CECITÀ. L’Iran del coronavirus e le sanzioni americane

(di Rebecca Reina)

Fonte: Ansa

Forse l’Iran non è come lo immaginiamo

È difficile pensare all’Iran tirandoci fuori da visioni e schemi costruiti in modi non troppo chiari dal nostro immaginario collettivo. La cosa più probabile è che pensiamo a dei balconi di pietra bianchissima che danno su un deserto non meglio identificato, da cui si vedono i cammelli pascolare liberi in strade poco asfaltate. Eppure nei nostri geni, da qualche parte, dovrebbe ancora esistere l’immagine che un nostro stretto parente, Alessandro Magno, ci ha dato dell’antica Persia. In occidente dovremmo aver più presente lui e un po’ meno gli indizi importati dagli Stati Uniti che raggruppano il Medio Oriente nella medesima, fotocopiata immagine di cammelli, caldo e donne col velo.

Alessandro Magno resta basito davanti alla straordinaria Persepoli, che era tutt’altro che un esempio di civiltà barbara e inferiore; 72 colonne, ricca di bassorilievi già solo la porta della città, il culto antico dello zoroastrismo, religione già monoteista, la ricchezza e l’immensità dei tesori, un sistema che era riuscito a diventare esempio per il mondo, con un impero che andava dalla Libia all’Asia centrale. La scelta finale di Alessandro Magno sarà quella di bruciare Persepoli e in occidente si racconta che quella rappresentava la giusta punizione per le malefatte di Serse e Dario. In Iran si dice piuttosto che davanti a quell’incendio c’era solo un uomo che brucia la più imponente città mai costruita solo per simboleggiare la superiorità della Macedonia distruggendo, di fatto, una civiltà immensa.

Oggi la percezione occidentale è mutata, abbiamo abbandonato gli occhi di Alessandro Magno per acquisire occhi nuovi, pervasi da una superiorità culturale che non esiste, da immagini geografiche poco corrette e dalla strana percezione, quest’ultima pur sempre greca, di avere di fronte uno Stato barbaro, selvaggio e soprattutto antidemocratico.

È proprio dalle piccole cose che questa analisi vuole partire, dalla pura e semplice percezione del circostante, dell’area fisica; l’Iran è uno Stato montuoso, non fatto di pianure deserte. In Iran d’inverno si scia, non somiglia al deserto del Sahara. Teheran giace sotto l’Elburz, una catena montuosa che arriva fino a cinquemila metri, parecchio innevata d’inverno, e probabilmente è questo quello che si vede dai balconi di Teheran.

Altra questione che spesso viene considerata in modo errato o comunque peculiare è quella della sanità. Questo Paese ha un ottimo sistema sanitario e gli ospedali non sono di certo tendoni nel deserto con medici in ciabatte. Dato fondamentale, inoltre, è quello riguardante le donne che in Iran riempiono le università, anzi, sono circa il 60%. Con questo non si vuole dire che non esistano problemi di parità o non esistano donne con il velo, piuttosto si cerca di costruire un’immagine più simile alla realtà, cercando di privarla di certe distorsioni che ci fanno sentire così diversi.

Non si intende neanche europeizzare l’idea che si ha dell’Iran, è e resta giustamente una cultura diversa dalla nostra, ha e avrà un approccio diverso dal nostro, ma valutarlo o discuterne non significa partire dai concetti e dalla cultura europea. Se scegliessimo di fare così e di muoverci seguendo quei concetti e quella cultura sarà impossibile guardare con occhi liberi, neutri e curiosi non solo l’Iran, ma qualsiasi altro Stato che esiste fuori dalla nostra orbita. In ogni caso è importante sottolineare come non si taglino le teste alle persone per strada, come le donne siano perfettamente capaci di leggere e scrivere e come esista un sistema democratico.

Certo, la democrazia in Iran è abbastanza diversa dalla nostra, ma è anche vero che è impossibile fare un paragone con altri Stati profondamente chiusi e semi dittatoriali. Il sistema iraniano, come i sistemi occidentali, è fatto di pesi e contrappesi; il potere supremo spetta all’Ayatollah Khamenei, che però non è di certo una carica eterna ed ereditabile, è infatti una carica elettiva. È l’Assemblea degli Esperti che elegge il leader supremo. A sua volta quest’ultima viene eletta a suffragio universale; il corpo elettorale è anche chiamato a votare il Parlamento e ad eleggere il Presidente. Organo sicuramente particolare è il Consiglio dei Guardiani: eletto dal potere giudiziario e composto da sei consiglieri religiosi e sei consiglieri laici, è chiamato a decidere quali candidati siano ammissibili, e può avere da ridire sulle decisioni del Parlamento e del Presidente. Non bisogna pensare, comunque, che l’inammissibilità di un candidato sia eterna, infatti ci si può ripresentare.

