuta locale), che causò enormi proteste e portò il presidente a destituirsi, ma che dopo vent’anni rimane in vigore.


L’arrivo alla presidenza di Correa coincise con il periodo di “svolta a sinistra” della regione, caratterizzato dalla volontà di integrazione delle economie latino-americane e di sostegno agli strati sociali meno abbienti, nonché dalla critica verso il neoliberismo del passato e verso l’accordo di libero commercio con gli Stati Uniti. Insieme al caso estremo del Venezuela di Chavez e Maduro, alla Bolivia di Evo Morales, all’Argentina di Kirchner e al Nicaragua di Ortega, Correa fu fautore del Socialismo del XXI secolo. Questa definizione, coniata dal sociologo Heinz Dieterich nel 1996 e resa celebre da Hugo Chávez, serviva per distinguerlo dal “socialismo reale” del XX secolo nell’Unione Sovietica ed in Europa dell’Est. Questa nuova ideologia doveva avere la missione di combinare il socialismo con la democrazia diretta [1]. Seguendo l’onda del Socialismo del XXI secolo, Correa si impegnò a portare avanti quella che egli stesso definì la Revolución Ciudadana – Rivoluzione Cittadina. Gli anni tra il 2006 e il 2016 furono caratterizzati da crescita economica, nonostante gli shock esogeni come la crisi del 2007: il PIL crebbe dell’1,5% l’anno contro lo 0,6% dei venticinque anni precedenti; le disuguaglianze sociali, misurate dal coefficiente di Gini che va da 0 a 1, si ridussero da 0,55 a 0,47; il governo raddoppiò la spesa sociale e pubblica, investendo in educazione, salute e sviluppo urbano; l’occupazione aumentò e il tasso di povertà si ridusse del 38% [2]. Sicuramente tale periodo fu favorito dall’aumento del prezzo del petrolio di cui l’Ecuador è sempre stato grande esportatore, ma è innegabile che il governo Correa abbia portato un’ondata di stabilità senza precedenti nella recente storia del Paese, per lo meno fino al 2014.

3. Tendenze autoritarie e contraddizioni di Correa


L’Ecuador, come quasi tutti gli Stati dell’America Latina, è una Repubblica presidenziale. E come molto spesso accade in questa regione, si devono fare i conti con il rischio di svolte autoritarie, indipendentemente dall’ideologia politica. Già nel 1819, nel suo celebre discorso di Angostura, Simón Bolívar parlando del pericolo di governi troppo lunghi disse: “La continuazione dell’autorità in uno stesso individuo frequentemente è stata la fine dei governi democratici. Le ripetute elezioni sono essenziali nei sistemi popolari, perché nulla è tanto pericoloso come lasciar permanere a lungo tempo il potere in uno stesso cittadino. Il popolo si abitua a obbedirgli e lui si abitua a comandarlo, da cui ha origine l’usurpazione e la tirannia.” [3]

Tipico dell’America Latina è proprio il vizio di alcuni presidenti di ricercare la rielezione: quanti referendum per abolire i limiti di mandati presidenziali sono stati fatti negli ultimi tempi? Innumerevoli, da Evo Morales in Bolivia, al Venezuela di Chavez. C’è stato chi, come Evo Morales, dopo il tentativo fallito di modificare il limite dei mandati stabiliti dalla Costituzione attraverso un referendum popolare, ha fatto ricorso riuscendo ad annullare il risultato contro il suo stesso popolo, trascinando il paese in una crisi politica. Quello di Correa non è stato un caso così estremo ma ad ogni modo non si può dire che il suo governo sia stato esente da risvolti autoritari o antidemocratici: l’anno seguente al suo insediamento cambiò la Costituzione, riscrivendola con forte accento presidenzialista al fine di assicurare una maggiore stabilità politica del Paese [4].


Uno dei cambiamenti apportati fu prevedere la possibilità di rielezione immediata, mettendo fine al criterio dell’alternanza. Nonostante nel 2015 abbia anche cercato di abolire il limite di due mandati per la presidenza, nel 2016 Correa scelse di evitare una forzatura costituzionale sul modello boliviano. Rinunciando al quarto mandato consecutivo, Correa scelse di uscire di scena proprio quando la situazione economica iniziava ad essere svantaggiosa: dal 2014, infatti, i prezzi delle materie prime cominciarono a cadere e l’economia ne risentì subito [5]. Così, al calare dei consensi, Correa decise di lanciare nella gabbia dei leoni il suo erede Lenín Moreno, il quale a posteriori avrebbe detto: “Il presidente precedente si indebitò all’ultimo momento per lasciare la sensazione di consegnarmi un’opera monumentale. In questo momento sto pensando che mi lasciò le cose così perché io fallissi e potesse diventare il principale oppositore del Governo” [6].


