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La Corazzata Kotiomkin, ovvero la sindrome ucraina tra il serio e il faceto. Soprattutto il faceto.

Aggiornamento: 28 feb 2022

1. Un fantozziano segno del destino.


Questo articolo barbino sarà una storia fantozziana, quindi preparatevi adeguatamente. Sabato mattina mi accorgo con disperazione che la mia macchina a capsule per il caffè si è rotta. Ora vi chiederete cosa c’entra con un’analisi geopolitica, ma seguitemi e portate pazienza. Disperato, tra una chiacchiera e l’altra sull’Ucraina con gli analisti di AMIStaDeS e di AIAIG, non posso che rivolgermi – da buon dipendente da caffè – al Sacro Ordine dei Pelati, un’associazione internazionale che assiste noi pelati in siffatti momenti di crisi geopolitica. Va bene l’aumento del gas e dell’energia elettrica, ma senza caffè, vi prego: NO.


Quindi viene in mio aiuto il Fratello Pelato Jeff Bezos, che in men che non si dica mi invia una nuova macchina, che provvedo a ritirare oggi, Lunedì 14 Febbraio. Tra una notizia e l’altra, tra una Miss Italia e un Superbonus, salta ai miei occhi l’ennesima analisi sull’Ucraina, data prevista per l’invasione: Mercoledì 16 Febbraio. Perplesso, e deciso a mantenere forte la mia politica (leggasi: un analista non dovrebbe mai, e sottolineo MAI, scrivere sull’onda delle breaking news. In primis perché un analista deve prevedere in anticipo, e quindi scrivere molto prima delle news, e in seconda istanza perché un analista vero non fa il mestiere del giornalista, consapevole del notevole noise tipico dei media nei momenti di tensione e crisi), comincio a scartare la mia nuova De Longhi. Sorpresa: l’etichetta dice, bello grande: MADE IN UKRAINE.


Ok, è un segno del destino. Devo scrivere di Ucraina. O meglio, devo disperarmi sull’Ucraina. O peggio: devo disperarmi sullo stato dei media, del giornalismo e peggio ancora degli “analisti” italiani sull’Ucraina.


Ok, scrivo dell’Ucraina, penso tra me e me, ma devo tenere bene a mente il consiglio di un collega di un paio di settimane fa: devo essere meno aggressivo e meno arrogante. Ci provo. Facciamo così, scrivo un’analisi semiseria, in cui più che affermazioni mi limito a porre delle domande. Maieutica, diciamo. Però che va verso il parto cesareo.


2. La schizofrenia dei media occidentali tra Filini, Calboni e Guidobaldo Maria Riccardelli.


Quando è iniziato tutto questo tam tam? C’è da chiedersi quanto sia peculiare l’origine dell’attenzione sui movimenti delle truppe russe. Sui media occidentali, a cominciare dal Washington Post e dall’Economist, sono volate varie veline, alcune addirittura basate su notizie dal Pentagono e dall’Intelligence statunitense. Ora, non serve essere degli esperti OsInt, con macchine “anonimizzate”, per notare che TUTTI gli articoli sul tema, curiosamente, sono successivi al 15 Novembre 2021, e cioè posteriori alla pubblicazione di un post sul blog di un’azienda polacca, la Rochan Consulting (che sia l’Economist che il Washington Post hanno citato come autorevole fonte), che vanta il tracciamento dei movimenti delle truppe russe vicino i confini ucraini. Curiosamente, nessuno si è posto il problema di verificare questa fonte[1] (“verificare” non significa solo valutarne la veridicità, ma anche le motivazioni).


Comincia il tam tam, o meglio quello che qualche amico anglosassone ha chiamato “war drumming”, ovvero il battere sui tamburi di guerra da una parte e dall’altra, o meglio soprattutto da parte occidentale, perché intanto gli ucraini, Zelens’kyj in primis, cercano di arginare il panico, mentre amici russi mi dicono che da loro, di guerra, non tira aria e non c’è proprio voglia. Soprattutto in quell’ampia fascia della popolazione – la media borghesia originata dalle prime politiche di Putin – che sostiene il governo (non ditelo a chi scrive libri sulle oligarchie di Putin, o meglio sulle oligarchie tipicamente ex sovietiche, anzi tipiche di tutta l’area sin dai tempi di Nevskij, soprattutto non rivelategli che a quel tipo di oligarchie appartenevano anche beniamine dell’occidente tipo la Timošenko).


Da noi, improvvisamente, sono diventati tutti esperti di cose militari, russe in particolar modo. Sì, esatto, gli stessi che definivano fino a due giorni fa qualsiasi veicolo verde “carro armato”. Gli stessi che da qualche giorno definiscono Putin un “pazzo che non è più consapevole della realtà che lo circonda”, raffinati analisti geopolitici, comportamentali, sicuramente con blasonate lauree in psicologia e criminologia lombrosiana, che evidentemente commentano “l’occhio della madre!” (cit.) guardando le conferenze stampa di Putin, che – a dire loro – dovrebbe a questo punto mostrare i segni tipici in volto e nel comportamento di un disturbo borderline della personalità.


