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Cuba: la Rivoluzione è morta e la democrazia pure?

Aggiornamento: 16 apr 2023

Immagine 1: Cuba: ¿elecciones libres o sucesión dinástica? (panampost.com)

1. Introduzione


“Da Cuba la verità non esce mai.” Queste parole di Alina Fernández Revuelta, una dei figli di Fidel Castro, sembrano le più adatte per iniziare a scrivere di questo Paese di cui tanti parlano e pochi sanno: un’isola in mezzo al Mar dei Caraibi, un pezzo di terra minuscolo – se rapportato ad altri imponenti Stati – che è stato oggetto di interesse e attacchi da parte dell’aquila statunitense e ha ospitato una delle rivoluzioni più celebri del XX secolo.


A breve, verso la fine di marzo, i cittadini cubani andranno a votare per eleggere i 470 deputati dell’Assemblea Nazionale del Potere Popolare. Considerata la situazione in cui ormai da decenni si trova Cuba, molti ritengono che queste elezioni siano l’ennesima farsa: iniziamo dunque ad analizzare la storia di quest’isola per capire cosa rimane della rivoluzione di Fidel e se Cuba è effettivamente inconciliabile con la democrazia.

Immagine 2: Beautiful mural of Cuban guajiros. #Cuba #Street #Art | Street art, Cuban art, Art (pinterest.com)

2. Cenni storici dalla colonia agli anni Trenta


Tra le ipotesi sull’etimologia di “Cuba”, ci sono Cubanacán ("terra centrale"), Cubao ("terreno fertile") o la contrazione di Coa ("terra") e Bana ("grande"); altri sostengono che Colombo, una volta arrivato nel mar dei Caraibi, credesse di trovarsi vicino al famoso Cipango (attuale Giappone) descritto da Marco Polo ne Il Milione e abbia storpiato il termine, passando da “Cipango” a “Cuba”.


Con l’arrivo di Colombo, i Taino – una delle popolazioni amerindie dell’isola – vengono costretti a lavorare come schiavi nell’encomienda, una sorta di sistema feudale esportato nelle colonie assieme a delle malattie europee che decimano gli autoctoni.


Intorno alla metà del XVI secolo, La Habana viene occupata per un breve periodo dalla Francia, prima di ritornare alla Spagna: in generale, era molto ambita dalle potenze europee per via delle sue ricchezze. Durante la guerra dei sette anni, anche l’Inghilterra prova a conquistare l’isola e ci riesce, instaurando per un po’ lo scambio di merci con le colonie in Nord America: dopo circa un anno, il Trattato di Parigi restituisce Cuba alla Spagna.


Nel XX secolo, comincia a manifestarsi una certa insofferenza verso il governo spagnolo: a fine secolo hanno dunque luogo la guerra dei dieci anni (1868-1878) e la piccola guerra (1879-1880), insurrezioni popolari guidate da José Martí, intellettuale conosciuto a Cuba come il "Padre della patria".

Immagine 3: Un grito de Libertad › Cuba › Granma - Órgano oficial del PCC

Tra il 1895 e il 1898, l’esercito spagnolo non riesce a sconfiggere i ribelli sostenuti dalla Marina americana, assieme alla quale riescono a vincere la cosiddetta Splendid little war ("Breve splendida guerra"). Nel 1902, Cuba, che era diventata "Protettorato americano di Cuba", ottiene l’indipendenza formale dagli USA: questi ultimi, però, mantengono il diritto di intervenire negli affari interni e sorvegliare le finanze e le relazioni con l'estero. Inoltre, acquistano la base navale della baia di Guantánamo, tutt'oggi americana.


Tomás Estrada Palma, primo Presidente della Repubblica nel 1902, si ricandida nel 1906: tali elezioni, però, vengono contestate anche tramite rivolte armate. Intervengono gli USA, che nominano Charles Edward Magoon come governatore per tre anni – figura associata all'introduzione della corruzione politica e sociale. Nel 1908 José Miguel Gómez viene eletto presidente, ma gli Stati Uniti continuano a interferire negli affari cubani.


