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La cultura e la guerra: il Milite Ignoto come eroe tragico

Aggiornamento: 17 nov 2021



«Il vuoto lasciato dalle definizioni della pace con la rimozione della guerra gonfia la pace di idealizzazioni (altro classico meccanismo di difesa). Fantasie di riposo, di tranquilla sicurezza, di vita “normale”, di pace eterna, paradiso in terra, la pace dell’amore che trascende l’intelligenza; la pace come stato di benessere (shalvah nella Bibbia ebraica) e come completezza (shalom). La pace dell’ingenuità, dell’ignoranza travestita da innocenza. Gli aneliti di pace diventano a un tempo semplicistici e utopistici, con i loro progetti di amore universale, di disarmo mondiale e di una federazione di nazioni nell’era dell’Acquario, oppure regrediscono ai bei tempi andati dei sani valori americani illustrati da Norman Rockwell. Queste sono le opzioni di ottundimento psichico offerte dalla “pace”; Gesù dovette trovarle così offensive che si dichiarò in favore della spada […].
La pace per i reduci non è “assenza di guerra”, è il suo spettro vivente, loro compagno in camera da letto, alla tavola calda, in autostrada. Il trauma non è “post”, ma acutamente presente, e la “sindrome” non è del reduce, ma del vocabolario, dell’idea amnesica di pace in collusione con una vita invivibile.
Coloro che sono colpiti da DPTS portano nell’anima gli effetti della guerra e infettano il regno della pace. Sono come iniziati in mezzo a profani ignari. Il dolore e la paura, e la conoscenza, assorbiti nel loro corpo e nella loro anima, costituiscono un’iniziazione, ma solo a metà. Un’iniziazione interrotta, alla quale mancano gli ammaestramenti di saggezza propri delle iniziazioni. Perché la guerra; perché questa guerra; che cosa è la guerra? In che modo ciò che so nelle viscere sul tradimento e l’ipocrisia, sulla compassione e il coraggio, e sì, sull’uccidere, può essere reintegrato nella società e messo al servizio del mio paese? Se pace significa niente guerra e io sono grondante del sangue della guerra, che ci faccio qui? Anche in questo caso, fa difetto l’intelligenza filosofica. Le potenzialità del reduce si degradano insieme alla guerra nella quale egli matura. Io, reduce, sono messo in naftalina dalla pace. Il tempo di pace non sa che farsene della mia consapevolezza. Dalla civiltà che mi ha inviato a quella prova tremenda, non mi viene alcuna risposta neanche lontanamente commensurata a quello che ho patito.»
(James Hillman, Un terribile amore per la guerra, Adelphi, Milano 2005, pagg. 46 – 48)

1. Avvertenze per il lettore


Quando mi sono proposto per scrivere un articolo per il centenario del Milite Ignoto, sapevo che questo avrebbe comportato notevoli rischi. Il primo e più ovvio era il dover mettere a tavolino due personaggi: il Dottore magistrale in studi storici, storico religiosi e antropologici, cioè il mio sé razionale e accademico, e il militare, ovvero il mio sé molto meno razionale e decisamente più emotivo. Sono due personaggi, detto fuori tra i denti, che fanno spesso a schiaffi. C’è chi quando deve agire ha sulle spalle l’angelo e il diavolo, ecco, io invece ho il dottore e il militare.


L’altro rischio, per inciso il più preoccupante, è il dover trattare un argomento palesemente divisivo nella cultura contemporanea italiana e soggetto a semplificazioni becere a cui – per gentile richiesta del mio Avvocato – eviterò di riferirmi finché possibile, soprattutto in termini di nomi e cognomi di presunti intellettuali nostrani. Quando dico “divisivo” intendo esprimere diplomaticamente quel vizio tutto italiano di suddividersi in tifoserie di ultrà incapaci di trattare, analizzare, sviscerare un argomento in maniera razionale, pur mantenendo le proprie legittime “passioni”, intravedendone le sfumature e l’intrinseca complessità senza dover per forza ridurre tutto a una macchietta digeribile anche dagli stomaci piuttosto che dai cervelli.


