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Cannabis in America Latina: una storia di cartelli ed esempi di legislazione

Aggiornamento: 21 dic 2021

1. Introduzione


I derivati della canapa sono illegali e malvisti in molti Stati, sia in Europei sia in altre zone del mondo, nonostante siano parte di un mercato florido e la scienza abbia riscontrato aspetti positivi di alcuni di questi derivati. Un derivato famoso è la marijuana (o marihuana), polvere ottenuta facendo seccare i fiori o le foglie di canapa indiana (cannabis indica), solitamente fumata in sigarette o pipe, che provoca euforia e modifica le percezioni visive e uditive. Se assunta in grandi dosi porta ad alterare il comportamento e le funzioni psichiche. Questo è quanto riporta il vocabolario Treccani, e riassume il motivo dell’illegalità di questa sostanza.


2. La storia della canapa


La canapa è l’unica pianta al mondo utilizzabile sia come droga che come fibra. Questo spiega perché la sua coltivazione risalga a circa 10mila anni fa, quando era coltivata nelle attuali Taiwan e Romania, per diffondersi in Asia centrale, sudest asiatico, India e in Europa orientale. Il suo utilizzo è testimoniato da almeno 5mila anni, per ragioni mediche, spirituali, religiose o ricreative, tra popoli quali ariani, indiani, assiri, fenici, perfino babilonesi. In Cina, un trattato di farmacologia annovera la cannabis quale farmaco già nel 2737 a.C. Gli antichi greci riconoscevano l’uso di cannabis tra sciiti provenienti dall’Iran e in alcune isole del Mediterraneo. In Africa la canapa era diffusa in Egitto, Marocco e Sudafrica.


La canapa raggiunse l’Europa centrale almeno 2.500 anni fa, come testimoniato da un ritrovamento di semi e foglie di cannabis a Berlino. Esistono prove dell’uso di questa pianta anche tra celti e pitti. In tutta Europa la cannabis era un’usanza talmente radicata che la bolla papale che a metà del XV secolo vietò l’uso ricreativo della pianta non suscitò l’effetto sperato, trasformandola in una moda per gli intellettuali, come il club di letterati parigini di cui facevano parte, tra gli altri,Victor Hugo, Alexandre Dumas, Charles Baudelaire, Honoré de Balzac e Théophile Gautier.


La canapa si adatta a terreni altrimenti non coltivabili, quali sabbie e paludi, ed è un materiale versatile. Come fibra era utilizzata per fare la carta. Per esempio, la Bibbia di Gutenberg, il primo libro stampato, era stampato proprio su canapa, come la costituzione degli Stati Uniti, qualche secolo più tardi. I vestiti in canapa erano abituali in Europa centrale e meridionale. Si utilizzava come olio, materiale per le corde e vele e come mangime per il bestiame. L’Italia era il secondo produttore al mondo di questa pianta, e il primo fornitore della marina inglese, fino a quando nacquero le navi a carbone.


La canapa tramontò definitivamente con il Marijuana Tax Act del 1937, che la bandì negli Stati Uniti e diede l’esempio per la gran maggioranza degli Stati del mondo. Dietro presunti motivi scientifici che collegavano la canapa a violenza, pazzia e morte, si celavano ragioni economiche: la casa editoriale e cartiera Hearst stava investendo in carta da albero e la DuPont stava brevettando il nylon.


Per dare l’idea della popolarità di questa droga, basti riferirsi ai dati United Nations Office on Drugs and Crime del 2006. L’organizzazione stima che il 4% della popolazione adulta a livello mondiale utilizzi la cannabis una volta all’anno e lo 0,6% quotidianamente (22,5 milioni di persone). Questo rende la cannabis la droga più popolare al mondo, seconda solo ad alcol e tabacco, che però sono legali nella maggioranza degli Stati.


3. Cannabis: droga o medicina?


La cannabis è la droga più popolare al mondo, e la più innocua, secondo alcuni. Oltre a vantare buone proprietà energetiche, i semi di cannabis sono uno dei nutrienti più ricchi al mondo: contengono omega 3 e omega 6 in quantità non raggiunte da altri alimenti, sono utili contro colesterolo, psoriasi e altri malanni. La fama negativa di questa pianta è dovuta all’azione inebriante del principio attivo tetraidrocannabinolo (THC), che è alla base dei derivati droganti. Gli oltre cento principi attivi attualmente conosciuti presenti in questa pianta non causano effetti psicoattivi.


