Colombia: un Paese in lotta per la pace


“Yo propongo que entre todos, echemos de pà atras y busquemos las razones de por qué el país está como está” (Jaime Garzón) [1]

(di Stefano Fraccaroli) Nel settembre del 2016 la Colombia ha vissuto probabilmente uno dei passaggi storici più rilevanti della sua lunga storia repubblicana. Dopo quattro anni di trattative logoranti, il 26 settembre a La Havana, il governo di Juan Manuel Santos e le FARC – EP hanno siglato un accordo di pace memorabile, in un paese in guerra da più di cinquanta anni. Sono molti, però, i colombiani che ritengono lunga e critica la strada per la riconciliazione. La sfiducia circola specialmente tra la popolazione delle zone rurali più povere, da generazioni vittima della violenza, abituata a vedere la politica e il conflitto come due facce della stessa medaglia e momenti come quello de la Havana niente più che un artifizio gattopardersco. A più di due anni dalla firma la situazione nel paese è ancora lontana dall’essersi normalizzata e diversi sono gli indicatori allarmanti. Il paese si ritrova ancora sospeso su un filo instabile, abituato a percorrere da tanti decenni e di cui ha imparato a conoscere le trappole, le illusioni e i risvolti più nefasti.

In questo articolo si vuole approfondire lo stato di salute degli accordi di pace, fornendo una panoramica del conflitto armato interno.


1. Terra e conflitto: un connubio senza tempo

Il conflitto armato interno colombiano, di lunga durata e di bassa intensità, è nato negli anni Sessanta nelle periferie agricole e trascurate del paese, esondando su scala nazionale solo negli anni Novanta. Nel campo di battaglia si sono fronteggiate gruppi guerriglieri insorgenti d’ispirazione socialista (FARC – EP, ELN, EPL, M – 19), lo stato con il suo apparato di sicurezza e una forza paramilitare contro insorgente, al cui interno sono confluiti attori, legali e non, con interessi politici ed economici di matrice reazionaria, contrari a redistribuire le ricchezze del quarto paese più diseguale al mondo.

Tra le maggiori cause del conflitto appare centrale la questione della terra, della sua redistribuzione e del modello di sviluppo perseguito. Il tema ha generato conflittualità sociali e cicli di violenze annose, riconducibili agli anni Venti del Novecento, nella totale incapacità della politica di avviare misure riformiste e di prevenire la violenza ad essa correlata. La terra, infatti, ha rappresentato un business e una risorsa di potere per pochissimi, grandi proprietari terrieri, compagnie agroindustriali e minerarie, capitali stranieri, l’industria della cocaina e attori illegali; affamando i più e lasciando nell’indigenza e nella povertà estrema milioni di persone[2].

Ad oggi appena l’1% dei grandi proprietari terrieri in Colombia detiene l’81% della terra, mentre il 75% delle proprietà agricole sono inferiori ai 5 ettari e dispongono di appena il 2,1% del totale dell’area coltivabile. Alla forte sperequazione si affianca la storica incertezza sui titoli di proprietà, che colpisce soprattutto i contadini più poveri: infatti il 54% degli appezzamenti rurali (circa 2 milioni) non gode delle sufficienti garanzie giuridiche, a causa dell’inefficienza del catasto e della corruzione dilagante in materia di assegnazione della terra[3]. Inoltre, il 90% dei piccoli contadini dichiara di non avere accesso al credito e all’assistenza tecnica, l’80% di essi lamenta la mancanza di infrastrutture e macchinari, a cui si sommano le difficoltà nella commercializzazione dei prodotti, laddove le vie di comunicazione sono precarie o inesistenti[4]. La diseguaglianza rurale non è stata però solo il prodotto di determinate scelte politiche, ma anche di pratiche violente perpetrate da élite locali al fine di accaparrarsi terra illegalmente, coadiuvate da professionisti della violenza e funzionari pubblici corrotti[5]. Questi fattori hanno forzato di frequente i contadini più poveri a migrare verso terreni demaniali disabitati ed inospitali che, una volta resi coltivabili, sono diventati nuovamente oggetto di mire egoistiche e di accaparramenti illegali ed escludenti.

La terra, inoltre, non è stata solo una delle radici del conflitto armato interno, ma anche il combustile che l’ha alimentato, quando l’economia della coca dagli anni ottanta ha incendiato il conflitto armato, conducendolo al parossismo.

