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Congo Mirador: da perla del Venezuela a città fantasma. L’esodo di un popolo.

Aggiornamento: 3 ott 2022


“Yo digo que Congo adores -- es un pueblo neolítico de pescadores poetas.

Creo que la manera de vivir también puede llamarse poesía.

Y no pueden ser sino poetas estos seres que viven de la pesca,

habitan sobre el agua, no le hacen mal a nadie,

se quieren y se protegen mutuamente

y no envidian la suerte de otros.”

D. N. Montero

Fig.1: Immagine del film “Erase una vez en Venezuela”. (Credit: Mymovies.com)

1. Congo Mirador: dal cinema alla realtà


Nel 2020 la regista Anabel Rodriguez Rìos portava in scena la sua pellicola “Erase una vez en Venezuela” mostrando al mondo le sorti di un popolo e di un luogo di un’altra epoca, il Congo Mirador nel Districto di Zulia in Venezuela.


Il Congo Mirador è una delle piccole cittadine fluttuanti del Lago Maracaibo, meta di turisti attirati dalla caratteristica vita nelle palafitte e dalla massiccia presenza dei relampagos, fulmini che illuminano i cieli della zona per ben 297 giorni all’anno.


La vita idilliaca dell’intero lago, però, è stata lentamente sconvolta negli ultimi decenni dal carovita e dal fenomeno della sedimentaciòn che si è pian piano impadronita della superficie del lago costringendo i suoi abitanti alle migrazioni di massa.


2. Le origini del pueblo sobre el agua


Dario Novoa Montero, nel suo libro “Congo Mirador-pueblo palafitico del lago de Maracaibo” pubblicato nei primi anni ’70, definiva le piccole comunità del Distretto di Zulia delle “pequenas Venecia” che non hanno ceduto al fascino del petrolio pur essendone ricchi preservando una natura incontaminata e uno stile di vita basato prevalentemente sulla pesca.


Il Congo è una Cala situata sulla sponda occidentale del lago, formata dai punti Ologó (Ologá) e Congo. Ci sono ben poche informazioni sulla nascita della comunità e, le più accreditate ritrovate all’interno dell’Archivio dell’Esecutivo dello Stato di Zulia, accertano l’esistenza del Congo già nel 1885. In principio, intorno al 1894, si componeva di circa sei case costruite all'interno del lago su picchetti, che servivano da abitazione per i pescatori. Questa cala dista circa una lega dalla foce del fiume Catatumbo.


La zona è senz’altro la parte più ricca del lago per la pesca e le sue sponde deserte offrono ottimi fondali.

Secondo le testimonianze raccolte dall’autore, Congo e Mirador in principio erano due comunità a sé stanti. Mirador si trovava nella parte che oggi è la terraferma, vicino al deposito del Gran Ferrocarril del Táchira, a cui diedero il nome di "La Casita", dove si effettuava il cabotaggio delle merci e aveva solo circa 10 case. Il Congo era la parte della città attualmente sull'acqua. I due insieme erano allora Congo-Mirador. Mirador in seguito scomparve, perché il Rio Bravo falciava il pescaggio del lago con la sua alluvione, e gli abitanti di Mirador si trasferirono in Congo e vi costruirono le loro case, e così i nomi di entrambi furono uniti in Congo – Mirador. Si tramanda che il nome Congo derivi da racconti di un presunto Congo europeo.


All’inizio il villaggio fluttuante si componeva di 50 ranch abitati da famiglie di pescatori sfuggiti alla fame e alle persecuzioni del regime a cui seguirono commercianti e gente comune in cerca di un luogo per vivere in pace.


Nei primi anni del 1900 la comunità cominciò velocemente a ingrandirsi con la costruzione di vere e proprie case oltre ai ranchos che passarono da 20 a 84 nel giro di pochi anni, e la comunità presto contava anche numerosi esercizi commerciali per i beni di prima necessità, una chiesa consacrata alla Madonna del Carmen costruita con le donazioni di tutta la comunità, e di una scuola.


Gli abitanti usavano allevare anche bestiame oltre alla tradizionale pesca, in particolare i galli usati per i combattimenti, e avevano creato un sistema di coltivazione sulle palafitte, creando dei veri e propri giardini fluttuanti con il terreno portato dalla terra ferma con il paqui-paqui (piccole imbarcazioni assimilabili alle canoe) e i cayucos (imbarcazioni simili alle canoe ma senza motore).