È bene precisare che il nome latino generale della pianta di canapa è cannabis, che quindi non si riferisce a nessun principio attivo, bensì può riferirsi a qualsiasi derivato della pianta.


La pianta si diversifica in tre tipi, i cui nomi latini sono: cannabis sativa, cannabis indica e cannabis ruderalis. La cannabis sativa è la più comune, contiene un livello minimo di THC ed è ricca di fibre, quindi adatta per produrre stoffe e carte. La cannabis indica è di origine indiana e contiene quantità maggiori di THC, che la rende adatta all’uso medico. La canapa ruderalis cresce selvatica e contiene quantità medie di THC.


Le piante di cannabis si distinguono tra femminili e maschili. Quelle femminili rilasciano una resina per proteggersi dal caldo: questa resina è la sostanza base dell’hashish.


La marihuana, invece, si ottiene essiccando i fiori di cannabis sativa, la varietà più leggera, che quindi non causa effetti psicoattivi.


Dal punto di vista della pericolosità, la cannabis non è mai stata collegata a nessuna morte. Esiste il maggiore rischio di sintomi respiratori, le donne incinte potrebbero partorire bambini con peso basso, e in ogni caso si rischia maggiormente schizofrenia e psicosi. Un altro pericolo probabile è peggiorare l’apprendimento, la memoria e l’attenzione.


Dal punto di vista medico, dei circa cento principi attivi presenti nella pianta solo due sono particolarmente studiati: il THC e il CBD. Il THC stimola l’appetito, decontrae e calma i muscoli, decongestiona mucose e abbassa la pressione dell’occhio, è efficace contro dolori e malattie croniche, per esempio la sclerosi multipla, e nella nausea e vomito indotti dalla chemioterapia. Potrebbe alleviare i disturbi del sonno e forse potrebbe migliorare l’appetito e diminuire i sintomi della sindrome di Tourette e l’ansia. Si sta pensando di studiare l’effetto del THC sugli animali, soprattutto cani e gatti.


Il cannabidiolo (CBD) non ha effetti inebrianti ed è efficace contro dolori cronici di tipo neuropatico, infiammatorio e di ansia. Gli esempi classici sono artrosi, disturbo da stress post traumatico, disturbo ossessivo-compulsivo. Si dimostra valido contro ansia e depressione. Il THC può ridurre la latenza del sonno, ma a lungo andare potrebbe peggiorarne le condizioni. Invece, il CBD contrasta i disturbi della fase REM e, se consumato in piccole dosi, ridurrebbe la sonnolenza diurna. Il CBD è efficace contro alcune forme gravi di epilessia, riducendo gli eventi di crisi della metà. Sono in fase di studio gli effetti del CBD su acne e psoriasi, sclerosi multipla, salute cardiovascolare, diabete, schizofrenia e malattie neurodegenerative.


4. Narcotraffico in America Latina: tra cartelli messicani e criminalità nazionali


Storicamente, il narcotraffico è noto negli Stati Uniti dagli anni Sessanta con la marihuana e negli anni 70 si sviluppò, legandosi principalmente alla cocaina proveniente dalla Colombia, che raggiungeva la Florida e New York. Gli affari fiorivano al punto che molti narcos dovettero aprire delle proprie banche. Nel 1980 a Miami iniziò una faida per il controllo del territorio e il presidente statunitense Raegan proclamò la guerra al narcotraffico, eliminando i grandi cartelli colombiani. Così, i messicani che fino ad allora erano stati i “muli”, quelli che vendevano materialmente la merce negli Stati Uniti, colmarono il vuoto organizzandosi in nuovi cartelli. Ad oggi, gli unici veri cartelli dell’area sono messicani. Fino al 2000, in Messico la situazione era stabile, grazie alla compiacenza del PRI, Partito Rivoluzionario Istituzionale, che lasciava via libera ai cartelli. Ma contemporaneamente alla sconfitta elettorale del PRI, diminuì la domanda negli USA e questo causò un’escalation che portò il Messico ai vertici della violenza regionale e mondiale. I grandi cartelli si frammentarono e altri sorsero, dalle bande atte a proteggere i grandi capi dei cartelli.