Dal 1958 al 2018 il conflitto ha colpito in varia misura più di 8 milioni di persone, dato in continua crescita. 262 mila sono stati i morti, 80 mila i casi di sparizione forzata, 32 mila i sequestri, 12 mila le vittime di massacri, 95 gli episodi di terrorismo, a cui si sommano gli abusi sessuali (più di 15 mila vittime), il reclutamento di minori d’età (quasi 18 mila) e 11 mila vittime di mine antiuomo. I segni della violenza sul mondo agricolo colombiano sono dolorosi e profondi: dal 1985 più di 7,7 milioni sono stati gli sfollati interni (desplazados), dato record secondo solo alla Siria, a cui si sommano tra i 5 e i 6 milioni di ettari depredati attraverso la forza o costretti ad essere abbandonati (despojo). Circa l’80% (215 mila) delle vittime sono stati i civili, una strategia usata con diversi gradi da tutti gli attori armati, illegali e legali, per mantenere il controllo di alcune zone strategiche e diffondere un clima di terrore nella popolazione, volto a comprimere la sfera pubblica e l’esercizio effettivo della democrazia.

In un paese incapace di ricostruire una memoria storica condivisa, accertare le responsabilità su quanto avvenuto è ancora una chimera, mentre il clima di impunità, omertà e il timore di rappresaglie spingono coloro che custodiscono un pezzo di verità a tacere sugli autori e sui mandanti dei crimini commessi. Dai dati forniti dal Centro di Memoria Storica emerge come le guerriglie insorgenti abbiano fatto ricorso a sequestri, attacchi terroristici, sfollamenti e omicidi mirati, mentre i gruppi paramilitari sono stati responsabili del 60% dei massacri, del 40% degli omicidi mirati e di sfollamenti di massa. Anche le forze di sicurezza dello stato, che hanno più volte agito in combutta con i paramilitari, hanno perpetrato crimini efferati, come i falsos positivos, civili innocenti ammazzati e poi spacciate all’opinione pubblica come guerriglieri insorgenti[6].


2. Gli accordi di pace

Durante il quarto tentativo di trattative aperto a Cuba nel 2012, il contesto, il rapporto di forze e i vincoli esistenti hanno giocato a favore di una soluzione negoziata. La posizione contrattuale delle FARC era molto indebolita rispetto alle precedenti negoziazioni, mentre il governo Santos, nonostante i detrattori, era spinto dall’appoggio trasversale della comunità internazionale e della Chiesa Cattolica. Le trattative sono proseguite nonostante le schermaglie non siano mai del tutto cessate tra le parti.

Nel 2016 si è raggiunto finalmente un accordo di pace articolato su cinque grande pilastri: riforma rurale integrale, partecipazione politica, soluzione al problema delle droghe illecite, accordo sulle vittime del conflitto e accordo sul cessate il fuoco definitivo e bilaterale.

La riforma rurale integrale, storica bandiera delle FARC, punta sulla ripartizione della terra, la formalizzazione dei titoli di proprietà e un sostanzioso programma di aiuti pluriennale. Il secondo punto ruota essenzialmente sulle garanzie di partecipazione politica alle FARC e ai movimenti sociali all’opposizione. Per il problema delle droghe illecite è stato stabilito un meccanismo basato sulla sostituzione volontaria delle colture da parte dei contadini cocaleros, in cambio di programmi di sviluppo. Sulle vittime del conflitto, invece, è stato creato un meccanismo di giustizia transizionale indipendente, la giurisdizione speciale per la pace (JEP), che ha il compito di giudicare sui crimini legati al conflitto armato e di concedere amnistia a chiunque contribuisca a ristabilire la verità storica, salvo per i crimini di lesa umanità. Per i guerriglieri insorgenti, inoltre, vige l’obbligo di intraprendere misure di riparazione[7].

Infine sono state create zone di concentramento per facilitare la consegna delle armi delle FARC, processo monitorato dalle Nazioni Unite e, per quanto riguarda il meccanismo di convalida degli accordi, il governo ha fatto prevalere la linea di un referendum popolare. L’accordo, blindato giuridicamente dalla Corte Costituzionale, dura tre legislature e, secondo le stime, richiederebbe un investimento di 130 miliardi di pesos colombiani [8].


3. L’attuale incertezza

Nonostante gli auspici, il quadro generale ha cominciato presto ad incrinarsi. Sebbene tutte le forze in campo professino pubblicamente la pace, i modi per raggiungerla e le reali volontà di avanzare su quanto stabilito a Cuba non sono altrettanto univoche e ferme.

Il viatico del post conflitto è stato segnato da due momenti chiave: il referendum popolare e le elezioni politiche. Una settimana dopo la firma degli accordi, infatti, il “no” ha trionfato nel plebiscito, con il 50,21% ed un impatto simbolico molto alto, nonostante il carattere non vincolante. In una campagna referendaria fortemente polarizzata due sono i dati da evidenziare: la vittoria schiacciante dell’astensionismo (63%) e quella del “sì” nelle zone povere, maggiormente colpite dal conflitto armato, mentre il “no” ha prevalso nelle aree più integrate.


