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Continuare a dividere dopo Berlino

Aggiornato il: giu 28

(a cura di Laura Santilli)

Se guardiamo al corso della Storia, al passato di alcuni eventi, ci è capitato probabilmente di pensare: “mai più”. “Mai più” un tale livello di distruzione dopo le bombe atomiche su Hiroshima e Nagasaki, “mai più” lasciarci dividere da separazioni, soprattutto ideologiche, come quelle che hanno dato vita al muro di Berlino.

Perché allora, la politica della costruzione dei muri ha continuato a crescere costantemente negli ultimi trent’anni? Questo complesso di sicurezza sarà in grado di sostenere le future sfide del sistema internazionale?

1. Speranze disattese

Walter Benjamin, nel suo manoscritto Sul concetto di storia, annota: “Lo stupore perché le cose che noi viviamo sono ancora possibili nel Ventesimo secolo non è filosofico. Non sta all’inizio di alcuna conoscenza, se non di questa: che l’idea di storia da cui deriva non è sostenibile”[1].

Il crollo del muro di Berlino e la fine della Guerra Fredda segnarono profondamente l’immaginazione popolare: si era finalmente realizzata la fine di un modo diviso in due sfere di influenza, separato da conflitti e dispute sui confini. La caduta del muro e l’emergere di un nuovo sistema internazionale che ci avrebbe condotti verso la globalizzazione, sembrava condannare irrimediabilmente i concetti di “stato” e “confini”.


Il presente però, sembra suggerirci che queste speranze e aspettative siano state disattese.

Dal 1989 al 2010, infatti, sono stati costruiti quarantotto nuovi muri nel mondo[2]

Erigere un muro per scopo di difesa, è probabilmente il più antico strumento e simbolo di sicurezza inventato dall’uomo: le mura di Troia, di Babilonia, la Grande Muraglia cinese o il vallo di Adriano.

Barriere create per definire i confini di uno Stato, marcare le differenze politiche e culturali tra diverse etnie, difendersi dalla volontà di conquista del nemico. Inoltre, il muro ha avuto e continua ad avere una precisa caratteristica: se da un lato ha la funzione di dividere da un “nemico”, dall’altro lato serve a unire la popolazione che vuole difendersi, creando un’identità. Marcando un limite con chi è riconosciuto come “diverso” e quindi temibile, si può anche cercare di eliminare le naturali divisioni interne di un popolo.

A differenza del passato tuttavia, nel presente ogni Stato controlla il proprio territorio che ha confini precisi, regolamentati dal diritto internazionale, che gli altri Paesi nel mondo hanno riconosciuto e deciso di rispettare. La maggioranza degli Stati nel mondo è membro delle Nazioni Unite e ne ha sottoscritto la Carta in cui si riconosce la sovranità territoriale di ciascuno dei membri.

Qual è allora, il compito di un muro nel tempo presente?

Negli ultimi trent’anni, nell’era della globalizzazione, lo scopo della costruzione di un muro è divenuto proprio quello di bloccare, o almeno ridurre il movimento di civili non autorizzati e dei beni e servizi non regolamentati. Nella seconda metà del ventesimo secolo infatti, la popolazione globale è cresciuta rapidamente, passando da 3 miliardi di persone nel 1960, ai circa 7 miliardi attuali.[3] Al tempo stesso, sono emerse delle sostanziali differenze economiche tra i paesi più ricchi e più poveri della terra, che hanno spinto le persone a spostarsi dalle aree rurali verso le città, o anche a superare i confini del proprio Stato in cerca di migliori opportunità lavorative.

Inoltre, nell’ultimo trentennio, è aumentato il numero di guerre in specifiche aree del mondo e sono quindi cresciute, in termini di milioni, le persone costrette a fuggire dal proprio Paese in cerca di sicurezza. Dopo l’11 settembre poi, la ricerca incessante di una sicurezza totale a causa del terrorismo internazionale, ha trovato nel muro uno dei suoi simboli più forti e immediati.

Per descrivere la contrapposizione e contraddizione tra la chiusura dei territori, quindi l’impossibilità per le persone in condizioni di vita più fragili e precarie di spostarsi e invece, un’apertura liberale dell’economia, intesa libera circolazione di beni e servizi, i due studiosi Florine Ballif e Stéphane Rosière hanno inventato l’espressione teichopolitique, “teicopolitica”, dal greco teichos che indica proprio le mura della città.