Fig.2: Lake Maracaibo. (Credit: Mypixies)

3. La sedimentaciòn e il lento spopolamento


Negli ultimi decenni, però, la situazione per gli abitanti di Congo-Mirador e delle città fluttuanti del lago Maracaibo è drasticamente cambiata.


Le acque del lago e il pescato hanno ceduto il posto a fango e vegetazione, trasportati dalle acque del fiume Catatumbo che attraversa la Colombia per sfociare infine nel lago Maracaibo.


La profonda alterazione del percorso del canale del fiume è dovuta principalmente alla presenza di fattorie lungo il suo letto che hanno piegato la natura alle esigenze dell’uomo per garantire l’irrigazione dei campi. Questa costrizione ha causato l’enorme affluenza nel lago di detriti e piante acquatiche modificando irrimediabilmente l’ecosistema e l’economia delle comunità delle pequenas Venecia.


Inizialmente gli abitanti del lago hanno chiesto aiuto alle autorità del Districto di Zulia ma l’appello è rimasto inascoltato e così, dal 2013, è iniziato lo spopolamento. Senza il pescato l’economia del luogo è crollata, insieme all’aumento esorbitante dei costi della benzina per alimentare le imbarcazioni con cui gli abitanti si muovono e lavorano all’interno del lago, dovuto alla grave crisi economica, sociale e politica che ha colpito il Venezuela a partire da quell’anno.


Gli abitanti hanno vissuto, inoltre, un vero e proprio mutamento dell’ecosistema che ha portato con sé anche una fauna differente da quella abituale, rane, serpenti e altri animali vivono ora nelle palafitte. La sedimentaciòn ha portato con sé anche la crisi del turismo. Le acque del lago sono marroni e alte non più di 40 cm e il Congo-Mirador appare come una prateria abbandonata, una comunità fantasma immersa nel fango.


Ad oggi delle circa 200 famiglie che abitavano il Congo-Mirador ne restano appena 10, una migrazione senza precedenti avallata dalla noncuranza della rivoluzione chavista che ha dimenticato queste comunità. Prima della recente riconversione della valuta che aboliva i cinque zeri, i commercianti delle regioni di Mérida e Zulia pagavano loro solo 100.000 bolívares in contanti (0,02 dollari USA) per chilo di merce per poi rivenderla a prezzi 9.000 volte superiori, e la benzina per le imbarcazioni costa il doppio del guadagno. Ad aggravare ulteriormente la situazione c’è anche la totale assenza di esercizi commerciali per i beni di prima necessità, così i “pueblos de agua” sono costretti a spostarsi sulla terraferma per acquistare i beni di consumo impiegando all’incirca tre ore di navigazione.


La scuola ormai è chiusa, collassata su sé stessa e mancano insegnanti e medici. I diritti fondamentali dei venezuelani non sono garantiti in questi luoghi in percentuale maggiore che nel resto del Paese flagellato dall’inflazione alle stelle, l’embargo sul petrolio e la crisi sociale e politica che fanno del Venezuela il secondo Paese al mondo con più alta percentuale di migrazione di massa, secondo solo alla Siria martoriata dalla guerra civile. Chi può fugge sulla terraferma mentre la maggior parte degli abitanti si sposta con la casa montata sulle barche nelle comunità limitrofe, prima fra tutte la vicina Ologà.


Difficile non dare un nome a questo esodo che, seppur in maniera circoscritta, è un classico esempio di migrazione ambientale. I cambiamenti climatici e l’azione scellerata dell’uomo, hanno infatti reso inabitabile la zona tanto da costringere i suoi abitanti a scappare in cerca di condizioni di vita dignitose. Il tema dei migranti ambientali e della tutela dei loro diritti è in queste settimane nuovamente sotto i riflettori, in particolare per le inondazioni che hanno colpito il Pakistan, ma si registrano esodi simili in varie regioni del mondo dall’America Latina all’Africa, tra cui si ricorda la siccità che ha colpito l’Eritrea e costretto il suo popolo alla migrazione di massa.


