La Corazzata Kotiomkin, ovvero la sindrome ucraina tra il serio e il faceto. Soprattutto il faceto.

Aggiornamento: 28 feb

di Alessandro Vivaldi

1. Un fantozziano segno del destino.


Questo articolo barbino sarà una storia fantozziana, quindi preparatevi adeguatamente. Sabato mattina mi accorgo con disperazione che la mia macchina a capsule per il caffè si è rotta. Ora vi chiederete cosa c’entra con un’analisi geopolitica, ma seguitemi e portate pazienza. Disperato, tra una chiacchiera e l’altra sull’Ucraina con gli analisti di AMIStaDeS e di AIAIG, non posso che rivolgermi – da buon dipendente da caffè – al Sacro Ordine dei Pelati, un’associazione internazionale che assiste noi pelati in siffatti momenti di crisi geopolitica. Va bene l’aumento del gas e dell’energia elettrica, ma senza caffè, vi prego: NO.


Quindi viene in mio aiuto il Fratello Pelato Jeff Bezos, che in men che non si dica mi invia una nuova macchina, che provvedo a ritirare oggi, Lunedì 14 Febbraio. Tra una notizia e l’altra, tra una Miss Italia e un Superbonus, salta ai miei occhi l’ennesima analisi sull’Ucraina, data prevista per l’invasione: Mercoledì 16 Febbraio. Perplesso, e deciso a mantenere forte la mia politica (leggasi: un analista non dovrebbe mai, e sottolineo MAI, scrivere sull’onda delle breaking news. In primis perché un analista deve prevedere in anticipo, e quindi scrivere molto prima delle news, e in seconda istanza perché un analista vero non fa il mestiere del giornalista, consapevole del notevole noise tipico dei media nei momenti di tensione e crisi), comincio a scartare la mia nuova De Longhi. Sorpresa: l’etichetta dice, bello grande: MADE IN UKRAINE.


Ok, è un segno del destino. Devo scrivere di Ucraina. O meglio, devo disperarmi sull’Ucraina. O peggio: devo disperarmi sullo stato dei media, del giornalismo e peggio ancora degli “analisti” italiani sull’Ucraina.


Ok, scrivo dell’Ucraina, penso tra me e me, ma devo tenere bene a mente il consiglio di un collega di un paio di settimane fa: devo essere meno aggressivo e meno arrogante. Ci provo. Facciamo così, scrivo un’analisi semiseria, in cui più che affermazioni mi limito a porre delle domande. Maieutica, diciamo. Però che va verso il parto cesareo.


2. La schizofrenia dei media occidentali tra Filini, Calboni e Guidobaldo Maria Riccardelli.


Quando è iniziato tutto questo tam tam? C’è da chiedersi quanto sia peculiare l’origine dell’attenzione sui movimenti delle truppe russe. Sui media occidentali, a cominciare dal Washington Post e dall’Economist, sono volate varie veline, alcune addirittura basate su notizie dal Pentagono e dall’Intelligence statunitense. Ora, non serve essere degli esperti OsInt, con macchine “anonimizzate”, per notare che TUTTI gli articoli sul tema, curiosamente, sono successivi al 15 Novembre 2021, e cioè posteriori alla pubblicazione di un post sul blog di un’azienda polacca, la Rochan Consulting (che sia l’Economist che il Washington Post hanno citato come autorevole fonte), che vanta il tracciamento dei movimenti delle truppe russe vicino i confini ucraini. Curiosamente, nessuno si è posto il problema di verificare questa fonte[1] (“verificare” non significa solo valutarne la veridicità, ma anche le motivazioni).


Comincia il tam tam, o meglio quello che qualche amico anglosassone ha chiamato “war drumming”, ovvero il battere sui tamburi di guerra da una parte e dall’altra, o meglio soprattutto da parte occidentale, perché intanto gli ucraini, Zelens’kyj in primis, cercano di arginare il panico, mentre amici russi mi dicono che da loro, di guerra, non tira aria e non c’è proprio voglia. Soprattutto in quell’ampia fascia della popolazione – la media borghesia originata dalle prime politiche di Putin – che sostiene il governo (non ditelo a chi scrive libri sulle oligarchie di Putin, o meglio sulle oligarchie tipicamente ex sovietiche, anzi tipiche di tutta l’area sin dai tempi di Nevskij, soprattutto non rivelategli che a quel tipo di oligarchie appartenevano anche beniamine dell’occidente tipo la Timošenko).