Camerun: destino di una Nazione vincolata alla Francia e guerra civile interlinguistica

Aggiornato il: 6 lug 2018


La news da cui prende spunto la rubrica di oggi è quella delle ennesime violenze avvenute in Camerun. Se voi vi chiedeste “Perché? Che succede in Camerun?” nessuno ne rimarrebbe sorpreso; quella che è definita l’Africa in miniatura per il fatto di ospitare più di 200 differenti gruppi linguistici al suo interno, riproducendo appunto l’enorme eterogeneità del continente africano, non è certamente una priorità dei nostri media.

Tuttavia è giusto renderne conto in generale e in questa rubrica in particolare.

Francofoni contro anglofoni: il Sykes-Picot del Camerun

Questa regione geografica, caratterizzata dai più alti tassi di alfabetizzazione del continente africano cui però si accompagnano i più alti tassi di corruzione, ha subito diversi “passaggi di proprietà” nel corso degli ultimi secoli: dopo essere stato per circa tre secoli luogo in cui portoghesi prima e olandesi poi si procacciavano gli schiavi, nel corso della Conferenza di Berlino del 1885 che sancì la spartizione dell’Africa tra le grandi potenze coloniali, quello che è l’attuale Camerun fu assegnato alla Prussia di Bismarck.

Successivamente, tuttavia, quando l’impero tedesco del Kaiser Guglielmo II fece nel 1911 con la Francia l’accordo di Fés (già ampiamente trattato nell’articolo “Marocco Bifronte: Ponte e Muro” disponibiile sul report n. 0 di Metamoforsi del mondo), cedette a Parigi un piccolo pezzetto di terra (il c.d. “becco d’anatra”, in rosso nella prima cartina) acquistando però in cambio un’ampia porzione di territorio, corrispondente a parte dell’attuale Repubblica Centrafricana, Congo e Gabon (in rosso nella seconda cartina). In questo modo la Germania ottenne il tanto agognato accesso al fiume Congo (dei desideri tedeschi di avere accesso ai grandi fiumi africani ho ampiamente parlato all’interno del modulo I del corso Blue Gold – The Water Games).

Al termine della prima guerra mondiale l’impero tedesco risultò tra gli sconfitti, e di conseguenza, dopo la Pace di Versailles e la nascita della Società delle Nazioni, il Camerun fu diviso in due mandati affidati a due delle Potenze vincitrici: impero britannico (cui andò la parte nord, in rosso nella cartina) e Francia (la parte sud, in blu). Esattamente come gli accordi Sykes- Picot tra impero britannico e Francia segnano ancora, coi loro effetti, i destini siriani, anche la divisione in mandati del Camerun segna il presente di questo Paese.

Al momento della decolonizzazione, nel 1960, una parte del Camerun anglofono ha scelto, tramite referendum, di unirsi alla Nigeria (divenuta indipendente l’anno prima da Francia e Regno Unito), mentre un’altra parte si è unita al Camerun francofono. Nel 1961 nacque dunque la Repubblica federale del Camerun, una federazione bilingue, che ha mantenuto una forte autonomia regionale fino al 1972. Quell’anno infatti, si decise di adottare una nuova Costituzione e, poiché in nomina stant res, si cambiò l’aggettivo del nome dello Stato: da Repubblica federale del Camerun si passò a Repubblica Unita del Camerun, sancendo così il passaggio dalle iniziali promesse federaliste al centralismo statale, per di più – come vedremo – centralismo autoritario.

L’allora presidente francofono Ahmadou Ahidjo, originario del nord musulmano, gestì questo passaggio puntando sulla centralizzazione e sull’assimilazione, che hanno portato la minoranza anglofona a sentirsi politicamente ed economicamente emarginata, oltre che culturalmente discriminata. Questo centralismo autoritario fu incoraggiato e favorito dalla Francia, sempre molto influente e attiva, anche militarmente, nella repressione dell’opposizione, a sostegno di Ahidjo.