Fonte: Fabristol

Iran e Stati Uniti: mai amici?

Ufficialmente la tensione fra Stati Uniti e Iran ha inizio nel 1979, anno della rivoluzione di Khomeini. Il sequestro dei 52 dipendenti dell’ambasciata americana nel novembre del 1979, liberati solo un anno dopo, serve a imporre e legittimare il nuovo regime davanti agli occhi del mondo intero, e soprattutto serve a portare avanti la bandiera della non ingerenza da parte di altri Stati, concetto spesso non troppo chiaro agli USA. Probabilmente esisteva anche un sottotesto di antiamericanismo da parte del nuovo regime, che accusava il vecchio Scià di essere letteralmente un pupazzo nelle mani degli americani.

Le tensioni continuano negli anni successivi, ricordiamo gli anni ’80 con il supporto statunitense all’Iraq durante il conflitto Iran-Iraq e il ruolo tutt’altro che neutro dell’Iran durante le guerre americane nel Golfo.

Il nucleare non è mai stata, quindi, l’unica preoccupazione americana, infatti vanno considerati ampiamente anche altri fattori: l’Iran si professa potenza sciita, per natura opposta ai sunniti sauditi amici degli Stati Uniti; oltretutto è anche amico della Russia, sostenitore della Siria di Assad, di Hezbollah in Libano e di Hamas in Palestina. È proprio in questo clima di tensione e sospetto che viene creata la propaganda contro l’Iran, regalandoci tutte quelle visioni assolutamente immaginarie di cui parlavamo prima.

Ed è sempre in questo stesso clima che si stabilizza il potere di Soleimani. Quest’ultimo con il suo ruolo di capo della Quds dal 1998, divisione del Pasdaram specializzata in operazioni all’estero, si dedica a stringere rapporti con Iraq, Afghanistan, Siria e Libano raccogliendo consensi e facendo percepire costantemente la sua presenza. Questo è lo stesso generale che verrà colpito da sanzioni con l’accusa di terrorismo per aver sostenuto Assad e che, a quanto pare, non riuscirà a redimersi neanche con la guerra contro l’ISIS, guerra che gli porterà vittoria, onore e proseliti. Questa redenzione non basta perché verrà assassinato da un drone americano in territorio iracheno il 2 gennaio 2020. La risposta tempestiva dell’Iran è quella di sguinzagliare missili contro due basi aeree di interesse americano in Iraq l’8 gennaio.

Ecco, è dopo questi insoliti eventi che molti giornali hanno parlato di Terza Guerra Mondiale e di esplosione finale delle tensioni. Tutto questo, ad oggi, risulta altamente improbabile visto che gli Stati Uniti per primi non ne hanno l’intenzione. Potrebbe sembrare l’opposto ma è proprio l’azione del Presidente Trump che ci suggerisce questa conclusione; questo tipo di atteggiamento, di show eclatante, di stupore mondiale va contro qualsiasi eventuale programmazione bellica. Anzi, è probabile che resti addirittura un evento assolutamente isolato, utile probabilmente solo in vista delle elezioni americane del novembre 2020.

Con l’omicidio di Soleimani non è stata di certo disintegrata l’intera organizzazione, anzi, il Quds è stato forgiato dal generale per 22 anni e il risultato non sarà l’annichilimento ma la rinascita, come un’idra. Partendo proprio dalla cultura sciita ci si rende conto che l’azione degli Stati Uniti ha reso Soleimani un martire, e il martirio è la morte più onorevole nella Shi’a. Non si parla di un martirio barbaro e di matrice terrorista, piuttosto si parla della morte per difendere e servire la comunità.

