La diaspora senegalese davanti a uno specchio: dalla pandemia a nuove strategie

Aggiornamento: 8 apr

di Valentina Geraci

1. Introduzione


Nel corso degli ultimi decenni, i flussi migratori sono infatti aumentati in modo significativo, proliferando di volta in volta nelle rispettive organizzazioni e nei loro percorsi. Al giorno d'oggi, è possibile considerare l'evoluzione delle migrazioni come una complessa questione globale, che ha contribuito a rimodellare l'idea comune di società. La continua evoluzione dei flussi ridefinisce gli scenari socio-politici, influenzati negli ultimi anni anche dal Coronavirus.


In specifici periodi storici, come quello che abbiamo vissuto negli ultimi due anni e che stiamo ancora vivendo, la diffusione di una pandemia globale sembra aver delineato ulteriori problemi, facendo emergere una sorta di divisione in classi sociali. Più specificamente, quel che voglio far notare è che per quanto un virus non faccia distinzione tra etnie o classi sociali, è altrettanto vero che alcune persone, in risposta alla pandemia, si siano sentite maggiormente penalizzate. Oltre ad avere esigenze economico-politiche, le persone migranti necessitano nel Paese d’accoglienza di una integrazione tutto tondo.


La tutela dei loro diritti si è aggiunta all'assistenza sanitaria, alla questione di sicurezza e al mondo del lavoro? Se la vita di ogni essere umano si modella nell'inevitabile contatto con la comunità, cosa succede quando scoppia un virus pandemico e diminuiscono le interazioni sociali? In questo scenario, come le associazioni di migranti si sono mosse per il riconoscimento di quei diritti connessi anche allo spazio sociale della vita quotidiana? Come hanno lavorato sulla loro stessa organizzazione?


2. Covid-19 e comunità migranti


L'Italia è stato il primo Paese ad affrontare la pandemia Covid-19 dopo la Cina, diventando il principale attore in tutta l'Europa occidentale. Il governo italiano ha deciso presto di affrontare questa situazione, proclamando un primo stato di emergenza per passare subito dopo a un blocco totale.


Durante la prima fase di Coronavirus in Italia, i più colpiti dal virus sembrano essere stati gli anziani, certamente soggetti più fragili che, tenendo conto di malattie passate o di varie difficoltà, hanno spesso dovuto affrontare le conseguenze più gravi di questo virus. Per quanto riguarda i migranti, data l'iniziale assenza di pazienti di origine straniera in Italia, alcune opinioni non condivise parlavano di una presunta reazione del virus su base etnica, secondo l'immunità genetica o la prevalente giovane età della popolazione africana in Italia[1]. Un ruolo non affatto scontato è stato qui svolto dai social network che, in condizioni difficili e in un clima di continua pressione, caricavano i migranti – principalmente di origine africana – di presunte immunità e riti particolari diffusi nel loro continente. Contributi di questa portata sono stati generati anche dal cosiddetto mito dell'immunità nera, diffusa erroneamente negli Stati Uniti come tendenza emergente durante la fase iniziale di contagio del virus e presto negata da diverse ricerche[2].


Sorvolando in questa sede su tali teorie, resta che molti stranieri nella penisola italiana e altrove hanno dovuto affrontare la procrastinazione nella diagnosi e il ritardo nel vedere i servizi sanitari riconosciuti, con un aumento della probabilità di morte. A queste difficoltà sperimentate direttamente dai cittadini stranieri si aggiungono i tentativi di resilienza e nuove forme di risposta da parte delle comunità migranti che, in un momento di estrema difficoltà, hanno compreso meglio i loro punti deboli e quegli aspetti da migliorare necessariamente. È il caso della diaspora senegalese in Italia.