Nel 1924 viene eletto Gerardo Machado, il quale gestisce il Paese in modo dittatoriale, dichiarando più volte una grande ammirazione per Benito Mussolini e venendo dunque descritto come “fascista tropicale".


Nel 1929 crolla Wall Street e con essa anche il prezzo dello zucchero, provocando disordini e repressioni. Dopo alcuni governi si arriva al 1933, anno in cui sulla scena cubana appare Fulgencio Batista.


3. Dittatura, rivoluzione e controrivoluzione

Immagine 4: 116 years of US-Cuban relations - BBC News

Nel settembre di quell’anno, Batista guida una rivolta di militari (Rivoluzione dei Sergenti), con cui riesce a rovesciare il governo del momento; per i successivi 25 anni riesce a rimanere al potere, poiché, pur non essendo sempre presidente e vivendo anche all’estero, viene eletto per il Senato di Cuba in absentia e tramite questo ruolo continua a partecipare alla vita politica e a influenzarla.


Pur essendo stato eletto, nel 1952 mette in atto un colpo di stato appoggiato dai militari, tramite cui abolisce la Costituzione del 1940, ripristina la pena di morte e sospende il Congresso (affossando i partiti d’opposizione), si concede un salario annuale superiore a quello del presidente USA e abolisce il diritto di sciopero. Gli Stati Uniti riconoscono da subito il suo governo come legittimo: dimostrandosi un buon alleato, Batista vende a loro gran parte del patrimonio pubblico cubano, rendendo l’isola la capitale del gioco d'azzardo e della prostituzione, ospitando anche esponenti di spicco della mafia americana mentre la popolazione locale era in povertà.


Nel 1959, dopo 7 anni in cui il debito del Paese era aumentato tremendamente, entra in gioco Fidel Castro: di professione avvocato, Castro organizza dal Messico la lotta contro la dittatura di Batista, lotta a cui partecipa il celeberrimo medico argentino Ernesto Guevara de La Serna, a tutti noto come "el Che".


La rivoluzione comincia con la spedizione di 82 persone che, sbarcate sull'isola, affrontano l'esercito e ripiegano sui monti per avere un tempo in cui cercare il consenso tra la popolazione. Una volta ottenuto, si costituisce un piccolo esercito popolare che affronta quello nazionale nella decisiva battaglia di Santa Clara: la notte di Capodanno del ‘59, Batista fugge.


Dopo la vittoria, Castro inizia un processo di sradicamento del razzismo, eliminando spazi privati come club, spiagge, scuole e ospedali e togliendo ai proprietari la possibilità di effettuare la selezione del personale in base a questioni razziali; inoltre, fa arrestare un gran numero di mafiosi.


Inizialmente, il governo degli USA guarda con favore alla rivoluzione cubana, reputandola un movimento volto a portare la democrazia in America Latina; tuttavia, i rapporti cominciano a peggiorare con la nazionalizzazione dell’industria – che priva le aziende statunitensi delle raffinerie di zucchero.


Già nel 1960, Eisenhower approva un piano della CIA per armare un gruppo cubani incaricati di rovesciare il governo di Castro; un anno dopo, Kennedy appoggia uno sbarco armato di esuli cubani sulle coste della Baia dei Porci: una controrivoluzione organizzata dagli USA stessi. Dopo alcuni giorni di combattimento, grazie anche alla mobilitazione popolare a favore della Rivoluzione, l'azione armata fallisce, portando Cuba ad avvicinarsi all’URSS.

4. Il bloqueo, morsa decennale che soffoca Cuba


La cantante italiana Fiorella Mannoia diceva: “Se volete davvero aiutare il popolo cubano, toglietegli questo embargo vergognoso che lo stritola da 60 anni”. Cos’è dunque un embargo? Si tratta di un divieto imposto da un governo allo scambio di beni o servizi con un Paese specifico; in politica estera, ha lo scopo di costringere tale Paese a modificare una particolare politica sociale o politica.