Non si parla solo di Colombia: la Bolivia e il Perù producono cocaina, l’Argentina droghe sintetiche. Il Nord America è il primo mercato per il narcotraffico latino-americano, il secondo è il mercato europeo, seguono Brasile e Messico. La droga diretta verso l’Europa parte dal Venezuela, mentre quella destinata ai mercati del nord passa in vari modi lungo la direttrice messicana o caraibica.


Il traffico della sola cocaina mette in circolazione 500 miliardi di dollari all’anno e raggiunge fino al 40% del PIL dei paesi produttori, il 3% del PIL mondiale. Ad oggi il paese produttore più noto è la Colombia, dove sono saldi cartelli messicani. Il narcotraffico alimenta il PIL italiano del 10% e la ‘ndrangheta è la regina della rotta latino-americana: in Messico penetra la politica influenzando le elezioni dei candidati più moderati e corruttibili, o già corrotti, e mantenendo un rapporto di mazzette e favori reciproci ed è protagonista indiscussa nella regione.


L’influenza di questo mercato nel Messico è tale da infiltrare il 70% dei settori produttivi e rappresentare il 30% del PIL, secondo dati del 2009, che sono datati ma rendono l’idea. Si parla anche di una “prima narco guerra” in atto nel Paese, con più di 100 mila morti in 10 anni. La cooperazione tra mafie geograficamente distanti e la forza disaggregante del settore delle droghe nelle società è tale da parlare di “geomafiosità” e geopolitica del narcotraffico, almeno in America Latina, soprattutto in Stati quali Messico, Venezuela e Brasile, i maggiori attori regionali dal punto di vista geopolitico ed economico, e centri del narcotraffico.


In Colombia le FARC e l’ELN iniziarono ad agganciare il settore negli anni Novanta come protettori di tutti i passaggi della produzione, per poi, negli ultimi anni, gestire essi stessi il processo.


Un dato singolare riguarda il Perù, dove principalmente una sola regione è resa coltivazione di piante da cui estrarre droghe, la regione di Vrae, controllata da una cellula del Sendero Luminoso, ma smercia quantità sufficienti per occupare la seconda posizione come centro di produzione del subcontinente.


La Bolivia è un altro Paese intensamente coinvolto nella produzione di droghe, con una produzione di coca di 120 tonnellate annue. Le piantagioni sono concentrate nella zona del Cochabamba, mentre lo smercio internazionale nella regione del Pando, al confine con Perù e Brasile. Il principale mercato boliviano sono i confinanti Cile, Brasile e Paraguay, ma anche il Nord America e l’Europa, grazie ai cartelli messicani. L’influenza reciproca tra mafia italiana e cartelli messicani è stretta e di lunga data, non solo nel commercio, ma anche negli usi, per esempio riguardo ai tatuaggi.


Negli ultimi anni, l’Argentina è diventata il laboratorio di lavorazione di precursori chimici delle droghe, grazie alla crisi economica che ha agevolato gli stranieri con tassi di cambio convenienti e ha permesso la creazione di una rete di laboratori clandestini che raffinano i materiali grezzi provenienti da Perù, Colombia e Bolivia. Di nuovo, gran parte dei narcos sono messicani. Argentina e Brasile, oltre al Venezuela, sono punti di snodo verso l’Europa, con tappa in Africa occidentale, dove resta il 20% del carico.


I principali cartelli sono messicani, ma sono rilevanti anche le organizzazioni criminali nazionali come FARC e ELN in Colombia e Sendero Luminoso in Perù. Questi due Stati, insieme alla Bolivia, sono i principali produttori di coca e l’Argentina è il principale laboratorio di droghe sintetiche. La ‘ndrangheta ha recentemente scavalcato Cosa nostra come principale alleata dei messicani verso tutta l’Europa per la maggiore stabilità e per la rete capillare in tutto il continente.


