*Le opinioni espresse nelle analisi sono presentate dall’Autore a titolo personale e non riflettono necessariamente la posizione dell'Associazione sui temi affrontati.

Comprendere le risorse del terrorismo: quali sono e da dove provengono

(di Eleonora Corsale)

Gli sforzi per smantellare le risorse finanziare dei gruppi terroristi rappresentano tutt’oggi un punto chiave della strategia americana per la lotta contro il terrorismo. Più di 140 milioni di dollari destinati ad attività terroristiche risultano congelati in circa 1400 conti bancari nel mondo.[1]

Partendo dall’assunto probabilmente errato che gli attentati abbiano un costo elevato, i governi hanno per anni cercato di precludere ai gruppi terroristici l’accesso al sistema finanziario internazionale introducendo liste nere, congelando fondi o imponendo normative volte a prevenirne i finanziamenti. Come è stato dimostrato da alcuni esperti, questo approccio ha sicuramente svolto una funzione di deterrente spingendo i gruppi terroristi ad acquisire nuove competenze nell’eludere i controlli e nel trovare nuovi mezzi per raccogliere denaro.[2]

Se da un lato è quindi appurato che gli strumenti di controllo finanziario non sono sufficienti per eludere la minaccia terroristica, dall’altro lato va anche considerato che questi stessi non sono stati pensati per compiere tale impresa da soli ma fanno parte di una strategia più vasta per affrontare tale minaccia.[3] Innanzitutto il denaro dei terroristi è difficile da trovare e sicuramente i leader dei gruppi terroristici non possiedono conti bancari a proprio nome, e membri minori di questi stessi gruppi sono tendenzialmente bollati con difficoltà come terroristi dai governi o dalle istituzioni internazionali.[4] Senza i nomi o le identità dei terroristi o di chi li finanzia, le banche fanno fatica a isolare transazioni sospette. Inoltre, gran parte dei fondi dei gruppi terroristici non è mai entrata nel sistema finanziario internazionale. In paesi come Afghanistan, Iraq, Somalia, Siria e Yemen, dove al Qaeda e l’ISIS hanno le loro roccaforti, solo una piccolissima percentuale della popolazione possiede conti bancari. Persino consistenti transazioni in denaro considerate legittime sono compiute in contanti, il che significa che gran parte delle persone di una certa area non è mai entrata in contatto con il sistema finanziario internazionale. Pertanto sono poche le transazioni finanziarie dei gruppi terroristi a comparire in dichiarazioni bancarie.

Come ha sostenuto Peter Neumann nel suo saggio “Don’t Follow the Money”[5], in molti Paesi la responsabilità di tagliare i fondi al terrorismo è rivolta ai rispettivi Ministeri delle Finanze, che nella maggior parte dei casi sono disconnessi dalle più onnicomprensive strategie antiterrorismo.[6] A tale proposito, prendendo ad esempio le finanze dello Stato Islamico, Neumann sostiene che queste si siano ridotte non a causa di misure finanziare restrittive ma principalmente grazie ad azioni armate contro le infrastrutture delle compagnie petrolifere, così come la perdita di roccaforti in Siria e Iraq. In questo quadro, va tuttavia considerato come l’utilizzo dei dati finanziari sia stato di aiuto nel raccogliere informazioni di intelligence che hanno consentito di individuare gli obiettivi da colpire durante questi attacchi militari.[7]


Quanto costa un’operazione terroristica?

Sebbene sia stato stimato che gli attentati dell’11 settembre avessero un costo elevato, più o meno mezzo milione di dollari, in generale le azioni terroristiche risultano avere un budget più contenuto. Come sostenuto infatti da Neumann, fonti di intelligence finanziaria si sono dimostrate poco efficaci nel prevenire o tracciare azioni terroristiche a basso costo e auto finanziate, ormai comuni in Europa. Tuttavia, come si legge in un rapporto pubblicato dal Norwegian Defence Research Establishment (FFI) e intitolato “The financing of jihadi terrorist cells in Europe” i costi indiretti di un’operazione terroristica sono ritenuti molto più alti dei costi diretti necessari a compiere la stessa, che sono stimati intorno al 10% del budget totale di un gruppo. Percentuale che può variare a seconda delle dimensioni del gruppo, degli obiettivi e delle aspettative di vita del gruppo stesso. È stimato che i gruppi terroristici più attivi e numerosi abbiano un budget annuale di almeno centinaia di milioni di dollari. Ingenti quantità di denaro sono infatti necessarie per reclutare nuovi membri, costruire campi di addestramento e altre infrastrutture, dare cibo, alloggio e alle volte salari se non pensioni ai membri e alle loro famiglie.[8] Tale tesi risulta confermata da gran parte della letteratura disponibile sul terrorismo in cui si legge come molti gruppi siano stati costretti ad abbandonare azioni pianificate per carenza di fondi.[9]