Nel 1982, il “fedele allievo” del presidente, Paul Biya, educato tra Camerun e Francia dove studiò alla Sorbona, divenuto Primo Ministro nel 1975, successe al suo mentore al vertice dello Stato e l’anno successivo lo costrinse addirittura all’esilio accusandolo di aver progettato un colpo di stato a suo danno.

Nel 1984 si tennero le elezioni presidenziali, le prime di una lunga serie vinta sempre e comunque da Biya. Tuttora, dopo 36 anni al potere (secondo solo al suo collega della Guinea Equatoriale, Teodoro Obiang Nguema Mbasogo, presidente da 38), Biya rappresentante della maggioranza francofona (80% della popolazione) è Capo di Stato del Camerun. Fu proprio all’inizio del suo “mandato” che il Movimento anglofono del Camerun vide la luce (1984), inizialmente chiedendo un ritorno al sistema federale ma, successivamente, puntando all’indipendenza. Nello stesso anno fu coniato, da un gruppo di cittadini dell’ex Territorio Fiduciario delle Nazioni Unite del Camerun meridionale, il nome ‘Ambazonia’ (da Ambas Bay, una baia considerata il confine naturale tra la Repubblica del Camerun e il Camerun meridionale). Esso viene riproposto oggi, dopo oltre trent’anni, al riaccendersi e ulteriore esacerbarsi del conflitto interno.

Difatti, sebbene siano decenni che gli anglofoni accusano il governo centrale di discriminarli nell’accesso agli impieghi pubblici, obbligandoli a utilizzare il francese in tutti gli atti ufficiali e nei luoghi di lavoro, nonostante l’inglese sia una delle lingue ufficiali del Paese, a rilanciare le spinte secessioniste delle due regioni anglofone (sud ovest e nord ovest, in cartina) è stata, a ottobre 2016, la mobilitazione di un gruppo di avvocati. Questi scioperarono contro la nomina di giudici di lingua francese nei tribunali locali dei territori anglofoni, ottenendo da subito l’appoggio anche di studenti e insegnanti che denunciavano la discriminazione portata avanti dal governo di Biya.

Da allora il presidente ha messo in atto diversi tentativi di repressione ed è assolutamente da segnalare l’oscuramento di internet, ormai riflesso automatico dei governi autoritari di fronte alle contestazioni. Per oltre tre mesi, i territori anglofoni non hanno potuto accedere al web ma, naturalmente, sono stati ideati sistemi alternativi, ad esempio corrieri – paragonabili idealmente alle staffette partigiane – che hanno fatto la spola tra le regioni dove internet non funzionava e quelle dove la rete era accessibile: partivano con decine di cellulari su cui erano già stati preparati messaggi pronti all’invio per cui i corrieri avevano la missione di raggiungere le zone coperte da internet e premere il tasto “invio”. L’accesso a internet è ormai da anni stato riconosciuto come un diritto fondamentale dell’individuo, per cui quando in Camerun si è realizzato l’oscuramento e per così tanto tempo, organizzazioni quali Amnesty e Human Rights Watch hanno giornalmente denunciato il tutto. L’hashtag #bringbackourinternet, diffuso in tutto il paese, fu addirittura supportato da Edward Snowden.

Nel marzo 2017 finalmente Biya riapre la rete internet, ma ciononostante le proteste continuano e una volta che il governo decide di adottare con costanza il pugno di ferro, le province anglofone decidono di dichiarare l’indipendenza (fine 2017), seppur solo simbolica, dell’Ambazonia, con capitale a Buea.

Sono passati sette mesi da allora e purtroppo le violenze non cessano: sul territorio camerunense continuano a perpetrarsi rapimenti, uccisioni stragiudiziali, distruzione totale di villaggi; violenze perpetrate non solo dalle forze governative, in particolare dal Rapid Intervention Batallion, componente di élite dell’esercito addestrato da Stati Uniti e Israele, ma anche da parte dei ribelli anglofoni. Al momento, secondo le stime delle Nazioni Unite, gli sfollati (quindi rimasti all’interno del Paese) sono 160.000, di cui molti si nascondono nelle foreste, mentre nella vicina Nigeria sono confluiti circa 21.000 rifugiati.