Prima dell'avvento al potere di Castro, l'economia dell'isola, fondata sulla monocoltura della canna da zucchero, era controllata dal capitale statunitense ed era sottosviluppata. In seguito alla rivoluzione, invece, Cuba aveva adottato un'economia pianificata di stampo socialista e quasi la totalità dei mezzi di produzione appartengono allo Stato.


Nel 1961, però, appena due anni dopo la vittoria della rivoluzione, gli Stati Uniti decretano un embargo totale verso Cuba (chiamato bloqueo dai cubani), costringendo l'isola a dipendere economicamente dall'Unione Sovietica, con cui c’era un evidente allineamento ideologico oltre che un sostegno concreto, in opposizione all’altra superpotenza: ciò porta, tra le altre cose, alla cosiddetta Crisi dei missili di Cuba (1962) – missili sovietici installati sul suolo cubano –, che viene poi risolta con un accordo pacifico tra Kennedy e Chruščëv.

Immagine 5: I danni economici dell'embargo contro Cuba – Contropiano

Un anno dopo, Cuba viene sospesa dall’Organizzazione degli Stati Americani, che inizia a sanzionare il Paese seguendo la scia degli USA, mentre L’Avana comincia ad avvicinarsi sempre più al modello economico sovietico.


In un discorso del 1970, Castro ammette i fallimenti delle politiche economiche di quel periodo. Nel 1975 l'OAS revoca le sanzioni contro Cuba, mentre gli USA le mantengono. Dopo il crollo dell’URSS e con il ritiro delle sovvenzioni sovietiche, il Paese affronta una grave recessione economica, tuttavia non accetta donazioni statunitensi di cibo, medicine e contanti fino al 1993.


Inizialmente, alcuni accordi commerciali con la Cina hanno contribuito a mitigare gli effetti della crisi economica; più recentemente, l'istituzione dell'accordo internazionale ALBA (Alianza bolivariana para América Latina y el Caribe) promosso da Cuba e Venezuela nel 2004 ha avviato per l'isola caraibica una lenta ripresa degli scambi commerciali e delle importazioni di petrolio.


Nel 2006 Fidel si dimette dai suoi incarichi a causa di gravi problemi di salute. Gli succede il fratello Raúl, che due anni dopo viene eletto presidente: egli effettua alcune riforme economiche che conducono alla liberalizzazione del mercato delle "nuove tecnologie" come DVD, telefoni cellulari, computer e altro; vengono inoltre fusi i due sistemi monetari cubani, moneda nacional e cuc.


Nel 2014, Obama afferma di voler eliminare l'embargo su Cuba entro la fine del suo mandato, ovvero nel 2016: tuttavia, la procedura viene bloccata da Trump, suo successore.


5. La Rivoluzione Cubana tra mito e realtà

Immagine 6: 33 ideas de Ernesto Che Guevara | che guevara, ernesto che guevara, comandante che guevara (pinterest.com)

Cuba è firmataria della Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo, la quale garantisce, tra le altre cose, il diritto al lavoro, alla salute e all'istruzione, la libertà di parola e di stampa – "conformemente ai fini della società socialista" –, il diritto di riunione e manifestazione e la libertà di religione. Ciononostante, Castro è stato spesso accusato da organizzazioni e governi occidentali di non rispettare i diritti fondamentali dell'uomo.


Dal 14 gennaio del 2013 i cittadini dello Stato caraibico possono uscire liberamente da Cuba con il solo passaporto senza formalità particolari: a partire dal 1961, infatti, il governo cubano aveva imposto ampie restrizioni sui viaggi per evitare l'emigrazione di massa di persone dopo la rivoluzione del 1959.


L'11 luglio 2021 migliaia di persone sono scese in piazza a Cuba, in quella che è stata definita la più grande protesta di massa mai vista sull'isola negli ultimi 30 anni. Nel mirino ci sono il presidente Miguel Díaz-Canel e una situazione economica che continua a peggiorare per via delle sanzioni USA: pronta è stata la risposta del presidente che ha chiamato i cittadini fedeli agli ideali della rivoluzione a scendere in piazza per manifestare in difesa di Cuba, con la celebre frase "La orden de combate está dada, a la calle los revolucionarios!" ("L'ordine di combattere è stato dato, che i rivoluzionari scendano in piazza!").