A peggiorare le condizioni di vita di queste persone c’è il mancato riconoscimento di protezione da parte del diritto regionale e internazionale. Ad oggi, infatti, non abbiamo una definizione univoca del migrante ambientale la cui unica menzione risale al 1985 all’interno di un rapporto UNEP in cui vengono definite come “persone o gruppi di persone che, per ragioni legate ad un cambiamento ambientale, improvviso o progressivo, che influisce negativamente sulla loro vita o sulle loro condizioni di vita, sono costrette a lasciare il proprio territorio temporaneamente o definitivamente, e che perciò si spostano dentro al loro Paese o ne escono.” La loro posizione risulta ancora oggi fortemente dibattuta nel diritto, e non riconosciuta come dovrebbe alla luce dei progressivi cambiamenti climatici e ambientali che stanno devastando il pianeta.[1]


4. La difficile situazione ambientale del Lago Maracaibo


La situazione del lago Maracaibo sembra essere tutt’altro che circoscritta alla sedimentazione del lato nord-occidentale. La divulgazione delle immagini del lago completamente verde con macchie d’olio, nel settembre 2021 da parte della NASA, ha provocato non poche denunce da parte di scienziati e organizzazioni ambientaliste internazionali.


Gli scienziati sostengono, infatti, che i vortici di colore verde, grigio e marrone trasportati dalla corrente siano fonte di inquinamento per il lago che si estende per oltre 13.000 km e questo impatta notevolmente sulle condizioni ambientali, sanitarie ed economiche delle popolazioni che abitano sul lago.


Le sue acque sono completamente ricoperte da un batterio dannoso per l’uomo e per la fauna marina, il cianobatterio che si alimenta con i nutrienti del lago, tra cui gli scarichi domestici e industriali delle città costiere limitrofe che provocano l’accumulo di azoto e il proliferare di quest’alga sulla superficie. Questa condizione non permette alla flora marina di fotosintetizzare per mancanza di luce solare e così l’intero ecosistema del lago lentamente muore.


L’altro fattore preoccupante sono le macchie di petrolio apparse sulla superficie del lago riconducibili a delle perdite di petrolio dalle tubature della Petróleos de Venezuela S.A. (PDVSA), l’industria nazionale petrolifera venezuelana, che ha sfruttato enormemente i giacimenti presenti nel lago.


Si teme che le tubature non siano state sottoposte a manutenzione da più di 50 anni e sversino idrocarburi nelle acque del lago costantemente. Di fronte a queste evidenze il governo venezuelano non ha rilasciato alcuna dichiarazione. Quello di Maracaibo è uno dei laghi più antichi del mondo ed è il più grande del Sud America. Originariamente era d'acqua dolce, ma a causa dei dragaggi per scopi commerciali divenne estuario, in cui l'acqua dolce e quella salmastra si mescolano. Altro aspetto preoccupante è il suo collegamento al Mar dei Caraibi attraverso il Golfo del Venezuela. Si teme, infatti, che più di 20.000 barili di petrolio potrebbero essere stati sversati nel Mar dei Caraibi negli ultimi anni.

Fig.3: Immagine satellitare del Lago Maracaibo. (Credit:NASA)

5. Conclusioni


Tutti questi fattori hanno un impatto devastante non solo sull’ economia dell’intero lago ma anche sulla salute dei suoi abitanti che si bagnano in acque contaminate, consumano cibi contaminati e sono costretti a migrare per sopravvivere nella non curanza delle autorità.


Se il governo venezuelano investisse nella manutenzione costante degli impianti e in una campagna di bonifica del lago e dei suoi affluenti garantirebbe delle migliori condizioni di vita alla popolazione locale e darebbe nuovo impulso all’economia sostenibile, soprattutto alla pesca e all’agricoltura a scapito dell’estrazione mineraria che il Presidente Maduro ha, al contrario, incrementato notevolmente a partire dal 2016 con una vasta campagna di concessioni a compagnie straniere tutt’altro che trasparente .

Fig.4: Sunset at Congo Mirador. (Credit: Wikimedia Commons)

(scarica l'analisi)

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Note

[1] "Per altri contenuti su questa tematica” il contributo sull'isola di Jean Charles: https://www.amistades.info/post/dall-isola-di-jean-charles-fino-al-gange-non-%C3%A8-jules-verne-queste-sono-le-migrazioni-ambientali


Bibliografia/Sitografia

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