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Diritti sessuali e riproduttivi in Europa ai tempi del Covid-19

(di Chiara Mele)

“Mai dimenticare che una crisi politica, economica o religiosa sarà più che sufficiente

per mettere in discussione i diritti delle donne. Questi diritti non sono mai acquisiti.

Dovrai rimanere vigile per tutta la tua vita” - Simone de Beauvoir

1. Stato di emergenza per la salute delle donne: diritti in lockdown

L’emergenza sanitaria del Covid-19, come qualsiasi situazione di crisi, ha messo a rischio in Europa la salute sessuale e riproduttiva delle donne, specialmente quelle appartenenti alle categorie più vulnerabili [1]. Si tratta di una conseguenza discriminatoria e collaterale dell’applicazione delle misure di prevenzione e contenimento di diffusione del virus, che si esplica in parallelo con quella diretta che nasce dall’implementazione delle misure suddette senza tenere conto della prospettiva di genere [2]. Di conseguenza, se c’è un trattamento discriminatorio nell’erogazione del trattamento medico-sanitario per far fronte al virus, come ripotato da UNFPA, c’è n’è anche uno indiretto che affligge la salute sessuale e riproduttiva.

L’attuale pandemia ha quindi prodotto effetti devastanti sui diritti sessuali e riproduttivi delle donne e l’accesso ai relativi servizi. Come in qualsiasi situazione di crisi, il virus ha esacerbato preesistenti situazioni di disuguaglianza di genere e di accesso ai servizi essenziali, come ha anche consentito a taluni governi europei di limitare o addirittura sospendere diritti fondamentali, fra cui proprio quelli attinenti alla salute sessuale e riproduttiva delle donne [4].

La strada per l’autodeterminazione riproduttiva è stata lunga e non prova di ostacoli. Tuttavia, la salute attinente alla sfera riproduttiva femminile è un diritto tutelato a livello internazionale ed europeo a cui gli Stati non possono sottrarsi, neanche in situazione di emergenza. Di seguito, si esaminerà l’evoluzione che hanno vissuto tali diritti e come sarebbe opportuno inquadrarli a livello normativo nell’attuale emergenza per obbligare gli Stati a tutelare la salute sessuale e riproduttiva.

2. Il contenuto dei diritti sessuali e riproduttivi

La salute sessuale e riproduttiva delle donne ha da sempre rappresentato il campo di battaglia delle lotte per la parità di genere, in qualsiasi contesto socioculturale, anche se i diritti con cui si esplica sono riconosciuti come diritti umani a tutti gli effetti. La stessa Organizzazione Mondiale della Sanità ha affermato che “i diritti riproduttivi si basano sul riconoscimento del diritto fondamentale di tutte le coppie e degli individui a decidere liberamente e responsabilmente il numero, la separazione e la sincronizzazione temporale di nascita dei loro figli e di avere le informazioni e i mezzi per farlo e il diritto di raggiungere il massimo livello di salute riproduttiva. Essi comprendono anche il diritto di tutti di prendere decisioni in materia di riproduzione senza discriminazione, coercizione e/o violenza” [5] e come tali devono essere rispettati e quindi tutelati.

Per definire, e quindi salvaguardare, la salute sessuale e riproduttiva bisogna sottolineare che è difficile trovare, a livello normativo, una definizione univoca. Si tratta di un concetto che si concretizza in diversi sotto-elementi, che a loro volta detengono una loro autonomia (ad esempio il diritto ad accedere a dei servizi sanitari di buona qualità; il diritto ad un aborto legale e sicuro; il diritto alla contraccezione; la libertà dalla sterilizzazione forzata; il diritto a ricevere un’educazione sessuale per poter prendere decisioni libere ed informate sulla propria sessualità), molti dei quali già stati ricompresi in altri diritti fondamentali già codificati e da cui è possibile far scattare un obbligo in capo agli Stati [6].

3. La strada verso l’affermazione i diritti riproduttivi

Il primo e comprensivo documento sui diritti umani, la Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo del 1948, fallì nel menzionare del tutto i diritti riproduttivi. L’affacciarsi dei diritti sessuali e riproduttivi come sotto-insieme dei diritti umani avvenne 20 anni più tardi, con la Conferenza Internazionale sui Diritti Umani, svoltasi a Teheran nel 1968. In tale occasione venne adottata la risoluzione XXIII detta ‘Proclamazione di Teheran’ [7], in cui viene esplicitamente stabilito che il diritto a decidere della pianificazione familiare spetta in via esclusiva ai genitori in quanto diritto umano fondamentale.