L’omicidio di Soleimani coincide anche con la parte conclusiva del lungo e travagliato accordo sul nucleare. Si potrebbe dire che tutto ha inizio con l’US Atoms for Peace Program, programma di assistenza tecnica americano che supporta il progetto nucleare avviato dallo Scià Reza Pahlavi negli anni ’50. Si parla di un programma ad uso civile interrotto nel 1979 con la rivoluzione islamica e che, anche senza l’assistenza americana, non smetterà mai di esistere. Verrà ufficialmente scoperto dopo svariate denunce e dichiarazioni nel 2002, anno in cui l’Iran inizierà a subire le sanzioni che ne soffocano l’economia, soprattutto quella parte vitale dell’economia persiana che è l’esportazione di petrolio. Così la malattia dell’inflazione infetta il Paese, il popolo si impoverisce progressivamente e il governo si irrigidisce portando l’Onda Verde, movimento di giovani che chiedeva più libertà ancor prima delle primavere arabe, ad un miserabile fallimento.

L’attesissimo momento di distensione arriva nel luglio 2015 con il JCPOA, l’accordo sul nucleare firmato da Obama e dagli altri quattro Paesi del Consiglio di Sicurezza insieme alla Germania. Accordo che si conclude unilateralmente, da parte americana, l’8 maggio 2018 con l’aggiunta di un regime sanzionatorio rigido e soffocante.

Ma qual è il pretesto usato da Trump? Qui entra in gioco un’agenzia, l’AIEA, che ha il compito di vigilare sul rispetto dell’accordo. Nonostante l’Iran si fosse sempre sottoposto ai suoi controlli, aprendo addirittura le porte dei depositi militari, il Presidente Trump ha più volte sostenuto di non credere ai rapporti dell’agenzia che registravano un generale rispetto degli accordi. Con l’uscita degli Stati Uniti l’Iran continua a rispettare l’accordo, principalmente per non inimicarsi l’Unione Europea. Ufficialmente l’Iran non rispetterà più i patti dopo l’omicidio di Soleimani. Atto considerato imprevedibile, palesemente bellicoso e pieno di prepotenza da parte di Trump che porterà l’Iran a rispondere prontamente.

Le sanzioni del “regime change”

Fonte: La stampa

Persino il candidato democratico alla presidenza USA, Bernie Sanders, sostiene che gli Stati Uniti stiano contribuendo al disastro dell’Iran che si affaccia verso una catastrofe umanitaria. Questa strategia osteggiata da Sanders è quella del “regime change”, che contempla la massima pressione sull’Iran. Eppure la soluzione esiste secondo il governo americano, infatti le sanzioni saranno tolte solo se l’Iran sarà disposto ad abbandonare il programma nucleare e quello missilistico e se si ritirerà dai conflitti regionali. Neanche il Coronavirus riesce ad allentare tale morsa, nonostante questa avrebbe potuto essere un’occasione per distendere le relazioni USA-Iran.

Ma quali sono esattamente queste sanzioni?

Una delle più stringenti è sicuramente quella bancaria, che impedisce all’Iran di accedere liberamente alle ampie riserve di valuta estera, stimate in circa 70 miliardi di dollari, che mantiene in conti in tutto il mondo.

Altra sanzione fondamentale è quella petrolifera. Proprio il petrolio, che esiste in Iran in grandi quantità, assicurerebbe una certa solidità all’economia ed una certa liquidità di cui l’Iran, al momento, non dispone più.

Anche il settore navale e le compagnie aeree soffrono delle sanzioni americane, ambito quest’ultimo di importanza strategica e fondamentale per qualsiasi nazione, considerato che la maggior parte delle merci vengono spedite via nave in tutto il mondo.

Sono esclusi dalle sanzioni i beni di prima necessità e gli aiuti umanitari. È consentita, quindi, la vendita di prodotti agricoli, cibo, medicine e dispositivi medici, con eccezioni che vedremo più avanti.

In breve, l’amministrazione americana ha inserito nella lista nera 50 banche e filiali iraniane, oltre 200 navi, la compagnia aerea nazionale e oltre 65 aerei. Soffrono dello stesso “virus delle sanzioni” anche i settori collegati a quelli sopra citati, creando danni ancora più importanti all’economia.

È significativo che gli Stati Uniti sostengano che queste misure siano rivolte al regime iraniano e non al popolo iraniano.


Come si affronta una pandemia senza tutti i mezzi possibili?