Decenni dopo, la chiamata ai rivoluzionari ancora risuona forte e chiara: diceva Fidel che “se una speranza di riscatto esiste per la classe operaia cubana, essa è rappresentata da questo movimento, che è anche una speranza di terra per i contadini che vivono come paria in quella patria che i loro avi hanno liberato, una speranza di ritorno per quegli emigrati che hanno dovuto abbandonare una terra che era la loro, ma che non offriva né lavoro né vita, una speranza di pane per gli affamati e di giustizia per gli oppressi”.


Altrettanto duraturo negli anni è stato il fascino esercitato dal Che, rivoluzionario, guerrigliero, scrittore, politico e medico argentino diventato poi simbolo della rivoluzione cubana nel mondo. Dopo un lungo viaggio in Africa, nel marzo 1965, era tornato a La Habana e si era dimesso da tutte le cariche istituzionali, scrivendo ai genitori che credeva “nella lotta armata come unica soluzione per i popoli che vogliono liberarsi”.


Su di lui ha scritto anche Italo Calvino: “La ‘linea del Che esige molto dagli uomini, sia come metodo di lotta sia come prospettiva della società che deve nascere dalla lotta. Di fronte a tanta coerenza e coraggio nel portare alle ultime conseguenze un pensiero e una vita, mostriamoci innanzitutto modesti e sinceri, coscienti di quello che la ‘linea del Che’ vuol dire - una trasformazione radicale non solo della società ma della “natura umana”, a cominciare da noi stessi - e coscienti di che cosa ci separa dal metterla in pratica. La discussione di Guevara con tutti quelli che lo avvicinarono, la lunga discussione che per la sua non lunga vita (discussione-azione, discussione senza abbandonare mai il fucile), non sarà interrotta dalla morte, continuerà ad allargarsi. (...). Nella mia mente la discussione col Che è continuata per tutti questi anni, e più il tempo passava più lui aveva ragione. Anche adesso, morendo nel mettere in moto una lotta che non si fermerà, egli continua ad avere sempre ragione”.


Di fronte alla sua tomba, Fidel dice: “Perché pensano che uccidendolo avrebbe cessato di esistere come combattente? Oggi è in ogni luogo, ovunque ci sia una giusta causa da difendere. Il suo marchio indelebile è ormai nella storia e il suo sguardo luminoso di un profeta è diventato un simbolo per tutti i poveri di questo mondo”.


6. Come si vota nel monopartitismo

Immagine 7: Hoy en la Mesa Redonda, Asamblea Nacional del Poder Popular: ¿Qué se elegirá mañana? | Mesa Redonda (cubadebate.cu)

Unico partito a Cuba è il Partito Comunista che, tecnicamente, non propone candidati né partecipa alle elezioni dato che non c’è competizione con altri partiti: dunque, in questo monopartitismo, come vengono svolte le elezioni?


Secondo la Costituzione cubana del 1976, Cuba è uno Stato socialista di lavoratori – laico, indipendente e sovrano – in cui il potere è esercitato dal popolo tramite l’Assemblea Nazionale del Potere Popolare, le assemblee provinciali e quelle municipali.


L'Assemblea Nazionale del Potere Popolare è il supremo organo dello Stato ed è composto da 612 membri eletti per un mandato quinquennale. Tali elezioni si svolgono in due fasi: in un primo momento i candidati vengono scelti in una sorta di elezioni primarie e l'accettazione della candidatura è subordinata al vaglio del comitato elettorale; successivamente i candidati sono sottoposti al vaglio del corpo elettorale provinciale e devono conquistare la metà più uno dei consensi. Hanno diritto di voto i cittadini cubani incensurati e maggiorenni – che abbiano cioè compiuto il sedicesimo anno d’età. Il voto è segreto e lo spoglio è pubblico.