Il passo fondamentale avverrà nel 1994, quando durante la Conferenza Internazionale del 1994 al Cairo, venne negoziato il ‘Programma di Azione su Popolazione e Sviluppo’ [8], in cui venivano fissati gli obiettivi dei successivi 20 anni, in cui il diritto alla riproduzione, alla salute sessuale, al diritto ad essere informati e ad avere accesso ai metodi di pianificazione familiare, venivano connessi all’obiettivo della stabilizzazione demografica e dello sviluppo sostenibile.

L’anno successivo, alla quarta Conferenza Mondiale sulle Donne tenutasi in Cina, venne elaborata la ‘Piattaforma di Pechino’ [9], in cui veniva confermato quanto stabilito nel Piano d’Azione del Cairo, ma affermando il collegamento giuridico dei diritti riproduttivi a diritti umani fondamentali quali il diritto alla vita, il diritto alla libertà e alla sicurezza della persona, il diritto alla salute, il diritto alla pianificazione familiare all’istruzione per le donne su temi attinenti alla loro sessualità e il diritto a non essere discriminati per il genere. Il presupposto logico è che le donne debbano avere controllo sul proprio corpo e che debbano poter decidere autonomamente e responsabilmente su questioni concernenti la loro sessualità. Ma la svolta operata dalla ‘Piattaforma di Pechino’ sta nel riconoscimento di tali dritti come categoria autonoma, poiché sollecita gli Stati a intraprendere azioni volte a rimuovere gli ostacoli per l’effettivo godimento di questi diritti, suggerendo anche ricerche svolte dai governi per comprendere a pieno le difficoltà presenti nell’accesso ai servizi per la salute sessuale e riproduttiva.

4. Salute riproduttiva come mezzo per lo sviluppo sostenibile

Si è trattato fino a questo momento di strumenti che hanno dato contenuto e significato ai diritti riproduttivi, ma che non sono riusciti a fare quel passo decisivo per consentire la loro applicazione concreta. Sicuramente un passo decisivo si è avuto quando le Nazioni Unite nel 2015 li hanno inseriti nell’Agenda 2030 per lo Sviluppo Sostenibile [10]. L’Assemblea Generale ha elaborato un documento programmatico in cui vengono stabiliti 17 obiettivi di sviluppo globale, adottati da tutti i membri dell’Organizzazione. Nel novero di questi ‘goals’ rientrano anche i diritti alla salute sessuale e riproduttiva, inclusi all’interno degli obiettivi concernenti la salute (Obiettivo 3), l’educazione (Obiettivo 4) e l’uguaglianza di genere (Obiettivo 5). In questo modo vengono anche inclusi l’accesso a servizi per la salute sessuale e riproduttiva, un’educazione alla sessualità e la capacità di decidere autonomamente sul proprio corpo, come espressioni del diritto alla salute sessuale e riproduttiva. L’impostazione delle Nazioni Unite su cui si regge l’impianto teorico segue la dottrina tradizionale, che vuole legare tali diritti all’uguaglianza di genere, al diritto alla salute e alla lotta contro la discriminazione, essendo imprescindibili gli uni per gli altri. La grande mancanza di questo tipo di strumenti rimane sempre la stessa: l’assenza di un esplicito obbligo giuridico vincolante per gli Stati che ne li adottano. Tuttavia, in maniera indiretta è possibile individuarlo e quindi garantire la loro tutela attraverso altri diritti umani legalmente vincolanti. Quali diritti invocare varia a seconda delle circostanze della violazione e le cause che l’hanno innescata [11].

5. Focus sull’accesso ai servizi ai tempi dell’emergenza Covid-19

Come detto all’inizio, una delle conseguenze delle misure di prevenzione e controllo per far fronte all’emergenza sanitaria Covid-19 è stata la restrizione all’accesso ai servizi essenziali alla salute riproduttiva, a causa del lockdown, delle misure restrittive per far fronte al contagio e alla riduzione delle attività di rifornimento. Sulla base di un’indagine [12] condotta in tandem dallo European Parliamentary Forum for Sexual & Reproductive Rights (EPF) e dall’International Planned Parenthood Federation – European Network (IPPF - EN), il Covid-19 ha prodotto conseguenze devastanti, nella sua fase più acuta e non solo, per la salute sessuale e riproduttiva delle donne in Europa, con effetti amplificati per quei soggetti appartenenti alle categorie più marginalizzate della società. Dal Report emerge che, in molti paesi europei, le cliniche e gli ospedali non hanno garantito l’accesso alle prestazioni collegate alla salute sessuale e riproduttiva, quali l’IVG (interruzione volontaria di gravidanza) e altri servizi medici come test per l’HIV o altre malattie sessualmente trasmissibili, screening per tumori e assistenza medico-ospedaliera per le donne in gravidanza. Si è verificata un’enorme riduzione di tali prestazioni e servizi, mettendo a rischio la salute e il benessere di ragazze e donne, specialmente quelle per cui non era possibile ripiegare sul settore privato, perché prive di mezzi, quali donne migranti e donne appartenenti a minoranze. La causa della riduzione di tali servizi al minimo indispensabile è stata causata anche dalla carenza o riassegnazione del personale a disposizione, che è stato concentrato tutto nelle unità Covid-19 disposte dagli ospedali. Per esempio, in Portogallo, screening per tumori e test per l’HIV sono stati sospesi dal Ministero della Salute proprio per mancanza di personale qualificato.