Fonte: Maps arcgis

Dopo gli USA, l’Italia, la Cina, la Spagna e la Germania il Paese più colpito dal Covid-19 è l’Iran, ma con meno risorse e una situazione catastrofica a causa delle sanzioni americane. Ad oggi, 29 marzo, l’Iran conta oltre 38 mila contagiati e oltre duemila morti, ma purtroppo i dati che abbiamo in possesso si teme siano sottostimati.

Le misure di contenimento iraniane sono arrivate un po’ in ritardo rispetto a quelle italiane, principalmente perché in questo momento storico l’Iran non poteva permettersi una interruzione tempestiva dei voli verso la Cina, per non spezzare i legami con un Paese fondamentale per la propria economia, soprattutto dopo le strangolanti sanzioni americane e il sostanziale immobilismo dell’Europa a riguardo.

I primi segnali dell’epidemia arrivano nel mese di febbraio nella città di Qom, centro religioso di fondamentale importanza a circa 200 km dalla capitale, che ha fatto parlare di sé dopo le notizie riguardo le “fosse comuni” arrivate dai quotidiani americani. È importante smentire questa notizia che è presumibilmente annoverabile tra i tentativi di propaganda statunitense. Sembra infatti che l’Amministrazione iraniana abbia scavato delle fosse nella città di Qom perché nella religione islamica è impensabile conservare i corpi nelle celle frigorifere per giorni prima di essere seppelliti. Aspettandosi quindi un alto numero di decessi, visto che la città si era rivelata importante focolaio, le opere di scavo sono state strumento efficace e necessario per accogliere molti defunti in breve tempo.

All’inizio della pandemia la parola d’ordine delle autorità è stata “ridimensionare”. Ridimensionando l’entità della minaccia, infatti, l’economia non si sarebbe ulteriormente bloccata e non si sarebbero dovuti rinviare due eventi di fondamentale importanza: le elezioni parlamentari e l’anniversario della rivoluzione. Questa negazione parte dallo stesso Khamenei che addirittura parlava di “cosiddetto virus”. Adesso le comunicazioni istituzionali somigliano sempre di più a quelle degli altri Paesi europei, con la differenza che in Occidente si paragona spesso la situazione attuale a quella del secondo dopoguerra mentre in Iran lo si fa con la “guerra imposta” del 1980-88 contro l’Iraq.

È in questo contesto che le sanzioni americane mettono a dura prova la sanità iraniana, di norma ben funzionante come evidenziato all’inizio di questa analisi. Sono infatti le misure restrittive sul sistema bancario ad aumentare i prezzi delle importazioni e a bloccare le catene di rifornimento. In questo modo i beni che fanno eccezione alle sanzioni, quindi le risorse di prima necessità, diventano di fatto insufficienti. È la carenza di farmaci e macchinari, come gli ormai famosi ventilatori polmonari, fondamentali in questo momento, che mina la salute dei cittadini iraniani. È sconvolgente la lista stilata dal Ministero della Salute che evidenzia i beni considerati urgenti: 1000 respiratori, 3.2 milioni di test, 10 milioni di kit protettivi per il personale e 160 milioni di mascherine.

Questo domino di eventi porta anche la valuta locale al crollo, facendo crollare a sua volta, soprattutto con i primi decessi da coronavirus, anche i consumi interni.

È ancora giusto ignorare la situazione attuale per il sacrosanto principio di leadership regionale?

Testimonianza della percezione dell’emergenza da parte del governo di Teheran è il prestito chiesto al Fondo Monetario Internazionale, per la prima volta in 60 anni, di 5 miliardi di dollari. Prestito che è stato accettato mettendo a disposizione 50 miliardi di dollari di assistenza finanziaria. Il punto cruciale del discorso sull’economia iraniana è proprio questo; è infatti sbagliato pensare che la totalità delle entrate di questo Paese derivino dal petrolio, ma è il petrolio a garantire una certa liquidità internazionale.

Gli USA offrono aiuti umanitari all’Iran, aiuti che quest’ultimo rifiuta prontamente giudicandoli intrisi di ipocrisia visto che evidentemente non è nelle loro intenzioni abbattere la morsa sanzionatoria.

Europa, Cina e Russia chiedono agli Stati Uniti di allentare le sanzioni, ma la risposta indiretta che sembra aver dato l’America è arrivata il 17 marzo con l’imposizione di nuove sanzioni rivolte a tre iraniani legati al programma nucleare. Questo non ha ovviamente peso riguardo la situazione generale ma probabilmente dimostra quali siano le intenzioni degli Stati Uniti.