I membri del Consiglio di Stato e del Consiglio dei Ministri sono eletti dall'Assemblea Nazionale del Potere Popolare; il presidente, eletto a sua volta dall'Assemblea, resta in carica 5 anni: tuttavia, non c'è limite al numero di mandati consecutivi che può ricoprire. Nello specifico, Fidel ha ricoperto ininterrottamente la carica di presidente, venendo sempre eletto all'unanimità dall'Assemblea fin dal 1976. Nel 2008, dopo 49 anni di presidenza, ha dichiarato che non avrebbe accettato una nuova elezione, lasciando dunque l'incarico al fratello minore Raúl; nel 2018, invece, è stato eletto presidente Miguel Díaz-Canel.


Fidel muore nel 2016, 60 anni dopo che il Granma – storica imbarcazione che alcuni combattenti rivoluzionari, fra cui Fidel e Che Guevara, usarono per raggiungere Cuba dal Messico durante la Rivoluzione cubana - salpò. In onore della barca, Granma è in seguito diventato il titolo del giornale ufficiale del Partito Comunista, la cui informazione viene spesso e volentieri contraddetta dalla maggior parte dei media internazionali, che vedono nel meccanismo elettorale cubano l’assenza della libertà di scelta.


7. Elezioni 2023: cos’è davvero la democrazia?

Nell’isola, mai vengono realizzate campagne elettorali come in altri Paesi: semplicemente vengono collocati in luoghi visibili, 30 giorni prima di andare alle urne, le foto e le biografie dei candidati. Proprio nel sito del giornale ufficiale del PCC, ci sono vari scritti riferiti alle elezioni e, nello specifico, vi è un articolo intitolato “Le nostre elezioni” in cui si trovano alcuni interrogativi paradossali e provocatori:

«Non c’è democrazia in Cuba», ripetono sino all’esaurimento coloro che avversano il sistema politico cubano. «Come potrebbe esserci con un sol partito?». A questa domanda si potrebbe rispondere con un’altra: chi ha detto che democrazia significa multipartitismo? Democrazia è, in tutte le accezioni del termine, governo del popolo. E possiamo aggiungere: per il popolo e con il popolo. Il multipartitismo è, con tutto rispetto per la maggioranza delle società contemporanee che lo considerano garanzia di democrazia, una frammentazione delle forze politiche della nazione, con un fine supremo: disputare il potere. (…) Va detta una verità: Cuba ha conosciuto e praticato il multipartitismo e il popolo ha sempre perso nella battaglia dei partiti. È così che il senso di servizio alle maggioranze resta relegato e le stesse non giungono alle candidature. Cuba non si può misurare con questo criterio, perché il suo sistema elettorale è stato concepito giustamente per superare i limiti dei modelli tradizionali e per favorire l’accesso del popolo al potere. Ma non è proposito di questo editoriale discutere la legittimità dei processi elettorali di altre nazioni, né esaltare i nostri meriti denigrando gli altri, perché staremmo cadendo nello stesso errore dei molti che, senza conoscere il sistema elettorale cubano, lo squalificano perché non è copia e ricalco di quello che loro difendono.

In queste linee, c’è un capovolgimento di prospettiva: democrazia è la libertà di scegliere tra più opzioni o è, letteralmente, il potere del popolo di scegliere direttamente tra candidati che non appartengono a diversi partiti e che, semplicemente, si propongono per la vita politica? Molti contestano il vaglio a cui tali candidati sono sottoposti, poiché viene effettuata una scrematura “dall’alto” in cui, molto probabilmente, viene impedito l’accesso a coloro che di discostano o si oppongono a Cuba in quanto “Stato socialista di lavoratori”. Ma, dice il giornale, il multipartitismo non è stata un’opzione ottimale per Cuba: non comprenderlo e non condividerlo è forse insito nella natura degli occidentali che, avendo gli Stati Uniti come modello, non riescono a concepire qualcosa di diverso e di praticamente opposto. L’articolo continua:

La democrazia che non c’è in Cuba è quella che pratica la società del capitale, quella dell’impero del denaro e l’influenza che si pretende d’imporre in tutti i Paesi senza considerare la loro storia, le tradizioni e l’organizzazione sociale e politica. Nei modelli che si pretendono democratici in sé, vince generalmente chi investe «con più efficienza» i milioni ottenuti in campagne elettorali disuguali, chi compre più spazio nel concerto mediatico, chi getta più fango sui suoi rivali, chi fa più promesse.