6. Focus sulla violenza domestica

Tale studio non ha tralasciato neanche gli aspetti relativi alla violenza di genere, fortemente impattati dall’emergenza sanitaria. L’isolamento forzato del periodo iniziale ha messo a rischio la vita di quelle donne vittima della violenza domestica, dal momento che le segnalazioni ai centri anti-violenza e alle autorità sono incrementate esponenzialmente a livello globale. Solo in Francia si è assistito ad un aumento del 32%. La stessa Organizzazione Mondiale della Sanità ha riportato un aumento del 60% considerando l’Europa nel suo complesso. Donne e bambini vittime di violenza sono rimasti bloccati insieme ai loro aggressori, trovandosi nell’impossibilità di accedere ai servizi disposti a loro tutela e fare affidamento ai vari network di supporto informale. L’Italia ha registrato dati altrettanto allarmanti: secondo le statistiche del Telefono Rosa, vi è stato una iniziale diminuzione del 55,1% nelle prime due settimane di marzo rispetto alla stesso periodo del 2019, per poi registrare un cambiamento di rotta durante la seconda metà di marzo. La rete D.i.Re ha invece registrato una crescita esponenziale di casi di donne che si sono rivolte ai centri antiviolenza nel primo mese di lockdown, oltre il 74% rispetto alla media mensile registrata nel 2018, ultimo anno in cui sono disponibili i dati.

7. La salute sessuale e riproduttiva come obbligo in capo agli Stati

L’accesso ai servizi essenziali alla salute sessuale e riproduttiva e alla tutela dalla violenza di genere è un diritto da numerosi strumenti giuridici internazionali e regionali che stabiliscono il diritto di tutte le persone a godere del più alto livello di salute fisica e mentale possibile, includendo anche il diritto alla salute sessuale e riproduttiva che ne è una declinazione. Le violazioni sopra riportate costituiscono una lesione del diritto alla vita e alla salute, includendo anche quella sessuale e riproduttiva, e una forma di violenza di genere che può risultare in taluni casi in una forma di tortura o di trattamento inumano o degradante, per esempio ritardando o negando l’aborto o il trattamento post-operatorio (in due decisioni, Mellet v. Ireland e Whelan v. Ireland, il Comitato per i Diritti Umani delle Nazioni Unite ha stabilito che negare o criminalizzare l’aborto costituisce una forma di tortura) [13]. La mancanza a provvedere alla fornitura di tali servizi è una forma gravissima di discriminazione nei confronti delle donne e delle categorie più a rischio, la cui salute fisica e mentale è messa a repentaglio [14].

In tempi di crisi, gli Stati debbono aspettarsi un aumento della violenza di genere e domestica. La Convenzione di Istanbul del Consiglio d’Europa, firmata e ratificata dalla maggioranza degli Stati europei, indica chiaramente i principi e le linee guida per prevenire e far fronte a tali situazioni [15].

8. La prospettiva di genere come soluzione

Contrastare la diffusione del Covid-19 non deve far dimenticare i diritti delle donne. Come affermato dai Principi di Siracusa [16] e dal Comitato per i Diritti Umani delle Nazioni Unite [17], le misure pubbliche prese in situazioni di emergenza sanitaria che limitano i diritti e le libertà individuali devono essere conformi alla legge, necessarie, proporzionate e non possono in alcun modo avere effetti discriminatori su determinati gruppi o categorie vulnerabili. Restringere l’accesso ai servizi essenziali per la salute sessuale e riproduttiva delle donne: rendere più gravoso l’accesso alla contraccezione e non adottare misure volte a contrastare la violenza domestica non rispetta i canoni di cui sopra.

Non porre in essere misure attive che vanno al di là dell’evitare la condotta lesiva, è anch’essa una mancanza grave che lede i diritti fondamentali. In più, risulta vitale assumere una prospettiva di genere nell’implementare misure di contrasto alla pandemia che abbiano un approccio ‘women-centred’ e quindi ascoltare anche le raccomandazioni della società civile, la quale, in quanto portavoce delle istanze dal basso, può contribuire a dare soluzioni e proporre buone prassi per garantire il rispetto della salute sessuale e riproduttiva in situazioni di emergenza e di crisi [18]. Ma non solo, anche organizzazioni internazionali come lo United Nations Population Fund [19] e l’Organizzazione Mondiale della Sanità [20] hanno predisposto raccomandazioni generali e tecniche, indicando le misure da adottare a salvaguardia della salute delle donne in un contesto di epidemia e contrasto alla diffusione del virus. Ciò che deve essere ricordato ai paesi europei è che la garanzia dei diritti sessuali e riproduttivi non è solo una questione di fare il minor danno possibile, ma un imperativo per garantire il godimento dei diritti umani di tutti.