Ivan Duque

Il secondo scossone è avvenuto con le elezioni politiche del 2018, in cui Ivan Duque, del partito di destra Centro Democratico, si è imposto con il 54% dei voti nella seconda tornata presidenziale. Il delfino di Uribe, ex presidente e detrattore di punta dell’accordo, ha superato Gustavo Petro, ex M – 19 ed ex sindaco di Bogotà, che nel secondo turno non è riuscito ad incassare l’endorsement del terzo più votato Sergio Fajardo e del Partito Liberale di Humberto de La Calle, nonostante le convergenze sull’accordo di pace. Le FARC, alla loro prima sfida elettorale, hanno racimolato poco più di 85 mila voti, ma avranno diritto automaticamente a cinque seggi in entrambe le camere per due legislature[9].

A due anni e mezzo dalla storica stretta di mano tra Santos e ‘Timochenko’, ultimo leader guerrigliero, il panorama odierno è scoraggiante e Duque ha già annunciato ripetutamente di voler rivedere gli accordi. Sebbene la comunità internazionale e l’opinione pubblica interna possano rappresentare fattori di pressione e controllo sul governo, Duque può aggirare questi vincoli riducendo progressivamente le risorse, umane ed economiche, ed il peso politico di quelle strutture figlie dell’accordo di pace e in grado di apportare cambiamento, come la Agenzia Nazionale della Terra, i programmi di sostituzione delle coltivazioni illecite (Pnis) e la giustizia transizionale (JEP).

Riguardo la redistribuzione della terra i progressi sono miseri e l’Unità di Restituzione della Terra, nata appositamente nel 2011 e vigente fino al 2021, è riuscita in sette anni a riconsegnare solo 338 mila ettari di terra, beneficiando poco più di 45 mila persone[10], mentre l’87% delle vittime a fine 2018 non aveva ancora ricevuto le indennità previste[11]. Per quanto riguarda l’Agenzia Nazionale della Terra, invece, gli obiettivi fissati impongono di formalizzare titoli di proprietà su 7 milioni di ettari di terra entro il 2025, e di dotare di 3 milioni di ettari uno specifico fondo di terra entro il 2027, attraverso il meccanismo di estinzione del dominio e il recupero di terreni demaniali usurpati. Nel 2018, 55 mila famiglie contadine hanno ottenuto un titolo di proprietà legale, per un totale di 1,5 milioni di ettari, ma per quanto concerne il fondo di terra, esso dispone solo di 540 mila ettari[12]. Non da ultimo, uno dei punti maggiormente contestati riguarda la lentezza nell’aggiornamento del catasto, strumento fondamentale per avanzare nella restituzione e nella legalizzazione degli appezzamenti di terra.

La politica di sostituzione delle coltivazioni illecite rappresenta invece l’aspetto più critico, e Duque ha già dichiarato di voler tornare all’approccio basato sull’eradicazione forzata e l’aspersione aerea. In questi anni la produzione di coca registrata nel paese è cresciuta a ritmi vertiginosi, passando dai 48 mila ettari del 2013 ai 171 mila del 2017, di cui una parte è da addebitare alla scoperta da parte dello stato di aree coltivate a coca prima sconosciute. Le cause dell’aumento delle coltivazioni sono dettate dalla mancanza di un adeguato supporto dello stato che spinge i contadini nelle braccia delle economie illegali; dalla promessa degli aiuti governativi che hanno portato molti contadini a coltivare coca per accedere ai programmi di sostituzione volontaria e dal giogo degli attori armati sui cocaleros, manodopera vitale per sostenere il loro business[13]. I programmi di sostituzione volontaria faticano ad assistere la platea dei beneficiari: sono appena 6,3 mila gli ettari sostituiti in maniera volontaria tra il 2017 e il 2018, mentre l’obiettivo era di 50 mila ettari. Al programma sono iscritte più di 89 mila famiglie, per un totale di circa 71 mila ettari coltivati a coca, ma solo il 51% di esse ha ricevuto la prima tranche di aiuti sui due anni stabiliti, il 33% ha ricevuto assistenza tecnica e nessuna famiglia può contare ancora su un progetto produttivo già avviato[14]. Se il governo risponderà unicamente con la mano dura, nel lungo periodo il problema della coca si aggraverà, perché i contadini e i raccoglitori di foglia di coca, ultimi anelli della catena del narcotraffico, non avranno possibili alternative. Il business della coca, infatti, non solo ha portato risorse economiche laddove non c’erano, ma i proventi sono stati parzialmente reinvestiti in servizi comunitari o per mantenere settori economici legali.

