Crisi ambientale + Boko Haram = Lago Ciad, la più grave crisi africana

Aggiornato il: 5 lug 2018


Tra i conflitti dimenticati o non bene inquadrati, ritroviamo sicuramente quello che si sviluppa intorno alle rive e sulle isolette del Lago Ciad. Questo lago, il quarto africano per estensione dopo i laghi Vittoria, Tanganica e Niassa, è un lago internazionale (argomento – quello dei laghi internazionali - abbondantemente trattato, sotto diverse sfumature, nel nostro corso online “Blue Gold – The Water Games” in cui abbiamo sottolineato in ogni modo il ruolo dell’acqua come elemento strategico) suddiviso tra Nigeria, Niger, Ciad e Camerun. Questi Paesi, assieme a Libia e Repubblica Centrafricana compongono la Commissione per il bacino del lago Ciad, organismo regionale fondato nel 1964 cui partecipano, come osservatori, Sudan, Egitto e Repubblica Democratica del Congo.

Il ruolo di questa commissione diviene sempre più importante man mano che i decenni passano, giacché dal 1950 ad oggi l’estensione del lago si è notevolmente ristretta. Sebbene alcuni esperti parlino di lago “a geometria variabile”, che cioè muta a seconda delle epoche e delle condizioni climatiche, il fatto che attualmente il lago sia il 10% di quello che era 70 anni fa non può non destare preoccupazione. A maggior ragione se si considera che sulle sue rive e sugli isolotti vivono e si spostano circa 30 milioni di persone.

Mentre il lago è andato restringendosi, la popolazione della regione ha continuato ad aumentare non solo per l’elevatissimo tasso di fertilità di Niger e Ciad. Difatti, a ciò si aggiungono le violenze, e il conseguente conflitto, scatenate da Boko Haram nel nord est della Nigeria e che si sono estese e radicate negli ultimi tre anni su tutti e quattro i versanti transfrontalieri, coinvolgendo direttamente circa 17 milioni di persone, per la maggior parte donne e bambini.

La violenza ha costretto milioni di persone in tutti e quattro i paesi ad abbandonare la propria casa e ha ostacolato l'accesso ai terreni e alle attività agricole creando enormi bisogni umanitari in una zona già alle prese con l'insicurezza alimentare, la povertà e il degrado ambientale. Le comunità ospitanti, in particolare, lottano ormai da diversi anni per alimentare gli sfollati (circa 2,4 milioni secondo i dati 2016), oltre a se stessi. Al contempo la chiusura delle frontiere dei quattro Paesi ha provocato un impatto negativo sul commercio dei beni oltre a una pesante campagna militare che ha inflitto sofferenza anche alla popolazione che si intendeva proteggere.

L’ONU sta attenzionando con costanza la situazione, attraverso diverse agenzie e istituti specializzati, in particolare FAO (giacché, sebbene la costruzione di nuovi oleodotti come quello Doba-Kribi stia consentendo lo sfruttamento delle notevoli risorse petrolifere che l’area possiede, l’economia della zona rimane per l’80% di tipo agricolo) e UNICEF (si segnala calorosamente il rapporto “Silent Shame Bringing out the voices of children caught in the Lake Chad crisis”). A febbraio di quest’anno inoltre, a Oslo, si è tenuta una conferenza proprio sulla crisi del lago Ciad, in cui il livello di insicurezza alimentare raggiunto è quello di “Famine” (il più elevato). Ad essa hanno partecipato 14 Stati, tra cui l’Italia: Norvegia e Germania hanno dato un grosso aiuto finanziario e l’Italia si è impegnata con un Piano Straordinario di aiuti di 3 anni per l’emergenza. La commissione del bacino del lago Ciad, dal canto suo, ha avanzato diverse ipotesi per affrontare tali problematiche: abbandonato il progetto di innalzare il livello del Ciad tramite il prosciugamento di un sistema paludoso di 8000 km² del Sudan meridionale nonché la costruzione di un canale dì 360 km, è stata decisa invece la realizzazione di un canale di oltre 100 km (con un costo stimato in sette milioni di dollari) per immettere nel Ciad parte delle acque del Oubangui, un affluente del Congo che segna il confine meridionale della Repubblica Centrafricana. Per affrontare l’emergenza economica innescata dalla crisi ambientale è stato anche proposto dì sostituire razze e specie vegetali autoctone, di origine millenaria, ma l’ONU cerca di scoraggiare tali interventi poiché rischiano di sconvolgere i già precari equilibri di un ecosistema.


Consulta il Rapporto FAO

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