Bibliografia/Sitografia

[1] Sexual and Reproductive Health During the Covid-19 Pandemic, Report congiunto di EPF & IPPF EN, 22 Aprile 2020.

[2] A tal riguardo ne fa una panoramica lo European Network of Migrant Women riguardo le donne migranti e rifugiate: http://www.migrantwomennetwork.org/2020/03/31/global-feminist-perspective-on-the-pandemic-what-normal-do-we-expect-when-the-crisis-is-over/.

[4] Vedi il caso della Polonia con la proposta di legge in tema di aborto, per cui Amnesty International si è attivato: https://www.amnesty.it/covid-19-in-europa-garantire-accesso-sicuro-e-tempestivo-ai-servizi-dinterruzione-della-gravidanza/.

[5] Per maggiori informazioni su tale aspetto: https://www.who.int/reproductivehealth/en/.

[6] Advancing Reproductive Rights, Beyond Cairo and Beijing, Rebecca J. Cook and Mahmoud F. Fathalla, International Family Planning Perspectives, Vol. 22, No. 3, 1996, pp. 115-121, p. 117.

[7] Per il testo in inglese: https://web.archive.org/web/20071017025912/http://www.unhchr.ch/html/menu3/b/b_tehern.htm.

[8] Per approfondimenti e per il testo in inglese: http://dirittiumani.donne.aidos.it/bibl_2_testi/d_impegni_pol_internaz/a_conf_mondiali_onu/c_conf_cairo_e+5/home_conf_cairo.html.

[9] Per approfondimenti e per il testo in italiano: http://dirittiumani.donne.aidos.it/bibl_2_testi/d_impegni_pol_internaz/a_conf_mondiali_onu/b_conf_pechino/home_pechino.html.

[10] Per approfondimenti e testo in inglese: https://www.un.org/sustainabledevelopment/.

[11] Advancing Reproductive Rights, Beyond Cairo and Beijing, Ibidem.

[12] Sexual and Reproductive Health During the Covid-19 Pandemic, Ibidem.

[13] Mellet v. Ireland, Comitato per i Diritti Umani, Commento n. 2324/2013, paragrafi 7.6, 7.7, 7.8, U.N. Doc. CCPR/C/116/D/2324/2013 (2016); Wheland v. Ireland, Comitato per i Diritti Umani, Commento n. 2425/2014, paragrafi 7.7, 7.8, 7.9, 7.12, U.N. Doc. CCPR/C/119/D/2425/2014 (2017).

[14] Il diritto alla salute è un diritto universalmente riconosciuto che trova fondamento in numerosi strumenti internazionali, primo fra tutti la Costituzione dell’Organizzazione mondiale della sanità. Non solo, ma anche nel Patto Internazionale sui i Diritti Civili e Politici, nel Patto Internazionale sui Diritti Economici, Sociali e Culturali, e numerosi altri.

[15] Convenzione del Consiglio d’Europa sulla prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica, Istanbul, 11 magio 2011.

[16] Commissione per i Diritti Umani delle Nazioni Unite, Principi di Siracusa sulle limitazioni e deroghe alla Protocollo sui i Diritti Civili e Politici. Per il testo inglese del documento: https://undocs.org/en/E/CN.4/1985/4.

[17] Comitato per i Diritti Umani delle Nazioni Unite, Commento Generale n. 29, disponibile in inglese: http://ccprcentre.org/ccpr-general-comments.

[18] Sexual and Reproductive Health During the Covid-19 Pandemic, Report congiunto di EPF & IPPF EN, 22 Aprile 2020, pagine 14 e 15, in cui vengono fatte 10 raccomandazioni per i paesi europei. Per maggiori approfondimenti vedere anche: https://www.ippf.org/covid19. Sulla stessa scia, una guida per l’Europa redatta da Amnesty International per tutelare la salute delle donne in questa situazione di pandemia globale: https://www.amnesty.org/en/documents/eur01/2360/2020/en/.

[19] Al riguardo: https://www.unfpa.org/resources/sexual-and-reproductive-health-and-rights-modern-contraceptives-and-other-medical-supply.

[20] In merito vedere: https://www.who.int/teams/sexual-and-reproductive-health-and-research/covid-19.


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