Per quanto riguarda le FARC, sono 13 mila i guerriglieri che hanno abbandonato le armi. Ad oggi quasi tutti si concentrano in zone speciali, dove possono sviluppare progetti finanziati di reinserimento, anche se con il governo persistono frizioni dato che gli ex guerriglieri prediligono forme cooperative, mentre il governo attuale le etichetta come uno spreco di risorse pubbliche e realtà improduttive. Attualmente sono solo 2 i progetti collettivi approvati e finanziati, per un totale di novanta beneficiari. Le FARC inoltre denunciano l’omicidio di 85 ex guerriglieri dalla firma degli accordi[15].

Sul sistema di giustizia transizionale, il governo Duque spinge per una riforma costituzionale volta a imbrigliarlo e negli ultimi giorni ne ha contestato ufficialmente sei punti[16]. Ad un anno dalla sua entrata in vigore, quasi 12 mila persone si sono vincolate al sistema, di cui 10 mila ex guerriglieri e 2 mila tra agenti della forza pubblica e funzionari pubblici. La JEP può costituire il vero vaso di pandora del conflitto armato, aprendo una serie di scenari fino ad ora torbidi. Nonostante la propaganda ufficiale del Centro Democratico, è facile supporre che la presenza di agenti istituzionali preoccupi Alvaro Uribe, dal momento che potrebbero affiorare verità scomode sui casi di esecuzioni extragiudiziarie avvenuti quando era a capo del governo (2002 – 2010). Come denuncia la Ong Human Rights Watch, il governo in carica sta promuovendo alcuni dei generali dell’Esercito sospettati di vincoli con i casi di falsos positivos, piazzandoli in ruolo strategici[17].

Se il quadro delle riforme desta perplessità, la sicurezza interna latita. Secondo la Defensoría del Pueblo, organo di governo deputato al rispetto dei diritti umani nel paese, tra il 2016 e il 2018 sono stati 431 gli omicidi perpetrati ai danni di leader sociali e comunitari nel paese, mentre dei 231 riportati dalle Nazioni Unite, solo nel 54,4% dei casi sono stati riconosciuti gli autori materiali e i mandanti[18]. Tra le vittime figurano molti leader di comunità afro ed indigene, difensori dei programmi di sostituzione delle coltivazioni illecite e della redistribuzione della terra. Inoltre nel 2018, i massacri denunciati dalle Nazioni Unite sono stati 29, mentre circa 30 mila sono state le vittime di sfollamento forzato[19]. Anche nel 2019 le violenze non accennano a placarsi.

Come spiega la Ong Indepaz, il vuoto di potere lasciato dalle FARC è stato presto riempito da nuovi attori armati illegali. Nelle vecchie enclave delle FARC e dei paramilitari la violenza non sta affatto diminuendo, anche se il carattere ideologico è stato definitivamente deposto a favore di interessi locali e di natura esclusivamente economica, legati al narcotraffico, all’estrazione mineraria illegale e ad altri traffici illeciti. L’unico fronte aperto del conflitto armato rimane quello con l’ELN, che conta circa 2 mila uomini e con cui le prospettive di dialogo si sono nuovamente allontanate in seguito al recente attentato contro la scuola di polizia a Bogotà da loro rivendicato, che ha causato 21 morti [20].

Il fenomeno paramilitare non si è arrestato e tra tutte le fazioni spicca il Clan del Golfo, forte di 3 mila uomini e legato ai cartelli messicani della coca, sempre più presenti nel paese. Le direttrici su cui esso si muove sono due: nella zona tra Antioquia, Cordoba e Cauca dove la presenza di tutta la filiera della coca scatena scontri con le dissidenze delle FARC ed altri gruppi del narcotraffico; e al confine con il Venezuela, dove la porosità della frontiera facilita il transito illegale di cocaina e di benzina. Le dissidenze delle FARC, circa 2,5 mila uomini, disconosciuti ufficialmente dal nascente partito politico, si muovono invece nella costa del Pacifico (Chocò e Nariño) e nella fascia sud orientale (Amazonia e Orinoquia), dove sfruttano le sterminate coltivazioni di coca e si sovvenzionano attraverso il contrabbando di armi e l’estrazione illegale di minerali, tra cui oro e coltan.