Come sottolinea l’esperto di America Latina Diego Battistessa [7], oltre alla contraddizione di Correa nel voler modificare due volte una Costituzione che lui stesso aveva definito tra le più garantiste, l’ex presidente perse consensi per un’altra ragione: tra i suoi punti chiave vi era la difesa della riserva naturale dello Yasuni, in Amazzonia, contro le trivellazioni delle multinazionali del petrolio, ma presto cambiò direzione, cercando di convincere il suo popolo che il petrolio avrebbe alimentato la Rivoluzione cittadina.


4. L’inversione di rotta di Lenín Moreno


Delfino di Rafael Correa, nonché suo vicepresidente dal 2007 al 2013, Moreno appare un leader meno carismatico ma più aperto al dialogo tra le diverse parti rispetto a Correa [8]. Nonostante il presidente uscente lo avesse definito come colui che avrebbe continuato la sua Rivoluzione cittadina nel nome del socialismo del XXI secolo, ben presto emersero le discrepanze politiche tra i due.

Moreno si avvicinò al CONAIE, la Confederazione delle Nazionalità Indigene dell’Ecuador, l’organo di rappresentanza indigena più importante del Paese, con cui Correa aveva sempre avuto un approccio conflittuale a causa dei disaccordi sulle politiche di attività mineraria e di redistribuzione di acqua e terra portate avanti dal suo governo [9]. L’inversione di rotta continuò con l’uscita dell’Ecuador dall’ALBA, l’Alleanza Bolivariana per le Americhe, e dall’UNASUR, l’Unione delle Nazioni Sudamericane, con conseguente deterioramento delle relazioni con Venezuela, Cuba e Bolivia. Una volta presidente, Moreno ritirò anche l’asilo a Julian Assange, fondatore di Wikileaks e rifugiato nell’ambasciata dell’Ecuador a Londra, a rischio di estradizione negli Stati Uniti.


Quella di Moreno sembrò una risposta politica a ciò che era stata a sua volta un’azione politica: per Correa difendere Assange significava opporsi al neoliberismo statunitense, dimostrando così di non temere le grandi potenze e multinazionali in nome della difesa della libertà [10]. Dopo una lunga serie di episodi che contribuirono a rovinare i rapporti tra Correa e il suo successore, come il riavvicinamento agli Stati Uniti e al Fondo Monetario Internazionale (FMI), questa mossa drastica di dietrofront sulla questione Assange portò Correa a definire Moreno come “il più grande traditore della storia ecuadoriana e latinoamericana” [11].

5. Lo scoppio delle proteste dell’ottobre 2019


Lenín Moreno era e rimane una figura piuttosto controversa nel panorama politico ecuadoriano: sicuramente salito al governo in un momento difficile per l’economia interna, non è stato però capace di risollevarla, né di capire le necessità del suo popolo, portando avanti riforme senza una linea politica chiara. Candidato nel 2017 con Alleanza PAIS, vinse le elezioni con il 51% dei voti contro il candidato di destra Guillermo Lasso [12], fino a raggiungere nello stesso anno un consenso del 77%, che si ridusse al 26% a maggio 2019 e all’8% nell’ottobre 2019 [13]. Proprio in quel periodo l’Ecuador è stato teatro di violente proteste popolari, manifestazioni del disagio sociale della maggioranza dei cittadini. La causa scatenante dei moti fu l’approvazione il 2 ottobre 2019 del decreto 883, che prevedeva il taglio dei sussidi statali ai combustibili: la benzina “extra”, la più utilizzata in Ecuador, passava così da 1,85 a 2,39 dollari al gallone. L’immediata conseguenza fu l’impennata dei prezzi del trasporto pubblico, che rischiava di diventare inaccessibile a gran parte della popolazione [14].


Dal 3 ottobre Quito è stata invasa da proteste partite da tassisti e autotrasportatori, a cui ben presto si sono aggiunti studenti e, soprattutto, gruppi delle comunità indigene. Sono proprio loro, gli indigeni, i veri protagonisti delle proteste: riuniti nella Confederación de Nacionalidades Indígenas del Ecuador (CONAIE), negli ultimi decenni sono stati attori e attivisti chiave nella politica del Paese, incarnando quella che può essere definita la vera “resistenza ecuadoriana”.