Le tensioni sono ulteriormente acuite dall’avvicinarsi delle prossime elezioni, previste a ottobre 2018, cui Biya intende ricandidarsi, alla tenera età di 85 anni, per l’ennesima volta dopo aver imposto nel 2008 una riforma costituzionale che consentisse l’elezione per oltre i due mandati inizialmente previsti. Per l’opposizione, il Fronte Sociale Democratico, ha designato come proprio candidato Joshua Osih, 49 anni, la cui campagna secondo alcuni viene finanziata e appoggiata dagli USA per il tramite del suo ambasciatore in Camerun, Peter Henry Balerin. Per qualche giorno, addirittura, si è creduto che il calciatore Samuel Eto’o avrebbe seguito le orme del suo “collega” liberiano George Weah, e si sarebbe candidato anch’egli alle presidenziali. Ciò sarebbe stato un vero colpo di scena anche e soprattutto in vista della Coppa d’Africa 2019, che si terrà proprio in Camerun; tuttavia, lo stesso Eto’o sembra aver smentito la notizia. È evidente tuttavia come in Africa il rapporto tra sport e politica, tra calcio e potere, si stia progressivamente sempre più rafforzando.

Nigeria – Camerun: quando collaborare è d’obbligo.

I conflitti che il Camerun presenta non si fermano qui. C’è un rapporto di “odio e amore” con la Nigeria, o forse sarebbe più corretto dire un rapporto di “guerra e pace”. Difatti, per anni i due Paesi si sono confrontati su uno dei “tradizionali” terreni fertili dei conflitti: le risorse energetiche. Ha avuto inizio nel 1994, infatti, la disputa per i giacimenti petroliferi trovati nella penisola di Bakassi, che si trova nella regione anglofona del sud-ovest (altra discriminazione lamentata dalle minoranze anglofone del Camerun riguarda i profitti dell’estrazione del petrolio trovato in quest’area, che sarebbero tutti destinati allo sviluppo di altre zone del Paese) oltre che in immediata prossimità del confine con la Nigeria.

La “confusione” sullo status di Bakassi in realtà non è recente: difatti, già nel 1885 nacque la disputa tra Gran Bretagna e Germania, che controllavano rispettivamente Nigeria e Camerun. Nel 1913 si raggiunse una determinazione soddisfacente per quel periodo storico: le acque territoriali della penisola erano assegnate alla Gran Bretagna (Nigeria), mentre il territorio di Bakassi veniva annesso alla colonia tedesca del Camerun. Successivamente e dopo la decolonizzazione, Nigeria e Camerun hanno rinegoziato il confine delle acque territoriali ma il possesso della penisola non è stato messo in discussione. Tuttavia, come esaminiamo in profondità nel corso Blue Gold, la sovranità e la giurisdizione sulle acque territoriali dipende dalla giurisdizione sulla terraferma, di conseguenza dalla sovranità su Bakassi dipendono i diritti di sfruttamento e anche la competenza a decidere sulle concessioni circa i giacimenti di petrolio trovati, a partire dai primi anni ’90, nelle acque prospicienti.

Difatti, siamo - come ben ci evidenzia la cartina - in pieno Delta del Niger, principale serbatoio di greggio dell'Africa sub-sahariana.