Ciò non toglie che per deformazione professionale chi scrive tende alla mitigazione dei rischi, quindi alcune avvertenze per il lettore sono d’obbligo:

  • se il Milite Ignoto, alla sua sola menzione, suscita nel lettore l’etichetta di fascismo, che si astenga dal continuare;

  • se qualsivoglia trattazione del concetto “militare” suscita nel lettore l’etichetta di fascismo, che si astenga dal continuare;

Queste due avvertenze sono bipartisan: che siate di una certa destra fascistoide che crede il mondo andrebbe gestito a disciplina ferrea e antieuropeismo, o che siate di quella certa “sinistra” che crede agli unicorni e alla pace perpetua, queste due regole valgono e significano: siete nel posto sbagliato, questo articolo non è per voi.


2. Lo strano alieno: il servitore dello Stato


Il paradosso del portarsi dentro due tipi strani quali il dottore e il militare è che nonostante le differenze intercorrenti tra loro, hanno una particolare caratteristica in comune: alterano lo status legale del cittadino, nel senso che – mi perdoneranno i giurisperiti per la superficialità tecnica della definizione – sono dei “titoli” definiti per legge, che durano fino alla morte del detentore, fatte salve abrogazioni che solo lo Stato e chi per lui in specifici casi può decretare. Così come il titolo accademico di dottore è definito da specifiche leggi (che vanno dal Regio decreto 1269/38 alla legge di stabilità del 2013, nonché in passato difeso dall’art. 498 c.p., poi depenalizzato), allo stesso modo lo status di militare è definito da altrettante leggi (Regio decreto 1415/1938, Legge 113/54, art. 621 d.lgs 10 marzo 2010 n.66). Ovviamente la differenza maggiore è che il titolo di dottore non comporta limiti ai propri diritti, cosa che invece avviene con lo status di militare.


In pratica, se per il militare vale il detto soldato per un giorno, soldato per sempre, altrettanto si potrebbe dire del dottore, stante il fatto, ovviamente, che il militare è sottoposto – oggi sceglie di essere sottoposto – a una limitazione dei propri diritti e a un notevole aumento dei propri doveri.


Il lettore attento avrà notato il persistere del termine militare a fronte dell’assenza del similare “soldato”. Il punto è che le parole sono importanti e anche se sovrapponibili, possono – devono – evocare sfumature diverse. Il soldato è colui che viene pagato. E oggi tutti i militari sono soldati, senz’ombra di dubbio. Tuttavia, il militare è qualcosa di più complesso concettualmente. Il mīlĕs è colui che milita, dal latino mīlĭto, per estensione “prestare servizio”. Il militare è colui che sceglie di prestare servizio in armi. Mutatis mutandis, il ministro è colui che sceglie di servire senza le armi (dal latino mĭnistro, servire). Ovviamente qui parliamo di etimi e di bellissime idee, poi la realtà – me tapino! – è un’altra, ma tant’è.


Tutto questo per ricordare, a chi legge, che in fondo il militare è colui che serve. Anzi, è colui che sceglie di servire. Cosa serve? Il motto dell’Esercito è piuttosto esplicito in questo:

Salus rei publicae suprema lex esto

Letteralmente, la salvezza dello Stato sia legge suprema. Costituzionalmente, la salvezza della Repubblica sia legge suprema. Filosoficamente, e personalmente, tanto per il dottore quanto per il militare, la salvaguardia del bene comune sia legge suprema.


Nel 2021 a chi non comprende di cose militari (e con “cose” intendo le cose serie, come appunto lo status giuridico e l’etica del servire, invero quel genere di cose che per lo più sfugge allo stereotipo del Rambo da poligono e al becero fascistoide), potrebbe sembrare assurdo lo scegliere di servire. In un mondo fatto di persone che vogliono i diritti, ma non i doveri (che è un po’ come pretendere di mangiare pizza e pasta tutti i giorni senza ingrassare), perché scegliere di limitare i propri diritti?