La regione di Nariño, al confine con l’Ecuador, oggi probabilmente concentra le grandi criticità che avvolgono il post conflitto e Tumaco, una delle rotte più importanti del narcotraffico, è diventata una delle città più pericolose del paese[21]. Nella regione, che dal 2003 conta la più alta concentrazione di coltivazioni di coca nel paese (circa il 17%), le dissidenze delle FARC e i piccoli gruppi legati al narcotraffico stanno prendendo possesso delle terre e delle rotte battute dal commercio della cocaina, esercitando violenza contro la popolazione civile. Lo Stato latita, nonostante 23 mila famiglie si siano vincolate ai programmi di sostituzione volontaria e, l’aumento delle eradicazioni forzate che è facile ipotizzare nei prossimi mesi scatenerà le ondate di proteste dei cocaleros, che finiranno per rimanere inascoltate o verranno addirittura criminalizzate, come già accaduto ripetutamente nel passato. Le cause strutturali del conflitto non saranno attaccate, preferendo una linea miope e puramente militarista.

Concludendo, gli accordi di pace appaiono deboli, in un paese la cui storia appare sospesa nel suo eterno rincorrersi. La Colombia avanza cauta, un passo dopo l’altro su questo filo vacillante, preda di repentine folate che ne destabilizzano la tenuta. Ancora non si capisce se all’estremità di quel filo il paese possa raggiungere l’agognata riconciliazione, o se tutto ciò sia l’illusione prodotta dal realismo magico colombiano. Molto dipenderà da come verrà costruito il cammino quotidiano per arrivare ad una pace effettiva e tangibile e dalla volontà comune di rispettare gli accordi. La Colombia deve ancora indagare sul concetto profondo di pace a cui aspira, affinché essa non rimanga un fine vagheggiato a parole, ma un mezzo e un gesto quotidiano.



[1] Intellettuale colombiano ammazzato nel 1999, da due sicari legati ai paramilitaglle AUC e con presunte connivenze di uomini delle istituzioni dello Stato. 

[2] D. FAJARDO, Estudio sobre los orígenes del conflicto social armado, razones de su persistencia y sus efectos más profundos en la sociedad colombiana, Bogotá, 2015. 

[3] A. GUEREÑA, Oxfam Colombia, Radiografía de la desigualdad. Lo que nos dice el último censo agropecuario, Bogotá, 2017. 

[4] DANE, 3er Censo Nacional Agropecuario. Hay campo para todos, Bogotá, 2016.

[5] CNMH, Una Nación Desplazada, Bogotá, 2015, pp. 17 -20.

[6] C. ROMERO, CNMH, 262.197 muertos dejó el conflicto armado, Bogotá, 2018. 

[7] Alto Comisionado Para la Paz, Acuerdo final para la terminación del conflicto y la construcción de una paz estable y duradera, 2016, La Havana.

[8] J. SAENZ, El Espectador, La paz le costerá a Colombia $130 billones, Bogotá, 2017 .

[9] F. MANETTO, El País, Ivan Duque Presidente electo de Colombia: “esta paz que añoramos tendrá correciones”, Bogotá, 2018.

[10] Redacción Política, El Espectador, El despojo de tierras sigue sucediendo en Colombia, Bogotá, 2018.

[11] Colombia2020, El Espectador, Así se está reestructurando la atención a las víctimas del conflicto, Bogotá, 2018. 

[12] Redacción Política, El Tiempo, En Contexto: hectareas legalizadas por la Agencia Nacional de Tierras, Bogotá, 2018.

[13] UNODC, Colombia: monitoreo de territorios afectados por cultivos ilícitos 2017, Bogotá, 2018, pp. 29 - 40.

[14] International Crisis Group, Risky Business: The Duque Government’s Approach to Peace in Colombia, Bogotá, 2018, Report 67. 

[15] Colombia2020, El Espectador, Preocupaciones de Naciones Unidas por el acuerdo de paz, Bogotá, 2019.

[16] Colombia 2020, El Espectador, Objeciones del presidente Duque a la Jep: más políticas que de conveniencia, Bogotá, 2019. 

[17] HRW, Colombia: nuevos comandantes del Ejército estarían vinculados con “falsos positivos”, Washington, 2019.

[18] Redacción Judicial, El Espectador, En 2018 fueron asesinados 172 líderes sociales: Defensoría del Pueblo, Bogotá, 2019.

[19] Alto Comisionado de las Naciones Unidas para los Derechos Humanos, Situación de los derechos humanos en Colombia, Ginevra, 2019.

[20] BBC, Carro Bomba en Bogotá: el ELN reivindica la autoría del atentado que dejó 21 muertos en Bogotá, Londra, 2019.

[21] R. S. ROMERO, El País, El país de las masacres (Alto Mira, Tumaco), Madrid, 2017. 

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