2. Teicopolitica: le nuove caratteristiche dei muri

Secondo i due autori, la teicopolitica è l’insieme di tutte quelle politiche che sezionano materialmente lo spazio a partire da un principio di messa in sicurezza, di protezione, di controllo del territorio. Essa implica poi, la creazione di sistemi di protezione ulteriori, che mettano in sicurezza lo stesso muro e lo spazio in cui si trova. L’attitudine che i governi hanno davanti alla percezione del rischio, soprattutto dopo l’11 settembre, si è infatti modificata nell’evitare il verificarsi del rischio stesso e quindi nell’aumentare il controllo degli stessi sistemi di sicurezza, che di per sé svolgono proprio quella funzione. Anche il controllo delle mura, lì dove sono già state costruite, deve essere quindi rinforzato.

Le mura costruite negli ultimi trent’anni, sono state edificate principalmente in territori che si caratterizzano ancora per la presenza di: conflitti, come nel caso del muro tra Palestina e Israele - o e mura difensive costruite dall’esercito statunitense in alcune città irachene durante la guerra del 2003- e di forti disparità economiche, come nel caso del muro tra il Messico e gli Stati Uniti, o quello tra l’India e il Bangladesh. Normalmente si utilizza sempre o, nella maggioranza dei casi il termine “muro”. Tuttavia, a seconda del grado di sicurezza del territorio in cui si trova, esso può assumere caratteristiche differenti che vanno quindi indicate con nomi diversi: le tipologie di frontiere chiuse sono quattro e ognuna di esse assolve a delle richieste di sicurezza ben precise.

La prima tipologia è quella delle frontiere che si trovano al confine tra due Stati che non vogliono mettere in comunicazione i propri territori. Viene così a crearsi una zona tampone in cui la circolazione è vietata e le frontiere tra i due Paesi sono di fatto chiuse, ma non è stata costruita nessuna barriera artificiale. Un esempio di questa tipologia è il confine tra la Colombia e Panama.

La seconda tipologia è invece, ben visibile sul terreno. Si tratta di una chiusura che prende concretezza attraverso delle barriere di differenti materiali, come il filo spinato, a volte elettrico. Questo tipo di barriera , ad esempio quella tra la Cina e il Kazakistan, ha un costo di costruzione relativamente modesto e chi volesse provare ad attraversarla ha buone probabilità di riuscire a farlo.

Il terzo tipo di frontiera chiusa è rappresentato dal muro vero e proprio, quello in cemento, che viene costruito in territori ad alto rischio di instabilità a causa di conflitti o terrorismo, oppure in territori con un alto tasso di immigrazione tra un Paese e l’altro: come il muro tra il Messico e gli Stati Uniti o, per il primo caso, il muro tra la Palestina e Israele. Questi muri sono caratterizzati da una forte volontà politica di mettere il territorio in sicurezza e sono quindi dotati di ulteriori installazioni che servono a proteggerli e ad ampliare e rafforzare ancora di più il loro raggio di azione: sistemi di allarme con sensori di attivazione (al suolo o sul muro), difese anti carro armato, videocamere per le riprese notturne, sensori terrestri in grado di rilevare spostamenti per una distanza prestabilita, torri di vedetta. Il passaggio da una parte all’altra del muro non è impossibile in teoria, ma la pratica è ben lontana dalla teoria. Le persone e le merci che vogliono provare a tentare l’impresa, infatti, sono sottoposte a rigidissimi controlli di sicurezza e antiterrorismo che richiedono giorni, se non settimane in alcuni casi. Il passaggio inoltre, è possibile soltanto in alcuni periodi o in giorni precisi, che possono variare a seconda delle decisioni governative.

L’ultimo tipo di frontiera chiusa è il fronte e si caratterizza per il non riconoscimento del confine tra i due Stati, che viene definito, quindi, “congelato”. Qui le forze armate sono onnipresenti e i passaggi da una parte all’altra sono praticamente nulli. Il Kashmir è un esempio in questo senso.


3. Costo vs. efficacia

Lo sviluppo di sistemi tecnologici sempre più sofisticati ha reso la costruzione dei muri sempre più costosa. Prendiamo il caso del progetto sul proseguimento del muro tra gli Stati Uniti e il Messico e proviamo a valutarlo in termini di costi e benefici. Il Massachussets Institute of Technology ha prodotto una stima approssimativa (valutando il costo dei materiali, della manodopera e dei costi necessari) in base alla quale 1600 chilometri di muro (quindi una piccola parte rispetto a tutto il confine che separa i due Stati) in cemento armato per un’altezza di 9 metri, costerebbero dai 27 ai 40 miliardi di dollari.[4] Altre valutazioni ne stimano il costo per un valore compreso tra i 25 e i 21 miliardi di dollari (quest’ultima è la stima effettuata dal Dipartimento di Sicurezza interna statunitense).[5] È importante sottolineare poi, che queste stime non tengono conto dei costi di manutenzione di un sistema di sicurezza così tecnologicamente integrato come un muro.

