"Crisi" sullo Stretto di Hormuz

(di Giovanni M. Ficarra)

Introduzione

Lo stretto di Hormuz è una delle aree di mare più trafficate al mondo. Vi transitano ogni anno il gas naturale e il petrolio estratti dai giacimenti dei ricchissimi emirati del Golfo Persico. Lo stretto è dunque di vitale importanza per il controllo di rotte commerciali estremamente ricche, oltre che la porta che conduce al Kuwait e all’Iraq e dunque fornisce l’accesso alle parti più interne del Medio Oriente.

In questo intricato sistema di interessi economici e commerciali si inserisce la tensione di tipo religioso e geopolitico tra le due grandi potenze islamiche: i Sauditi da un lato e l’Iran dall’altro a confrontarsi sulle due sponde del Golfo.


Gli eventi del 13 giugno

La tensione latente si è riaccesa immediatamente dopo che due navi appartenenti ad altrettante compagnie, una norvegese e una giapponese, sono state coinvolte in due esplosioni poco al largo della costa iraniana. Appare singolare che le esplosioni siano avvenute entrambe sopra la linea di galleggiamento ma che in entrambi i casi si sia parlato di siluri, queste informazioni rimangono comunque non confermate e la fonte delle stesse è incerta.

Gli equipaggi delle due navi sembrano essere stati salvati da unità della marina iraniana presenti in zona anche se la compagnia giapponese ha comunicato che una parte o tutto il proprio personale è stata recuperata da una nave vicina battente bandiera sudcoreana. Ad ora (h. 23,00 del 13 giugno) si ha notizia di 44 uomini tratti in salvo e di un ferito lieve.

La situazione nel Golfo non pare comunque delle più rosee. La quinta flotta americana, da poco rinforzata da una portaerei è attualmente di stanza in Bahrein. Insieme al comando della Royal Navy ha annunciato di voler intraprendere indagini per appurare la sequenza degli eventi ma a tal proposito il fatto che tutti gli equipaggi siano apparentemente stati condotti in territorio iraniano potrebbe non rendere semplici le indagini.


Il round diplomatico

Fonte: The Japan Times

Ad aggiungere elementi ad un quadro già sovraccarico, gli eventi sono avvenuti durante la visita di stato a Teheran del premier giapponese Shinzo Abe. Ultimo componente di una lunga processione di diplomatici, Abe era stato anticipato dal proprio ministro degli esteri e, lunedì 10 giugno, dal ministro degli esteri tedesco Heiko Maas. Le varie visite diplomatiche sono strettamente correlate a un forte tentativo di mediazione da parte sia giapponese che europea per riportare gli USA e l’Iran al tavolo delle trattative sul Nuclear Deal rotto da Trump l’8 maggio 2018. L’obiettivo è evitare la piena re-imposizione delle sanzioni americane non soltanto nei confronti dell’Iran, ma anche nei confronti delle imprese occidentali operanti nel Paese, un colpo miliardario per vari Stati tra i quali in prima linea spicca l’Italia.

Fonte: DW

Ovviamente l’effetto economico è secondario rispetto a quello, ben più pericoloso per la regione, della rinascita del programma nucleare iraniano, vera fonte di squilibri della regione e, se completato, potenziale cambiamento di paradigma degli equilibri interni al Medio Oriente.

Teheran ha già annunciato che a meno che non vengano rimosse le sanzioni riprenderà il proprio programma nucleare dall’inizio di questo luglio rafforzando così le tesi oltranziste in seno alla Casa Bianca e il conflitto a distanza combattuto in Yemen, contro l’Arabia Saudita insieme ai guerriglieri Houthi, e in Siria e Libano, contro Israele e per mezzo del governo di Assad e di Hezbollah.


Effetti economici delle sanzioni

Le sanzioni reintrodotte dagli Stati Uniti una volta pienamente in funzione colpiranno pesantemente miliardi di interessi economici dei partner occidentali. L’Italia perderà un interscambio complessivo di 5 miliardi di euro, primo partner commerciale europeo e di gran lunga preponderante anche rispetto a Giappone, Germania, Francia e Russia. L’unione nel suo complesso rischia di perdere 9,4 miliardi di euro di importazioni, in massima parte prodotti petroliferi, e 11,3 miliardi di esportazioni. Una perdita netta per l’economia comunitaria che mette a rischio 150 mila posti di lavoro attraverso tutto il continente tra settori di esportazione ed indotto.

Fonte: atlas.media.mit.edu

Fonte: atlas.media.mit.edu


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