Le risposte potrebbero essere infinite: alcuni scelgono di diventare militari per vocazione, altri per esaltazione, altri per mancanza di alternative, alcuni per spirito di avventura, e via discorrendo. Ciò non toglie che il militare, più o meno consapevolmente, sceglie di servire, di limitare i propri diritti, di mettere non solo il proprio lavoro, ma la sua stessa vita, a disposizione dello Stato. Si può certamente dire che tutti coloro che sono pubblica amministrazione mettono il proprio lavoro a disposizione dello Stato, ma solo il militare – e per estensione tutti i corpi armati dello Stato, quindi anche le FF.OO. – mette nelle mani dello Stato la propria vita e accetta conseguentemente una limitazione ragguardevole dei propri diritti.

Questo concetto è importante per smantellare un’idea malsana: non sono i militari che scelgono quando e dove andare in guerra, è lo Stato, che in democrazia, giocoforza, è espressione, mitigata dai limiti della Costituzione, della sovranità che appartiene al popolo.


Il militare fa la guerra, sì. Il militare uccide, sì. Il militare è responsabile di comportamenti non etici e dei crimini di guerra che commette, sì. Tuttavia, la responsabilità della guerra è dello Stato e quindi del popolo sovrano. Il militare è colui che più di tutti subisce la guerra, ne patisce le conseguenze più atroci, pur tuttavia egli fa la guerra perché ha scelto di servire. Che al militare piaccia o non piaccia fare la guerra, è irrilevante: la deve fare, e deve farla nel migliore dei modi perché è quello che lo Stato gli chiede.


Questo comporta anche che, tendenzialmente, un militare sano di mente non può essere guerrafondaio, poiché è esattamente colui che più di ogni altro cittadino ha ben impresse in mente le conseguenze della guerra, sia in termini di danni a sé stesso che di danni verso gli altri esseri umani. Diffidate da chi, in divisa, dichiarerebbe guerre a destra e a manca: o è un pazzo, oppure, pur essendo in divisa, non ha mai visto le conseguenze della guerra. Un militare, tuttavia, non si ritrae di fronte alla guerra, e di fronte all’inevitabile di alcune situazioni, non esita a consigliarla, ma lo fa con cuore pesante, comprendendone la natura di extrema ratio.


Alla fine, il militare è un alieno: in un mondo intriso di narcisismo e di soli diritti individuali, incarnati in una sorta di legge della giungla individualista, il militare mette la firma su un contratto con il popolo sovrano in cui c’è scritto praticamente “se devi morire, muori, e lo fai nella maniera più funzionale possibile”.

Come nei romanzi e nei film di fantascienza, un 19enne che firma un simile contratto appare ai propri coetanei come un alieno, ed essi – come sempre accade quando si incontrano culture aliene – lo sminuiscono, riducendo quella scelta a uno stipendio, a un’esaltazione estetica, o peggio, a stupidità. Già, perché nella cultura odierna scegliere di sottoporsi a delle regole, di limitare i propri diritti, è necessariamente stupidità, e le regole militari, la disciplina, il rigore, sono frutto di stupidità. Non nego che in ambito militare esistano delle regole stupide, come in tutti gli altri ambiti d’altronde. Il punto è che molte delle regole che appaiono stupide sono in realtà funzionali allo scopo del militare: servire in maniera efficiente.


3. Il dottore e il militare: la cultura che cambia, l’identità che resta


Il maggiore motivo di contesa tra i nostri due protagonisti si scatena sempre durante specifici anniversari (siamo qui infatti ad ammorbarvi per via del centenario del Milite Ignoto). Il punto è che il dottore, in quanto storico e antropologo, sa perfettamente che le culture cambiano, le interpretazioni dei simboli si aggiornano. Dall’altra parte, per il militare i simboli sono sacri perché fondamenta della sua identità e della sua emotività.


Le identità culturali, e i simboli a esse connessi, sono una realtà tangibile, checché ne dica qualche intellettuale. Questo lo sa qualsiasi scienziato sociale serio, così come lo sanno il dottore e il militare.