Secondo l’antropologa Gabriela Eljuri, questo attivismo nasce dal fatto che la storia del popolo indigeno è fatta di resistenza da 500 anni e il loro sentimento di coesione e comunità è molto forte, molto diverso dal pensiero più individualista e competitivo della società occidentale [15]. La strategia si è ripetuta negli anni: per protestare gli indigeni partono dalle loro comunità e marciano verso Quito, fino ad arrivare a bloccare le principali vie della capitale. È ciò che è successo appena approvato il decreto 883. Il governo ha dichiarato lo stato di emergenza della durata di due mesi, ha imposto un coprifuoco in alcune aree del centro della capitale e ha deciso di spostare il governo da Quito alla città costiera di Guayaquil [16]. Dopo un primo momento di pugno duro, il Presidente ha incontrato i rappresentati del CONAIE e ritirato le condizioni del decreto 883, che però era solo una delle riforme economiche necessarie per poter accedere al programma di prestiti, detto “paquetazo”, del FMI, per un totale di 4,2 miliardi di dollari [17].

Non c’è stato tempo per un periodo di quiete, perché dopo pochi mesi l’America Latina è stata colpita duramente dalla pandemia di covid-19, di cui l’Ecuador – e in particolare la città di Guayaquil – è stato considerato ad aprile come epicentro. Misure di austerità per fronteggiare l’emergenza sanitaria ed evitare il collasso dell’economia ecuadoriana non si sono fatte attendere: un taglio di 4 miliardi di dollari alla spesa pubblica (di cui 98 milioni all’università), riduzioni di orario e stipendio ai dipendenti pubblici e liquidazione di alcune imprese statali, oltre ad un altro tentativo di liberalizzare il prezzo dei carburanti eliminando nuovamente i sussidi statali [18]. Proteste e tensioni sono ripartite anche in piena pandemia. Del resto, come affermato da Olga Sarrado, portavoce per il Venezuela dell’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (UNHCR), per le popolazioni che dipendono dal guadagno di ogni singolo giorno stare a casa non è un’opzione [19], soprattutto in Paesi come l’Ecuador in cui il 56% delle persone lavora nel settore informale.


6. Le elezioni di febbraio 2021


Ottobre 2020 è stato dichiarato dal CONAIE il primo “Octubre rebelde”, ottobre ribelle in spagnolo, al fine di non dimenticare ciò che è successo nell’autunno precedente, perché la lotta per la democrazia e la giustizia è ancora lunga. Un aspetto che potrebbe portare un cambiamento, e quindi rinnovare la fiducia del popolo, risiede nel fatto che né Moreno né Correa concorreranno più alla guida dell’Ecuador: Moreno, perso quasi totalmente l’appoggio popolare, non rinnoverà la sua candidatura; Correa, in esilio in Belgio e di recente condannato a otto anni di reclusione per corruzione, in seguito all’inchiesta “Sobornos 2012-2016”, per aver accettato tangenti in cambio di concessioni di contratti pubblici e non potrà candidarsi alla vice-presidenza, come aveva pianificato di fare quando gli era stato vietato di ricoprire la carica più elevata.


Questo, però, non impedirà al correismo di tornare: infatti, la vittoria in Bolivia del MAS – Movimento Al Socialismo – di Evo Morales, potrebbe fornire un indizio su un possibile scenario delle elezioni ecuadoriane. I sostenitori di Correa sono ancora tanti e, dopo gli anni difficili e di scontento generale del governo Moreno, potrebbero auspicare un ritorno al periodo prospero del leader della Rivoluzione cittadina.


Mai come quest’anno le elezioni presidenziali e legislative sono caratterizzate da un numero altissimo di candidati: al momento sono una quindicina le iscrizioni in mano al Consiglio Nazionale Elettorale (CNE), ma di questi solo pochi candidati hanno possibilità di vittoria e, probabilmente, alcune candidature verranno ritirate in corso d’opera per compattare i fronti [20]. I nomi più in vista sono: Andrés Arauz, ex-presidente della banca centrale, e il suo candidato alla vicepresidenza, Carlos Rabascall, giornalista e imprenditore - Arauz e Rabascall correranno per Unión por la Esperanza (UNES), al quale fanno riferimento i simpatizzanti del correismo; Guillermo Lasso, principale candidato di centrodestra con l’alleanza tra il movimento CREO e il Partido Social Cristiano, sconfitto in passato sia da Correa sia poi da Moreno; Gustavo Larrea, già ministro di Correa e vicino a Moreno, e l’ex presidente Lucio Gutierrez. Anche Alianza PAIS, che ha preso le distanze da Moreno, presenterà un suo candidato. Altro partito da segnalare è Pachakutik, a cui fa riferimento il movimento indigeno che un anno fa fu protagonista delle proteste nel Paese [21].

