Burundi way: corsa per l'impunità

Aggiornamento: 2 feb

(di Irene Piccolo)

Oggi ritorniamo su un Paese di cui questa rubrica ha già parlato: il Burundi, uno Stato a ridosso dell’Africa subsahariana.

In questo caso, la protagonista della notizia è la Corte penale internazionale (Cpi), con sede all’Aja (Olanda), ma da non confondere né con il Tribunale penale per la ex Jugoslavia (che si rivolge solo ai crimini commessi nei Balcani dopo il 1991) né con la Corte internazionale di giustizia che dirime solo le controversie tra Stati. La Cpi invece è un tribunale permanente che giudica gli individui (anche se Capi di Stato o di governo) per crimini internazionali commessi o nel territorio degli Stati che hanno ratificato lo Statuto della Corte o a danno di cittadini degli Stati che hanno effettuato tale ratifica. In assenza di ratifica, invece, l’unico modo in cui la Corte può occuparsi di eventuali crimini è il deferimento della questione da parte del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. Tale deferimento si è, ad esempio, avuto per i crimini commessi in Libia o per quelli commessi in Sudan (nel Darfur, per intenderci), giacché né la Libia né il Sudan sono Stati parti dello Statuto della Cpi. Tale cosa, invece, non è avvenuta per la Siria (anch’essa non parte allo Statuto) poiché non vi è stato accordo in seno al Consiglio di sicurezza per poter effettuare il deferimento. La notizia che oggi voglio portare alla vostra attenzione è che il Burundi, il cui presidente – come vi ho raccontato nella notizia pubblicata il 4 ottobre in carica è sospettato di aver compiuto od ordinato di compiere crimini contro l’umanità e il cui caso era già sotto esame preliminare da parte del Procuratore della Corte, a partire dal 25 aprile 2016, è il primo Stato ad uscire dalla Corte penale internazionale (che giuridicamente ha lo status di organizzazione internazionale).