Il mercato e gli interessi economici che ruotano attorno alla progettazione e alla realizzazione dei muri rappresentano una vera e propria lobby di pressione nei confronti dei governi per convincerli a realizzare i differenti progetti. Riprendiamo l’esempio del piano Secure Board Initiative tra Messico e Stati Uniti, in quella che era partita come la sua prima fase, nel 2006. L’appalto per la costruzione del muro tra l’Arizona e il Messico era stato vinto da un consorzio di imprese statunitense in cui figurava anche la Boeing Integrated Defence System, terza industria più importante nell’export di armamenti del Paese, dopo la Lockheed Martin e la Northrop Grumman.

Il Dipartimento di Sicurezza interna statunitense annullò questo progetto nel 2011, proprio per gli elevati costi che prevedeva (50 milioni di dollari), ma è interessante soffermarsi a notare il giro di affari previsto. Tra i fornitori di tecnologie da impiegare per rendere ancora più sicuro il muro, figurava la Kollsman Inc., società specializzata in tecnologie di sorveglianza con sede a Merrimack, nel New Hampshire. Questa azienda è di fatto, la filiale statunitense della Elbit System, la più grande impresa privata israeliana di tecnologie di sorveglianza e di elettronica di difesa e la stessa che si occupa dei sistemi di sorveglianza impiegati su tutta la lunghezza del muro tra Israele e Palestina e che fornisce all’esercito statunitense la maggioranza delle tecnologie impiegate nei conflitti in Medio Oriente.

Un’effettiva efficacia del complesso sistema di sicurezza che i muri rappresentano, potrebbe giustificare i costi elevati della loro realizzazione e manutenzione. Secondo Reece Jones[6], professore di geografia dell’università delle Hawaii e autore di diversi libri sulle politiche di costruzione dei muri, l’efficacia di queste costruzioni dipende dallo scopo per il quale sono state costruite.

In contesti di conflitto ad esempio, i muri non riescono a bloccare i sistemi di difesa contemporanei: droni, aerei e i missili riescono senza alcun problema a superare il muro, così come i carri armati. In questi contesti inoltre, il muro non ha nemmeno un’utilità come demarcatore fisico del confine: il sistema GPS infatti, lavora molto meglio in questo senso e con un costo nettamente inferiore.

Se lo scopo per cui un muro viene costruito è quello di bloccare o ridurre il traffico illegale di droghe o armi, esso non sembra assolvere bene a questo compito, come nel caso del confine tra Messico e Stati Uniti. D’altronde sarebbe difficile immaginare una situazione diversa: gli Stati Uniti sono infatti il primo consumatore mondiale di droga prodotta in Messico e, reciprocamente, il flusso di vendita delle armi dagli Stati Uniti al Messico non fa che aumentare: più di 2,5 milioni di armi da fuoco hanno attraversato la frontiera negli ultimi dieci anni.[7]

I muri funzionano allora in contesti caratterizzati da importanti flussi migratori? Sì, queste barriere possono essere efficaci in questi termini, in quanto sono un forte disincentivo per i migranti a partire, perché rappresentano un vero e proprio ostacolo. È stato dimostrato infatti[8], che nel 1990, nelle settimane successive alla costruzione del primo tratto del muro tra Stati Uniti e Messico, tra San Diego ed El Paso, la percentuale di chi provava a superare il confine era scesa a zero. Allo stesso modo, la recinzione di filo spinato costruita dalla Bulgaria nel 2015 per bloccare i migranti che volevano raggiungere l’Europa, ha ridotto il flusso in modo sostanziale.

Tuttavia, in entrambi i casi, dopo poco tempo, i migranti hanno trovato un’altra rotta per riuscire a spostarsi. Quando si chiude una rotta di migrazione infatti, se ne apre un’altra. Il muro può bloccare una parte del confine, ma non è la soluzione che risolve le cause delle migrazioni o del terrorismo. È un potente simbolo evocativo di azione: dà l’impressione che i governi stiano risolvendo il problema percepito o fatto percepire come tale, nel breve periodo. Forse quello delle prossime elezioni.