Quello che molti lettori probabilmente sottovalutano è che non ci si può affrancare dalla propria identità culturale. O meglio, si può fare solo in parte. Chi studia comunicazione interculturale e ha confidenza col modello dinamico di sensibilità interculturale di Bennett (MDSI) sa perfettamente che coloro che ritengono la propria cultura inferiore o superiore alle altre in realtà incappano in una sorta di reazione difensiva dettata dall’incapacità di accettare la differenza. Introduco questo tema perché il punto fondamentale è che parlare di Milite Ignoto significa indagare su un vulnus della nostra cultura creato dalla volontà di taluni di affrancarsi illusoriamente dal proprio essere italiani e dall’etichettare ogni sentimento di appartenenza a una comunità – in questo caso la comunità nazionale - come “fascista”.


E a questo punto la discussione tra il dottore e il militare si fa seria. Ci si può identificare con un simbolo del 1921, cioè nel Milite Ignoto?


Per il dottore il Milite Ignoto non può essere espressione dei medesimi valori nazionalisti che lo hanno concepito. Non può di certo essere, a distanza di 100 anni, un simbolo valido in un’Europa fatta di fratellanza con le stesse gentes che in quel conflitto erano sul lato opposto del fronte.


Per il militare certi valori, a cominciare dall’amor patriae, non sono scalfiti dal tempo.


Entrambi, tuttavia, concordano su un assunto di Mircea Eliade: il simbolo, il mito, l'immagine, appartengono alla sostanza della vita spirituale. È possibile mascherarli, mutilarli, degradarli, ma non li si estirperà mai.


Per chi non ha confidenza con lo storico delle religioni in questione, e con alcuni suoi allievi, in particolare il cardinale Julien Ries, basti dire che il riferimento è alla teorie dello homo religiosus, che in pratica asserisce che la componente tendente alla religiosità e alla spiritualità nell’essere umano è irriducibile, per cui potremmo dire superficialmente che nell’attuale cultura Dio è stato sostituito con lo Stato, o meglio col Diritto, e così i riti e i miti religiosi sono stati sostituiti con riti e miti laici. Il Milite Ignoto è uno di queste ierofanie (incarnazioni del sacro), comune, per altro, dapprima a tutte le popolazioni belligeranti nel primo conflitto mondiale, e, successivamente, a buona parte degli stati del mondo.


Ora, per il militare questa ierofania, questo simbolo, è eterno, poiché ne ha una visione emotiva. Per il dottore, che ne ha inevitabilmente una visione storicistica, l’esegesi del simbolo cambia con la cultura.

La domanda che si pongono, dunque, è: ma se l’esegesi di un simbolo cambia, questo può comunque essere valido e funzionale?


I nostri due protagonisti, dialogando di fronte a una birra (il militare) e a un calice di Müller-Thurgau (il dottore) parrebbero giungere a un compromesso (perché si sa, Dioniso favorisce i compromessi, salvo non ci siano Baccanti di mezzo…).


4. Il Milite Ignoto come eroe tragico


Il Milite Ignoto è un simbolo estremamente cupo, soprattutto per un militare, ed è alla base tanto della creazione delle medagliette di identificazione militari, quanto dell’ossessione che molti militari hanno per le stesse. Morire per la patria, sì, ma almeno avere un luogo dove i miei cari possano piangere. Va bene tornare sullo scudo, ma almeno tornare. Pensare al Milite Ignoto, per chi è cresciuto secondo il detto Esercito seconda famiglia, significa oggi rimembrare una trafila di nomi di amici, conoscenti, talvolta parenti morti all’estero. Significa rimembrare le immagini di bare talvolta vuote, disabilità permanenti, psicopatologie sviluppate e mai curate, polemiche sullo status dei veterani, sull’uranio impoverito, famiglie spaccate o spesso lontane.


La motivazione della Medaglia d’oro al valor militare al Milite Ignoto recita:

«Degno figlio di una stirpe prode e di una millenaria civiltà, resistette inflessibile nelle trincee più contese, prodigò il suo coraggio nelle più cruente battaglie e cadde combattendo senz'altro premio sperare che la vittoria e la grandezza della patria».