Nel dicembre 1993, almeno 500 soldati nigeriani conquistarono due piccole isole della zona contese dai due paesi, costruendovi fortificazioni e persino scuole e ospedali. A onor del vero, la maggioranza della popolazione locale si considera nigeriana, tuttavia la Corte internazionale di giustizia – interpellata dal Camerun dopo che la mediazione tentata dall’ONU negli anni ’90 non aveva dato i frutti sperati - ha decretato (2002) che la penisola di Bakassi è camerunense. Ciò sulla base proprio di quell'accordo tra potenze coloniali del 1913. Da principio la Nigeria rifiutò la decisione dei giudici dell’Aja, ma nel 2006 finalmente si è raggiunto l’accordo per il ritiro delle truppe nigeriane dalla penisola. Sembra tornata la quiete, ma in realtà è solo apparenza. Era fondamentale, tuttavia, in quel periodo distendere gli animi e collaborare giacché iniziava ad affacciarsi, proprio su quelle acque appartenenti al Golfo di Guinea, il fenomeno della pirateria, fino ad allora noto solo sul versante opposto, quello somalo (vedi modulo I Corso Blue Gold). E difatti Nigeria e Camerun collaborarono, lavorando fianco a fianco, perlomeno fino al 2012, anno in cui scadeva il termine decennale per impugnare la sentenza della Corte internazionale di giustizia. Il presidente nigeriano Goodluck Jonathan dovette dare soddisfazione alle spinte interne e presentò appello contro la decisione dell’Aja, riattivando però così la disputa coi vicini camerunensi. La reazione degli abitanti di Bakassi fu netta: vedendo, da un lato, i passi indecisi da parte della Nigeria e non volendo, dall’altro, passare sotto la sovranità camerunense, dichiararono l’indipendenza di Bakassi (9 agosto 2012).

Tuttavia, le cose sono rientrate col tempo nei “parametri della normalità”, con Bakassi passata definitivamente sotto controllo camerunense, nonostante il permanere ancora di alcune scaramucce, giacché la realtà ha messo nuovamente i due Stati di fronte alla necessità di collaborare: come sul fronte marittimo entrambi devono insieme fronteggiare i pirati, sul confine terrestre, a nord, i due Paesi hanno altre due emergenze cui far fronte.

Da un lato il fenomeno terroristico di Boko Haram e dall’altro il prosciugamento del lago Ciad, letteralmente catastrofico per le migliaia di persone che dell’economia di pesca nel lago vivevano e che da questo dipendevano per l’irrigazione dei campi nonché per l’approvvigionamento di acqua necessario per mantenere le minime condizioni igieniche. Di questa situazione e del suo intrecciarsi col fenomeno di Boko Haram, che si sviluppa nel medesimo territorio e che si sovrappone all’emergenza idrica se ne è parlato, tuttavia, in un precedente post di questa rubrica, cui si rimanda.


Se la Francia va (o rimane?!) in Africa

Infine, esaminiamo l’ultimo aspetto che a suo modo acuisce il conflitto interno – giacché fa respirare ancora di meno l’economia del Paese già soffocata dalla dittatura di Biya – e che al contempo si riflette sui meccanismi economici dell’Unione Europea. Il Camerun fa a pieno titolo parte del Commonwealth presieduto da Sua Maestà britannica, ma ha al contempo strettissimi legami con la Francia. Quest’ultima è di fatto l’unico Paese al mondo che gestisce ancora la moneta delle sue ex colonie: il franco CFA (dapprima “Colonie Francesi d’Africa”; dal 1958 “Comunità Francese d’Africa”; e dopo la decolonizzazione “Comunità Finanziaria Africana” solo per l’Africa occidentale) e FCFA (“Cooperazione Finanziaria in Africa Centrale”, creato dopo la decolonizzazione per l’Africa centrale), utilizzato da 14 paesi africani e dalle Comore, è sotto la tutela del ministero francese delle Finanze. Nello specifico, esso fu creato nel 1945, sulla scia di una decisione presa sei anni prima, all’inizio della guerra mondiale, ossia quella di creare all’interno dell’impero coloniale una zona cui si applicasse una legislazione comune dei tassi di cambio al fine di « tutelarsi dagli squilibri strutturali dell’economia di guerra» e continuare ad alimentarsi in materie prime a basso costo presso le sue colonie.