Da dove vengono i fondi al terrorismo?

In generale, l’intera concezione dei mezzi di finanziamento al terrorismo è fuorviata. Essa implica l’esistenza di una serie di metodologie finanziarie standard applicate da ogni gruppo terroristico.[10] Invero, diversi gruppi finanziano le loro attività in differenti modi e per reti transnazionali come al Qaeda le metodologie possono differire da paese a paese.[11] Peter Neumann ha sostenuto che sono tre i principali fattori a determinare come i gruppi terroristici finanziano le loro operazioni. Tale tesi si ritrova anche nel rapporto pubblicato dal Norwegian Defence Research Establishment (FFI), così come illustrato in Figura 1.

Figura 1: Numero di gruppi terroristi che hanno ricevuto denaro da varie fonti

Il primo riguarda il livello di supporto del gruppo stesso. Sebbene vi sia accordo nel definire come terroristi certi gruppi o individui, questo non vale per molti altri. Quando alcuni gruppi sono coinvolti in guerre civili in cui tutte le parti vengono accusate di commettere atrocità, essi possono comunque contare su contribuzioni volontarie da parte della popolazione che rappresentano, sul supporto finanziario di organizzazioni caritatevoli simpatizzanti e a volte addirittura sul supporto statale.[12] Prendendo specificamente in considerazione il terrorismo di matrice islamica, una fonte di finanziamento è rappresentata da donazioni di organizzazioni caritatevoli o di individui particolarmente facoltosi. Uno dei pilastri dell’Islam è infatti la zakat, la devoluzione obbligatoria in beneficienza di una proporzione stabilita della ricchezza di un individuo. Mentre un gran numero di queste organizzazioni caritatevoli nel mondo musulmano sono state concepite per aiutare i più bisognosi e diffondere il messaggio dell’Islam, alcune sono state anche usate per finanziare il jihad. Ciò rende a volte molto difficile per i governi effettuare una accurata distinzione tra le due situazioni essendo la linea di demarcazione molto sottile. Dal rapporto del Norwegian Defence Research Establishment (FFI) emerge tuttavia come questa tipologia di finanziamento abbia giocato un ruolo modesto particolarmente per quanto riguarda il sostegno alle attività dei gruppi attivi in Europa. Solo 8 dei 40 casi presi in esame avrebbero ricevuto denaro da organizzazioni caritatevoli islamiche.[13] Potrebbe anche essere che queste organizzazioni supportino le attività dei gruppi terroristici in Europa in maniera indiretta: ad esempio il denaro donato da organizzazioni terroristiche internazionali ai gruppi europei potrebbe essere stato originariamente donato da organizzazioni caritatevoli islamiche.[14]

Il secondo fattore riguarda la capacità del gruppo di compiere attività prettamente illegali. Fonti di profitto sono ad esempio il contrabbando di oggetti antichi, petrolio, sigarette, merci contraffatte, diamanti o addirittura avorio. In questo contesto il gruppo può avvalersi di reti già esistenti e anche collaborare con altri gruppi criminali.[15] Pertanto è possibile affermare che le attività illecite da cui un gruppo terrorista trae profitto riflettono semplicemente l’economia illecita di una o un’altra regione del mondo.[16] Peter Neuman sostiene al riguardo che per contrastare i finanziamenti al terrorismo è necessario che i governi combattano le strutture economiche sommerse di determinate regioni, o perlomeno rompano le connessioni tra queste strutture e il terrorismo.