7. Conclusioni


Dal 2019 non solo l’Ecuador ma anche Paesi come Colombia, Bolivia, e Cile sono stati teatro di un’ondata di proteste ed eventi politici per lo più inaspettati, che spesso hanno innescato processi di transizione politica che, come si è già iniziato a vedere con l’autunno 2020, potrebbero portare a uno scenario regionale latinoamericano completamente diverso da quello attuale. In Bolivia il partito che fu grande alleato di Correa, il MAS, è tornato al governo dopo un anno di caos e di presidenza ad interim di destra. In Cile il popolo ha votato apruebo (“approvo”), per superare la Costituzione vigente redatta da Augusto Pinochet in favore di una nuova Costituzione scritta dal popolo. L’Ecuador sarà il prossimo a doversi esprimere e non ci si può che augurare che questo accenno di svolta democratica generale diventi una realtà consolidata, contribuendo a raddrizzare quella piega autoritaria che stava prendendo la scena politica di molti Paesi dell’America Latina.


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Articolo Ecuador Isabella Bourlot
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Bibliografia/Sitografia


[1] Ramírez Montañez, Julio César. 2017. «El socialismo del siglo XXI en el contexto de la nueva izquierda latinoamericana». Revista Andina de Estudios Políticos 7(2):92-110.


[2] Mark Weisbrot, Jake Johnston, and Lara Merling. 2017. «Decade of Reform: Ecuador’s Macroeconomic Policies, Institutional Changes, and Results». CEPR – Center for Economic and Policy Research


[3] Simón Bolívar, «Ideario Político». Ediciones de la presidencia de la República 2004, p.73


[4] Soraya Cosntante, El País, 2014 «La Revolución Ciudadana de Ecuador cumple siete años», https://elpais.com/internacional/2014/01/19/actualidad/1390110134_594343.html


[5] «I processi attuali di transizione politica in America latina» CeSPI, 2020


[6] Ana Lucía Román, El Tiempo, 2017 «Ruptura de Moreno y Correa, sombra de un futuro político incierto» https://www.eltiempo.com/mundo/latinoamerica/analisis-de-la-division-entre-lenin-moreno-y-rafael-correa-ahora-mas-fuerte-138796


[7] Diego Battistessa, Civismundi85, 2015 «Ecuador questo è socialismo?»

https://civismundi85.blogspot.com/2015/01/ecuador-questo-e-socialismo.html


[8] Afp, Internazionale, 2017 «Chi è Lenín Moreno, il nuovo presidente socialista dell’Ecuador», https://www.internazionale.it/notizie/2017/04/03/lenin-moreno-ecuador


[9] BBC News Mundo, 2019 «Crisis en Ecuador: Lenín Moreno vs. Rafael Correa, los antiguos aliados cuya enemistad divide al país» https://www.bbc.com/mundo/noticias-america-latina-49987257


[10] Stefania Gozzer, 2019. «L’Ecuador cerca nuovi alleati», Internazionale, n°1303- Le ombre del caso Assange, 19/25 aprile 2019. Pag. 23.


[11] Ibid.


[12] BBC News Mundo, 2017 «El oficialista Lenín Moreno es declarado vencedor de las elecciones presidenciales en Ecuador» https://www.bbc.com/mundo/noticias-america-latina-39497888


[13] CEDATOS, 2020 «La población evalúa la gestión de los tre años de gobierno del Presidente Lenín Moreno» https://cedatos.com.ec/blog/2020/05/23/la-poblacion-evalua-la-gestion-de-los-tres-anos-de-gobierno-del-presidente-lenin-moreno/


[14] BBC News Mundo, 2019. «Aumento de la gasolina en Ecuador: cuánto se paga por el combustible en América Latina y qué tanto cambió para los ecuatorianos» https://www.bbc.com/mundo/noticias-49940539


[15] BBC News Mundo, 2019 «Crisis en Ecuador: el histórico poder de los grupos indígenas (y qué buscan con la gran marcha de este miércoles en Quito)» https://www.bbc.com/mundo/noticias-america-latina-49983047


[16] Il Post, 2019 «Cosa sta succedendo in Ecuador» https://www.ilpost.it/2019/10/09/ecuador-proteste-moreno/


[17] BBC News Mundo, 2019 «Protestas en Chile y Ecuador: ¿en qué se parecen y diferencian las últimas revueltas sociales en estos dos países?» https://www.bbc.com/mundo/noticias-america-latina-50139272


[18] Stefano Di Giambattista, Geopolitica.info, 2019 «Lenín Moreno tra proteste e disillusione» https://www.geopolitica.info/lenin-moreno-tra-proteste-e-disillusione/


[19] Lise Josefsen Hermann, Lifegate, 2020 «Come l’Ecuador è diventato uno dei paesi più colpiti dal coronavirus in America Latina» https://www.lifegate.it/coronavirus-ecuador-guayaquil


[20] Agenzia Nova, 2020 «Ecuador: Consiglio elettorale convoca ufficialmente le elezioni politiche per il 7 febbraio» https://www.agenzianova.com/a/5f651590a914f2.06035716/3106655/2020-09-18/ecuador-consiglio-elettorale-convoca-ufficialmente-le-elezioni-politiche-per-il-7-febbraio/linked


[21] Ibid.

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