Per chi pensava che l’Euro fosse l’unico sistema esistente al momento in cui la sovranità non appartiene più ai singoli Stati, beh, si sbagliava! Difatti, all’interno della zona franco in Africa ritroviamo addirittura ben due gruppi: l’Unione economica e monetaria dell’Africa occidentale (UEMOA) composta da otto paesi (Benin, Burkina Faso, Costa d’Avorio, Guinea Bissau, Mali, Niger, Senegal e Togo), con la Banca centrale degli Stati d’Africa occidentale (BCEAO) a Dakar, e la Comunità economica e monetaria dell’Africa centrale (CEMAC) che riunisce sei Stati tra cui il Camerun, il quale ospita nella sua capitale Yaoundé la Banca degli Stati d’Africa centrale (BEAC) (gli altri Stati sono Repubblica Centrafricana, Congo, Gabon, Guinea Equatoriale, Ciad). La moneta utilizzata in un sistema non può però essere utilizzata nell’altro.

Il funzionamento di questo meccanismo prevede che il Tesoro francese garantisce la convertibilità illimitata del CFA in euro (prima il franco francese), che la parità del CFA con l’euro è fissa e per garantirla le riserve di cambio dei Paesi coinvolti sono centralizzate nelle loro banche centrali ma per metà sono depositate su un “conto d’operazioni”, aperto presso la Banca di Francia e gestito dal Tesoro francese. Infine, i trasferimenti di capitali tra la zona franco e la Francia sono liberi.

Tutto questo sistema garantisce alla Francia un sistema più che competitivo, giacché grazie alla parità può continuare ad acquisire materie prime africane (cacao, caffè, banane, legna, oro, petrolio, uranio, ecc.) senza sborsare le valute. Inoltre le sue imprese, oltre a poter investire nella zona franco senza rischi di deprezzamento monetario, possono anche rimpatriarne i profitti in Europa senza ostacoli. A loro volta, la BEAC e la BCAO che dovrebbero essere banche centrali possono esserlo solo in parte poiché titoli e rendimenti sono allineati a quelli fissati dalla Banca Centrale Europea. Secondo alcune stime, le riserve africane consentirebbero alla Francia di pagare circa lo 0,5% del suo debito pubblico, che sembra in valori assoluti una cifra piuttosto piccola ma che fa la differenza se si pensa a tutti gli sforzi che la Francia fa per rientrare dallo sforamento del Patto di stabilità (come più volte sottolineato nel corso dell’aperitivo geopolitico su “Unione europea: madre o matrigna?”).

Ciononostante, di ciò non beneficia solo la Francia rispetto a tutti gli altri Stati dell’Unione europea, ma in parte ne beneficiano anche gli altri Stati tramite i vari accordi di cooperazione (i primi dei quali firmati proprio nella capitale camerunense Yaoundé nel 1963 e nel 1969; cui succedettero gli accordi di Lomé, Togo, nel 1975, 1979, 1984, 1991 e 1995). Attualmente, gli accordi in vigore sono quelli di Coutounou (2000) per la durata di venti anni tra l’ACP (cioè Paesi Africa Caraibi Pacifico, salita nel frattempo a 76 componenti) e la CE. Il sistema convenzionale così messo in piedi ha fatto sì che il 99% dei prodotti industriali dei paesi ACP potesse entrare nel mercato comunitario in franchigia doganale e senza condizioni di reciprocità. Meccanismi particolari sono stati infine previsti per i prodotti agricoli (Stabex) e minerari (Sysmin) per garantire ai Paesi ACP delle entrate stabili derivanti dalle esportazioni di questi prodotti.


Sia la quasi guerra civile tra anglofoni e francofoni camerunensi sia i rapporti controversi con la Nigeria ci dimostrano che il passato è qualcosa di ancora molto vivo nel presente, per via dei suoi effetti, e il sistema CFA ci ricorda che il destino di ex colonie ed ex potenze coloniali è in alcuni casi ancora strettamente interconnesso.


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