Terzo e ultimo fattore concerne la capacità di accedere a fonti di denaro legittime. Molti gruppi si finanziano attraverso l’istituzione di compagnie di facciata che generano profitto e che possono anche essere utili per operazioni di riciclaggio di denaro sporco. Legami con attività terroristiche sono stati individuati ad esempio nel commercio di bestiami, pesce e pellame. Come si evince dalla Figura 1, dei 40 gruppi presi in esame, 29 (circa il 73%) avrebbero finanziato le proprie attività legalmente.[17]

Figura 2: Proporzione dei gruppi autofinanziati, supportati dall'esterno e una combinazione delle due

Dal rapporto del Norwegian Defence Research Establishment (FFI) emerge inoltre un altro aspetto fondamentale su come i gruppi terroristici, e in particolare quelli attivi in Europa, autofinanzino le proprie attività. Il 90% dei gruppi analizzati sarebbe stato infatti coinvolto in qualche tipo di attività generatrice di rendita. Come si evince dalla Figura 2, circa la metà dei gruppi presi sotto esame (47%) si sarebbe interamente autofinanziata e il resto (43%) avrebbe ottenuto denaro da una combinazione di autofinanziamento e supporto esterno.[18] Sempre nel rapporto si legge che molto spesso i gruppi autofinanziati sarebbero i gruppi minori dove non sarebbero presenti foreign fighters e che stando ai dati raccolti sarebbero quelli che con più probabilità porterebbero a termine i loro piani. Parte della spiegazione va attribuita al fatto che i gruppi minori risultano più difficili da individuare non avendo connessioni finanziarie dirette con i gruppi maggiori e più conosciuti. Inoltre gli attacchi condotti da questo tipo di gruppi risulta non solo più economico ma anche più semplice non coinvolgendo foreign fighters: meno persone e attacchi più semplici ridurrebbero consistentemente il margine di errore e il rischio di essere scoperti.[19]

Conclusione

Si può quindi affermare che i gruppi terroristici finanziano le proprie attività in maniera decisamente ordinaria e che solamente una ridotta percentuale di questi gruppi ottiene le proprie risorse da reti di terrorismo internazionali. La presente tendenza, soprattutto dei gruppi attivi in Europa, di autofinanziarsi anche attraverso attività legali potrebbe avere ripercussioni sulla possibilità di prevenire futuri attacchi. I gruppi terroristici hanno finora dimostrato di disporre di una elevata flessibilità e capacità di adattamento che deve essere tenuta in considerazione per poterne tracciare e bloccare i movimenti.

[1] Tracking Down Terrorist Financing: https://www.cfr.org/backgrounder/tracking-down-terrorist-financing

[2] Ibidem.

[3] Can Bankers Fight Terrorism?: https://www.foreignaffairs.com/articles/2017-10-16/can-bankers-fight-terrorism.

[4] Ibidem.

[5] Don't Follow the Money, The Problem With the War on Terrorist Financing: https://www.foreignaffairs.com/articles/2017-06-13/dont-follow-money

[6] “In most countries, the responsibility for choking off terrorists’ funds lies with finance ministries, which are disconnected from broader counterterrorism strategies.”

[7] Can Bankers Fight Terrorism? What You Get When You Follow the Money: https://www.foreignaffairs.com/articles/2017-10-16/can-bankers-fight-terrorism

[8] The financing of jihadi terrorist cells in Europe: https://www.ffi.no/no/Rapporter/14-02234.pdf

[9] Ibidem.

[10] Don't Follow the Money, The Problem With the War on Terrorist Financing: https://www.foreignaffairs.com/articles/2017-06-13/dont-follow-money

[11] Ibidem.

[12] Ibidem.

[13] The financing of jihadi terrorist cells in Europe: https://www.ffi.no/no/Rapporter/14-02234.pdf

[14] Ibidem.

[15] Don't Follow the Money, The Problem With the War on Terrorist Financing: https://www.foreignaffairs.com/articles/2017-06-13/dont-follow-money

[16] Ibidem.

[17] The financing of jihadi terrorist cells in Europe: https://www.ffi.no/no/Rapporter/14-02234.pdf

[18] Ibidem.

[19] Ibidem.`

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