Ma che ruolo gioca l’Europa? In questo momento risulta assolutamente assente. Anzi, molte aziende non vendono medicinali all’Iran per paura di essere colpite da sanzioni unilaterali o di essere penalizzate dagli Stati Uniti. Questo atteggiamento porta le aziende a sentirsi minacciate nonostante nessuna sanzione effettiva impedisca loro di farlo. Caso virtuoso è la Svizzera, ovviamente estranea all’Unione Europea, che ha aperto un canale per la vendita di farmaci, la Swiss Humanitarian Trade Arrangement.

La propaganda americana descrive la situazione dell’Iran come disastrosa, lo fa apparire come un Paese sconfitto, con un sistema crollato da settimane sotto il peso del fanatismo religioso, che non fa altro che scavare fosse comuni. Al contrario questo virus ha reso palese ciò che l’Iran davvero rappresenta. Sicuramente parliamo di una teocrazia, di un Paese che non è immune ai condizionamenti religiosi, ma è proprio l’establishment religioso che ha reagito prontamente chiudendo i luoghi di culto e dimostrando che fermare il virus è più importante che andare a pregare. Oltretutto il Capo di Stato ha dichiarato che i medici e gli infermieri morti per combattere il virus saranno considerati martiri, dando così alle famiglie dei defunti assistenza economica che è appunto garantita per chi subisce martirio. Tutto questo non dimostra che il Coronavirus stia contribuendo a laicizzare l’Iran, piuttosto indica che è un Paese in cui la scienza ha la stessa importanza della religione.

Fonte: Giornale di Sicilia

In ogni caso l’Iran è e rimane chiaramente un Paese in forte difficoltà, come molti altri Stati in questo momento. Sono le sanzioni che non gli permettono di combattere con tutti i mezzi possibili. Evidentemente l’Occidente fatica ad ascoltare le parole del Ministro degli Esteri iraniano Javad Zarif che nei giorni scorsi con un tweet ci ha ricordato che “il virus non conosce né politica né geografia”.


Cosa succederà all’Iran?

La politica estera statunitense non è diversa neanche in questo caso, con sanzioni, minacce e impoverimento di un Paese spera di imporre la propria leadership regionale, o comunque quella dei suoi “amici”. Sicuramente il malcontento in Iran è destinato a crescere a causa delle manovre americane, aggravate dalla presenza del virus. Questo ha già avuto una conseguenza importante rappresentata dall’incremento dei conservatori in Parlamento dopo le recenti elezioni, lasciando ai riformisti pochissimi seggi.

Fonte: La Repubblica

Queste elezioni, inoltre, registrano una bassissima affluenza alle urne anche nelle grandi città; parliamo del 42,5%, record negativo dal 1979 ad oggi, probabilmente perché persino i cittadini più colti che abitano nelle metropoli faticano a credere in un governo che li sta portando alla miseria. Tuttavia il fronte conservatore non è compatto come si crede, la principale differenza fra le diverse fazioni del partito è puramente generazionale e conseguentemente ideologica. Nel partito conservatore coesistono la classe politica che ha fatto la rivoluzione e quella che nasce con la guerra con l’Iraq. Generazione, quest’ultima, che si riferisce spesso ai ranghi militari, e che ha vissuto isolamento e assedio. Saranno queste due correnti che influenzeranno il prossimo futuro dell’Iran. In questo contesto il Presidente moderato Rouhani è fortemente criticato da mesi per l’incapacità di gestire la situazione economica, che ha ben presto cancellato il successo politico dell’accordo sul nucleare.

Riguardo un ipotetico nuovo accordo bisogna riconoscere che l’Iran ha sempre dimostrato di essere un Paese più pragmatico che ideologico, quindi l’eventuale cambio di governo non è detto che sia obbligatoriamente un problema. L’Iran ha sempre valutato il proprio interesse nazionale e se un eventuale nuovo accordo sarà utile e funzionale probabilmente verrà contemplato come opzione.

È difficile pensare che sanzioni violente e pesanti possano portare ad una situazione di stabilità, e l’instabilità è per sua natura imprevedibile, e non si sa quanto l’imprevedibilità sia conveniente per gli Stati Uniti.



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