La cultura e la guerra: il Milite Ignoto come eroe tragico

Aggiornamento: 17 nov 2021

di Alessandro Vivaldi



«Il vuoto lasciato dalle definizioni della pace con la rimozione della guerra gonfia la pace di idealizzazioni (altro classico meccanismo di difesa). Fantasie di riposo, di tranquilla sicurezza, di vita “normale”, di pace eterna, paradiso in terra, la pace dell’amore che trascende l’intelligenza; la pace come stato di benessere (shalvah nella Bibbia ebraica) e come completezza (shalom). La pace dell’ingenuità, dell’ignoranza travestita da innocenza. Gli aneliti di pace diventano a un tempo semplicistici e utopistici, con i loro progetti di amore universale, di disarmo mondiale e di una federazione di nazioni nell’era dell’Acquario, oppure regrediscono ai bei tempi andati dei sani valori americani illustrati da Norman Rockwell. Queste sono le opzioni di ottundimento psichico offerte dalla “pace”; Gesù dovette trovarle così offensive che si dichiarò in favore della spada […].
La pace per i reduci non è “assenza di guerra”, è il suo spettro vivente, loro compagno in camera da letto, alla tavola calda, in autostrada. Il trauma non è “post”, ma acutamente presente, e la “sindrome” non è del reduce, ma del vocabolario, dell’idea amnesica di pace in collusione con una vita invivibile.
Coloro che sono colpiti da DPTS portano nell’anima gli effetti della guerra e infettano il regno della pace. Sono come iniziati in mezzo a profani ignari. Il dolore e la paura, e la conoscenza, assorbiti nel loro corpo e nella loro anima, costituiscono un’iniziazione, ma solo a metà. Un’iniziazione interrotta, alla quale mancano gli ammaestramenti di saggezza propri delle iniziazioni. Perché la guerra; perché questa guerra; che cosa è la guerra? In che modo ciò che so nelle viscere sul tradimento e l’ipocrisia, sulla compassione e il coraggio, e sì, sull’uccidere, può essere reintegrato nella società e messo al servizio del mio paese? Se pace significa niente guerra e io sono grondante del sangue della guerra, che ci faccio qui? Anche in questo caso, fa difetto l’intelligenza filosofica. Le potenzialità del reduce si degradano insieme alla guerra nella quale egli matura. Io, reduce, sono messo in naftalina dalla pace. Il tempo di pace non sa che farsene della mia consapevolezza. Dalla civiltà che mi ha inviato a quella prova tremenda, non mi viene alcuna risposta neanche lontanamente commensurata a quello che ho patito.»
(James Hillman, Un terribile amore per la guerra, Adelphi, Milano 2005, pagg. 46 – 48)

1. Avvertenze per il lettore


Quando mi sono proposto per scrivere un articolo per il centenario del Milite Ignoto, sapevo che questo avrebbe comportato notevoli rischi. Il primo e più ovvio era il dover mettere a tavolino due personaggi: il Dottore magistrale in studi storici, storico religiosi e antropologici, cioè il mio sé razionale e accademico, e il militare, ovvero il mio sé molto meno razionale e decisamente più emotivo. Sono due personaggi, detto fuori tra i denti, che fanno spesso a schiaffi. C’è chi quando deve agire ha sulle spalle l’angelo e il diavolo, ecco, io invece ho il dottore e il militare.


L’altro rischio, per inciso il più preoccupante, è il dover trattare un argomento palesemente divisivo nella cultura contemporanea italiana e soggetto a semplificazioni becere a cui – per gentile richiesta del mio Avvocato – eviterò di riferirmi finché possibile, soprattutto in termini di no