4. Sfide future

Dopo la caduta del muro di Berlino, i sistemi di difesa concepiti sulla presenza di muri sono stati usati principalmente per difendere la sicurezza e l’economia interne dei Paesi che li hanno costruiti. Dal 1989 a oggi tuttavia, il sistema internazionale è divenuto molto più complesso, attraversato da pesanti crisi economiche e securitarie in cui l’utilizzo di sistemi multilaterali di risoluzione, come le Nazioni Unite, è stato spesso una via inesplorata o dallo scarso successo.

Il muro ha una duplice funzione: da un lato forma l’identità di un Paese, escludendo contemporaneamente chi metterebbe in pericolo quell’unità.

La International Organization for Migration (OIM) stima che il 70% delle popolazioni che sopravvive nelle baraccopoli di Dacca, si è trasferita qui a seguito di catastrofi ambientali come alluvioni o uragani.[9]

I “migranti climatici” o “ambientali” come vengono definiti, sono già una realtà in diverse parti del mondo[10] e se ne aggiungeranno altre decine di milioni, perché variazioni anche minime del clima possono avere esiti catastrofici per le popolazioni locali. Se applichiamo questo scenario a un paese come il Bangladesh, dove l’assistenza sanitaria è scarsa e i livelli di istruzione sono bassi, è evidente che se un quinto di un territorio si allaga e una parte di quello che rimane non è coltivabile, milioni di persone saranno costrette a emigrare. I più poveri saranno obbligati ad andare verso l’India dove c’è la barriera di confine più lunga del mondo ad aspettarli: 4050 km.[11]

Di fronte a spostamenti così imponenti e disperati di persone, si può continuare a credere che la politica di contenimento e sicurezza dei muri sia efficace?

David Kornbluth, ex diplomatico israeliano, ha sempre ritenuto che il muro tra Israele e Palestina fosse “un grandissimo successo. […] In tempo di guerra, Israele è un paese estremamente coeso. Quando arriva la guerra ritrova miracolosamente l’unità. Molti dicono che la vera minaccia per Israele è costituita dalle divisioni interne, da una frammentazione che potrebbe metterlo in ginocchio. Ma rimane un paese molto forte.”[12]

I muri allora forse, servono soltanto a nascondere ogni divisione e frattura interna alla società di ciascun Paese, per le quali i governi preferiscono però spostare l’attenzione all’esterno, al di là del muro.


Note [1] Didier Fassin, Le vite ineguali, (Milano: Giangiacomo Feltrinelli editore, giugno 2019) [2]E. Vallet e C. P. David, “Introduction: The (Re) Building of the Wall in International Relations”, in Journal of Borderlands Studies, Vol. 27, n. 2, settembre 2012, pp. 111-119 [3] Reece Jones, “Borders and walls: do barriers deter unauthorized migration?”, in Migration Information Source, 5 ottobre 2016. [4] Tim Marshall, I muri che dividono il mondo, (Milano: Garzanti editore, settembre 2018) [5] Ibidem [6] Reece Jones, “Borders and walls: do barriers deter unhauthorized migration?”, cit., p. 4. [7] Christophe Ventura, “Mexique: quel bilan après un an de gouvernement d’Andrés Manuel López Obrador?”, intervista su IRIS-France, 23 gennaio 2020. [8] Ibidem, p. 6 [9] Tim Marshall, I muri che dividono il mondo, cit., p. 140. [10] Per approfondire si veda l’analisi “DALL’ISOLA DI JEAN CHARLES FINO AL GANGE - Non è Jules Verne, queste sono le migrazioni ambientali”, di Rebecca Reina per il Centro Studi AMIStaDeS, 21 maggio 2020.

[11]Tim Marshall, I muri che dividono il mondo, cit., p. 127. [12] Tim Marshall, I muri che dividono il mondo, cit., p. 93. Bibliografia:

-T. Marshall, I muri che dividono il mondo, (Milano: Garzanti editore, settembre 2018)

- D. Fassin, Le vite ineguali, (Milano: Giangiacomo Feltrinelli editore, giugno 2019)

- D. B. Carter e P. Poast, “Why do States build walls? Political Economy, Security, and Boarder Stability, in Journal of Conflict Resolution, Vol. 61, n. 2, 2017, pp. 239-270.

- Reece Jones, “Borders and walls: do barriers deter unauthorized migration?”, in Migration Information Source, 5 ottobre 2016.

- E. Vallet e C. P. David, “Introduction: The (Re) Building of the Wall in International Relations”, in Journal of Borderlands Studies, Vol. 27, n. 2, settembre 2012, pp. 111-119.

- F. Ballif e S. Rosière, “Le défi des teichopolitiques. Analyser la fermeture contemporaine des territoires”, in L’ Espace géographique, Vol. 38, n. 3, 2009, pp. 193-206.

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