5. Cannabis in America Latina: legislazioni a confronto


Data l’ambiguità dei prodotti ottenuti dalla cannabis, che dimostrano effetti diversi a seconda del principio attivo maggioritario, nel mondo alcuni Stati ne hanno permesso l’uso entro limiti precisi e altri stanno valutando di legalizzarne l’uso, entro criteri variabili da Stato a Stato. Allo stesso tempo, secondo il rapporto 2019 della Junta internacional de fiscalizaciòn de estupefacientes, in America Latina gli stati più colpiti si stanno adoperando per combattere il narcotraffico a livello nazionale (dunque manca un quadro di riferimento internazionale).


I criteri di scelta delle nazioni da confrontare sono i seguenti. L’Argentina è stata l’ultima in ordine di tempo a legalizzare la cannabis medicinale e ha avuto modo di imparare dagli aspetti positivi e negativi degli esempi di altri Paesi. Messico e Colombia sono gli Stati più violenti e dilaniati dai cartelli, che però continuano ad imperare.


L’Argentina ad ora permette l’uso medicinale della cannabis e, nonostante immancabili zone grigie, la legislazione sembra gradita ai più. Buenos Aires apre alla cannabis dal 2017, permettendone la vendita di oli e creme nelle farmacie e nel 2020 legalizza la coltivazione privata della canapa per uso terapeutico, giustificato dal parere medico. A marzo 2021 è stato attivato il registro elettronico per medici e pazienti che utilizzano i derivati della canapa per scopi terapeutici e palliativi. La legge del 2020 ammette la coltivazione di 9 piante in fiore (non menziona le piante totali), il trasporto di 40 grammi di fiori secchi o 8 bottiglie di olio e la coltivazione sussidiaria, ovvero un terzo può coltivare per altri, purché sia registrato al portale sopramenzionato.


Si tratta di un passo in avanti ed è benvisto che non ci siano limiti alle malattie o ai malesseri curabili con questa pianta, ma si contesta che la registrazione online abbia valenza annuale, il vincolo al parere medico (sebbene non specialista) e la mancata menzione della vendita delle materie prime, quali semi.

Il Messico è in panne sulla liberalizzazione del consumo ludico dei derivati della cannabis. Il Paese permette la cannabis medicinale dal 2017, mentre a marzo 2021 è in fase di dibattito una legge per legalizzarne la vendita per scopo ricreativo, sulla spinta della dichiarazione di incostituzionalità del divieto di uso della cannabis per motivi ludici da parte della Corte costituzionale nel 2017. Nell’attesa di una svolta riguardo alla legge, a giugno 2021 la Corte ha emesso una dichiarazione generale escludendo la cannabis e il THC dall’elenco delle sostanze non consumabili per scopo ricreativo.


A livello politico, il dibattito politico centra il discorso sul contrasto ai cartelli per ridurne la violenza, ma alcuni osservatori stimano che l’impatto della legge in questo senso sarebbe minimo. I difensori dei diritti umani criticano che la legge si focalizzi sulle licenze ai commercianti più che sui consumatori, che dovranno richiedere un permesso per cui non sono stati stabiliti criteri, lasciando la decisione ai giudici e non è indicato se esistano massimali per la produzione per autoconsumo.


In Colombia, la nazione principale produttrice di sostanze psicoattive, l’uso medicinale dei derivati della cannabis (o canapa) è legale dal 2015, così come il possesso di semi e coltivazioni. A novembre 2020 è stato approvato un progetto di legge che regolamenti e controlli l’uso di cannabis tra adulti. Secondo il sito web del Senato, il dibattito che ha portato all’approvazione del progetto di legge si è concentrato sulla previsione di sottrarre guadagni ai cartelli e imporre il monopolio di stato, ma si tratta di un discorso miope.


Innanzitutto, il monopolio di Stato non inciderebbe sulla rendita dei cartelli, tantomeno ridurrebbe la violenza nel Paese in modo significativo, dato che il narcotraffico è guidato da altre sostanze e che i cartelli sono attivi in molti altri settori. In secondo luogo, ma non per importanza, ci si dimentica dell’impatto sociale della cannabis, sia a livello di individuo che collettivo in famiglia e all’esterno. Per prevenire questi effetti, è necessaria una campagna di sensibilizzazione che per il momento sembra non essere prevista.


Urge sottolineare che tutte le legislazioni confrontate in questa sede sembrano dimenticare la fase di sensibilizzazione, non solo quella colombiana.


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Cannabis in America Latina una storia di cartelli ed esempi di legislazione - Elena Scalab
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