175.000, 120.000, 130.000, 100.000 truppe, sembra quasi la tombola di Natale di quando ero ragazzino. Ci sono anche i classici simpaticoni che al primo numero estratto urlano “ambo!” (“Invasione!”) e io sinceramente mi chiedo se quelli che stanno male non siano i giornalisti e gli analisti, anziché Putin.

Qualcuno urla anche “Tombola!”, anzi “questa sera il montaggio analogico, mi ha completamente sconvolto!” (cit. Calboni), ovvero spara date a casaccio circa l’invasione (prima era Natale, poi gennaio, poi Mercoledì, etc. etc.).


3. Qualche domanda, tra un caffè etiope e uno italiano.


Ora, io posso anche capire che ci sia del panico. Alla fine di guerra in Europa non si parlava da parecchio (diciamo dal 1999). Sospetto – per via della mia sempiterna fisima della teoria della complessità – che questo tam tam sia generato da varie spinte. Una, sicuramente, è quella del clickbaiting tipico dei media on line. Insomma, il Covid ormai annoia, la partita Quirinale è chiusa, Sanremo è andato, e le piattaforme hanno bisogno di qualcosa di nuovo e sconvolgente per fare cassa, ecco quindi l’Ucraina. C’è ovviamente la paura, vera o presunta, spontanea o volutamente generata. C’è sicuramente la disinformazione intesa come info-war, da una parte e dall’altra. In tal senso mi preme fare un simpatico esempio: la scorsa settimana l’account Instagram della Commissione UE pubblicava un post della piattaforma EUvsDISINFO.eu che cianciava di disinformazione russa. Secondo questi ragazzi la sindrome da accerchiamento russa è una baggianata, una menzogna artificiosa, in quanto i confini russi sono tutt’altro che accerchiati. Evidentemente hanno mancato di leggere i leak di Wikileaks in cui lo stesso ambasciatore americano parlava della reale esistenza, dell’importanza e dell’impatto di tale sindrome, il che davvero lascia un punto interrogativo circa la questione “ma è incompetenza oppure cianciamo di disinformazione altrui mentre siamo i primi a farla?”. Per rafforzare la domanda, vale la pena citare parte di quella comunicazione di ben 14 anni fa:


5. (C) Ukraine and Georgia's NATO aspirations not only touch

a raw nerve in Russia, they engender serious concerns about

the consequences for stability in the region. Not only does

Russia perceive encirclement, and efforts to undermine

Russia's influence in the region, but it also fears

unpredictable and uncontrolled consequences which would

seriously affect Russian security interests. Experts tell us

that Russia is particularly worried that the strong divisions

in Ukraine over NATO membership, with much of the

ethnic-Russian community against membership, could lead to a

major split, involving violence or at worst, civil war. In

that eventuality, Russia would have to decide whether to

intervene; a decision Russia does not want to have to face.[2]


Insomma, verrebbe da chiedersi se i nostrani geni dell’analisi geopolitica, che oggi parlano di deliri di potenza dei russi in generale (di imperialismo zarista, addirittura) e di onnipotenza putiniana, non si siano almeno presi la briga di studiare gli ultimi 30 anni di storia russa. Non dico di partire dalla Rus’ di Kiev eh, dico gli ultimi 30 anni. Le basi proprio.


Un’altra domanda che sinceramente mi pongo questi giorni è come mai nessuno si sia ricordato di South Stream. Insomma, nel 2014 l’Europa in generale e l’Italia in particolare hanno dovuto chiudere un progetto di approvvigionamento del gas. Per la Crimea. Ok. Oggi dovremmo come europei rinunciare a North Stream 2. Ok. Poi il gas lo compriamo dagli USA, che ci costa di più, però almeno non siamo ricattabili dai russi. Ok. Magari sono paranoico io, ci può stare. Magari sono pieno di bias cognitivi – io, i “colleghi” che ronzano intorno all’ambasciata americana no -, ma solo a me sembra che qualcosa non torni? Certo, come disse un collega – serio -, tra l’uno e l’altro preferisco il fornitore liberale. Si, ok, ma non mi sembra proprio il meglio in termini di interessi nazionali ed europei. Per esperienza aziendale, si può dire che la differenziazione degli approvvigionamenti sia sacrosanta, comporta una massiccia mitigazione dei rischi. Economicamente parlando, però, approvvigionarsi da fornitori più costosi è controproducente, lo sa anche il proprietario settantenne dell’alimentari sotto casa.