Il dottore fa giustamente notare che la realtà del conflitto mondiale non fu così aulica, tra coscrizione forzata, fucilazioni, diserzioni, gestione deleteria delle manovre a terra e via dicendo. Il militare risponde che nonostante tali verità, la stragrande maggioranza di quei ragazzi non si sottrasse ai propri doveri. Per entrambi la guerra è un dato di fatto, anch’esso irriducibile: come per Hillman, la guerra è connaturata all’essere umano e all’universo, non si può sopprimere, è parte del sistema. La questione non è la buffonata dell’abolire la guerra, ma di renderla l’extrema ratio dei rapporti umani, e possibilmente imbrigliarla in una cornice di diritto che ne mitighi i danni collaterali. Non è neanche discutere circa la guerra giusta, soprattutto a proposito della Prima Guerra Mondiale. La vexata questio è semplicemente che cosa rappresenta oggi il Milite Ignoto.


Il militare: «Al di là della retorica nazionalista, l’amore per la propria patria è positivo, nella misura in cui non degeneri in un dogma imperialista. Amare la propria patria non equivale a disprezzare le patrie altrui.»

Il dottore pone la questione dell’europeismo: «Ha senso parlare oggi di patria?»


Il militare risponde: «proprio noi italiani, meglio di chiunque altro, dovremmo comprendere come ogni individuo appartenga a più patrie: non vi è contraddizione nel sentirsi romano, italiano, europeo. Al contrario, riconoscere diversità all’interno di un sentimento comune è ciò che renderebbe più forte un’identità realmente europea.»


Il dottore fa tuttavia notare che «il nazionalismo, cioè il contesto in cui nascono tutti i monumenti ai Militi Ignoti negli anni ’20, oggi non può sussistere. Anzi, il concetto di Nazione è esso stesso flessibile di fronte alla Storia.»


Il militare concorda, ma ribatte: «la Patria, la terra dei padri, non sono i confini amministrativi. La Patria è nel cuore, è nell’anima, e neanche coloro che asseriscono di disprezzarla possono realmente distaccarsene. La Patria è l’idea che abbiamo del “noi”, e ognuno di noi contribuisce a nobilitare o volgarizzare questa idea. Ognuno di noi ne è responsabile attraverso le proprie azioni, anche quelle più piccole e quotidiane.»


È vero, il Milite Ignoto non può oggi essere il simbolo della Prima Guerra Mondiale, della guerra vinta contro l’Austria-Ungheria.


Tuttavia, può avere due valenze ancor più profonde e importanti per la nostra contemporaneità: la prima è che quegli stessi popoli che inondarono l’Europa col sangue, oggi risolvono i propri conflitti a suon di votazioni al Parlamento Europeo. L’altra è la tragedia, e il suo valore formativo, della guerra, con il Milite Ignoto come eroe: l’essere umano, l’individuo, che di fronte ad accadimenti che potrebbero annichilire lo Stato, il Popolo, il Diritto stesso, sceglie di sacrificarsi per salvaguardare proprio ciò che è al di sopra della sua stessa vita; la Tomba del Milite Ignoto è un monumento alla grandezza umana, all’eroe tragico, al suo spirito di sacrificio, al suo riconoscere che al di sopra di sé stesso esiste qualcosa di più importante, la comunità, comunque essa venga intesa: è un memento tragico che è li a ricordarci le difficoltà, a muoverci aristotelicamente a terrore e pietà, φοβος ed ελεος.



Oggi il Milite Ignoto, nei suoi 100 anni, è certamente un simbolo portante per ogni militare. Ma esso rappresenta non più solo coloro che scelgono di servire in divisa e nella guerra propriamente detta. Al contrario, esso è un tributo a tutti coloro che scelgono di servire per altruismo e con abnegazione, nonostante l’imperare di una cultura occidentale votata all’egoismo individualista: militari, sì, ma anche medici e infermieri, volontari della Croce rossa e della Protezione civile, delle organizzazioni non governative, delle associazioni per il finanziamento della ricerca, e così tanti altri.

Il Milite Ignoto non è semplicemente un simbolo di eroismo in guerra: è simbolo di abnegazione, di sacrificio, di volontà di andare oltre le avversità, di altruismo. E dovrebbe essere un simbolo per ogni italiano e ogni europeo.


«Ignoto il nome – folgora il suo spirito – dovunque è l’Italia – con voce di pianto e d’orgoglio – dicono – innumeri madri: – è mio figlio»


(scarica l'analisi)

La cultura e la guerra - il Milite Ignoto come eroe tragico (2)
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