Ancora una volta, è evidente uno spaccamento che ci mette spalle al muro: libertà è poter fare tutto ciò che voglio o tale libertà ha un prezzo che altri pagheranno in disuguaglianza e povertà? È una società libera quella in cui c’è un abisso tra poche persone molto ricche e tante persone molto povere? Ed è un regime un governo che, soggetto a embargo, raziona gli alimenti in modo che nessuno abbia tanto, ma che tutti abbiano qualcosa? A rafforzare questo paradosso, ci sono le parole del poeta spagnolo Pablo Hasel, che scriveva: “Cuba invia medici e solidarietà per tutto il pianeta ed è una terribile dittatura. Gli USA creano guerra, saccheggiano materie prime e sono democrazia.” Infine, l’articolo conclude così:


La democrazia cubana, genuina, autentica – non importata – ha un cognome socialista. La sua essenza radica nella partecipazione cittadina, nel diritto di tutte le persone di partecipare alla costruzione economica, politica e sociale della nazione. Anche se le successive amministrazioni statunitensi e i pedoni al loro servizio nelle reti sociali pretendono presentare al mondo una Cuba con un governo rigido, autoritario e fallito, la forza della verità sarà sempre superiore alle ridicole campagne di discredito.

8. Conclusioni


Nel suo discorso durante la chiusura del V Plenum del Comitato Centrale del Partito – avvenuta lo scorso 10 dicembre – l’attuale presidente di Cuba ha affermato che “gli avversari delle nostre idee insistono nel dire che i giovani cubani sono delusi dalla Rivoluzione. Per provarlo utilizzano dati migratori. Non parlano del blocco né delle tendenze mondiali dell’emigrazione, né delle logiche dei movimenti umani in tempi di crisi”. In attesa delle ormai prossime elezioni, dunque, c’è chi guarda a Cuba con rassegnazione al suo status quo, identificandola come l’esatto – inaccettabile – opposto rispetto ai canoni occidentali e statunitensi; dall’altro lato, invece, c’è chi sottolinea – come fa il presidente – quanto gli stessi Stati Uniti abbiano una parte di responsabilità in tutto ciò.


Ciò che è certo è che a Cuba, ormai da sessant’anni, resistono il ricordo e il sogno della rivoluzione che ha fatto fuggire un sergente assoggettato ad altri; una rivoluzione il cui prezzo da pagare è ancora alto; una rivoluzione in un’isola di cui è sempre difficile conoscere la verità – comunque difficile da comprendere per chi è nato e cresciuto in una società capitalista.

Immagine 9: Cuba: propaganda | . | Яeиée | Flickr

Proprio sulla scia nostalgica di tale rivoluzione, con una retorica per alcuni fuori luogo e fuori tempo, così conclude il suo discorso il presidente Canel:

Niente è mai stato facile per la Rivoluzione Cubana. I 64 anni che compirà tra pochi giorni sono marcati dalle difficoltà e dalle sfide, ma come risposta sono anche pieni di prodezze e di eroismi. (…) Le rivoluzioni non terminano mai, perché ogni meta è un punto di partenza, nell’eterna lotta dell’essere umano per la sua emancipazione e della società per la sua evoluzione verso stadi superiori. La storica frase di Fidel nell’ora del trionfo: «Forse d’ora in avanti sarà tutto più difficile», conserva la sua vigenza nonostante gli indiscutibili passi avanti e le conquiste della Rivoluzione. La buona notizia è che solo per il cammino più difficile si ottengono risultati durevoli e che la bellezza dell’opera umana è sfidare e vincere le difficoltà. ¡Hasta la victoria siempre! ¡Patria o Muerte! ¡Venceremos!

(scarica l'analisi)

Cuba_ la Rivoluzione è morta e la democrazia pure_Maria Casolin
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