Mi sovviene anche un interrogativo un po’ più tecnico. Chi, come me, si occupa di Medio Oriente, sa perfettamente che i russi hanno delle politiche strettissime circa l’utilizzo degli smartphone da parte delle proprie truppe in Siria. Utilizzo possibile: zero. Le immagino non propagandistiche e non autorizzate delle truppe russe in Siria sono veramente rare. Diversamente, Telegram pullula di movimenti di truppe russe ai confini con l’Ucraina. Pieno proprio eh, inclusa un’intera compagnia corazzata bloccata dal fango durante le recenti esercitazioni in Bielorussia. A nessuno viene in mente che questa contraddizione sia quanto meno sospetta? Certo, mi rendo conto, non può essere una domanda da Sig.na Silvani che ritiene l’Armata Russa obsoleta (solo tra il 2015 e il 2021 in Siria sono stati testati 240 nuovi sistemi d’arma e simili – pochi, forse nessun esercito occidentale può vantare lo stesso ritmo di innovazione). Obsoleta, detto da chi non sa cos’è un 125mm a canna liscia.


Un collega, giustamente, ieri mi chiedeva anche se potessero essere sensate quelle poche analisi di specialisti che si chiedevano come fosse possibile invadere l’Ucraina con 120.000 uomini circa. C’è da dire che se basassimo l’analisi su degli indicatori superficiali, la presenza di truppe al confine effettivamente farebbe intravedere un’invasione, e non si può a tutti gli effetti escludere, poiché in questo genere di situazione complessa un nonnulla, un singolo colpo di fucile, può scatenare una reazione a catena imprevedibile. Certo però che se guardiamo alle precedenti operazioni russe (140.000 uomini al picco per l’Afghanistan e circa la metà per ogni guerra in Cecenia), verrebbe da chiedersi se stiano facendo sul serio o se, semplicemente, stiano negoziando col famoso “metodo del Cremlino” come codificato dal matematico Igor Ryzov (che sicuramente i nostri Filini, Calboni, Silvani e Riccardelli conoscono).

In tutto ciò le due più grandi domande strategiche che dovremmo porci, noi poveri europei, sono secondo me davvero importanti per gli anni a venire. La prima è se non sia ora, come Unione Europea, di svegliarsi, dare una bella manata alla classe dirigente e rinforzare un po’ di “europeismo di potenza”, come piace chiamarlo a me. La seconda è se sia saggio continuare a spingere l’Orso (che non è Putin, ma la Russia, che è ben diverso) nell’angolo, rischiando di farlo cadere tra le braccia dei cinesi (con somma disperazione dei mongoli, che storicamente preferiscono i russi ai cinesi). Domande che a loro volta ne comportano dozzine di altre (tipo: ma Borrell a che serve? Oppure: ma non sarà ora di rivedere le competenze necessarie al personale di Bruxelles e Strasburgo per far sì che si guardi al mondo da un punto di vista europeo più efficiente e serio? Etc. etc.).


Non ultima, domandona epica: sono due mesi che Lavrov, Peskov e Putin dichiarano di non voler invadere. Davvero li riteniamo così ingenui e stupidi da mentire spudoratamente a tutto il mondo? Oddio, effettivamente mi tornano in mente alcune grandi menzogne, tipo le armi chimiche in Iraq… Ah già, quelli però erano americani.


4. Concludendo: ma non è che è tutta una “c****a pazzesca”? Ovvero dell’irresponsabilità dei giornalisti (e dei presunti “analisti”).


Noi italiani dovremmo sapere da circa un secolo e 7 anni quanto il giornalismo impatti sui sentimenti guerrafondai invece di condurre l’opinione pubblica attraverso un atteggiamento più cauto, calmo e ponderato (lasciando fare le cose serie, dietro le quinte, a diplomatici e Intelligence), e personalmente – chi mi ha visto parlare dal vivo sulla Siria lo sa bene – ritengo estremamente irresponsabile spingere per la guerra nascondendosi dietro a presunti valori universali, o peggio facendo i passivo – aggressivi. O ancora peggio (perdonate la ripetizione, ho finito i superlativi), scrivere fregnacce per puro narcisismo patologico. Soprattutto quando a patire le conseguenze della guerra sono popolazioni altre. Immagino che a questi personaggi poco tanga dell’aumento del gas, ma vorrei ricordare loro che invece tange alla mia generazione e su quelle più giovani, che sono anche le generazioni che li mantengono attraverso master in cui, nel più dei casi, non fanno altro che parlarsi addosso, sempre senza neanche sapere che differenza corra tra un T-80, un T-90 e un T-14 (o peggio, scrivendo paper in cui “Esercito Italiano” è costantemente scritto con la minuscola, ma pretendendo di spiegare all’establishment militare perché si dovrebbe investire in MBT).


Detto ciò, tra un caffè e l’altro, io mi metto in poltrona, spero che nulla succeda in termini militari, che tutto si concluda con i classici arzigogoli diplomatici e che ci si possa fare quattro risate sulle scuse inerenti il “perché i russi non hanno invaso l’Ucraina mercoledì”. E penso ai già menzionati Peskov, Lavrov e Putin che sghignazzano sull’isteria dell’opinione pubblica occidentale.

Note

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