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AMLO va alla guerra? Il Messico e la sfida della pace

Aggiornato il: mar 28

(di Letizia Gianfranceschi)

1. Introduzione: il Messico entre la piedra y la flor[1]

Descrivere il Messico con l’immagine di un Paese intrappolato nella violenza non rende giustizia a questo Paese. Dopo tutto, il Messico è conosciuto per molte cose. Prima è stata la terra promessa di Hernan Cortes, dove egli giunse per servire Dio, Sua Maestà e anche per ottenere ricchezze, in particolare l’oro e l’argento accumulati in enorme quantità nella meseta messicana. Poi, è stata la terra delle cattedrali cattoliche edificate nella capitale dagli spagnoli, sulle rovine dei templi aztechi; degli eroi della rivoluzione, delle pittrici stravaganti, dei registi di talento (ultimo Alfonso Cuarón, produttore da Oscar del film Roma).

In tempi recenti, però, è diventata anche la terra del muro al confine con il sogno americano, dei narcotrafficanti da serie TV, della violenza.

Da quando in Messico è cominciata l’era democratica, però, ogni volta che viene eletto un nuovo presidente tutti si chiedono le stesse cose: cosa farà per l’economia e cosa farà per risolvere l’annoso problema della violenza.

Manuel Lopez Obrador

Neanche il nuovo presidente Manuel Lopez Obrador (AMLO) poteva sfuggire a questi interrogativi. Da Enrique Peña Nieto, infatti, AMLO ha ereditato un paese con un maggior livello di violenza.

Secondo il rapporto 2017-2018 di Amnesty International sulla situazione dei diritti umani in Messico nel corso dell’anno sono aumentati in tutto il Paese gli episodi di violenza. L’Osservatorio Nazionale Cittadino, un’organizzazione della società civile che si ripropone di informare la cittadinanza sui temi della giustizia, della sicurezza e della legalità, nel suo ultimo Rapporto sui crimini ad alto impatto sostiene che nei sei anni di governo di Peña Nieto è stato registrato un incremento nel numero di omicidi, sequestri, estorsioni, il traffico di stupefacenti e il furto di idrocarburi.

Nonostante ciò, sarebbe riduttivo attribuire tutte le colpe all’amministrazione precedente.


2. Le ragioni della violenza: una democrazia fragile

Secondo alcuni, le radici della violenza vanno ricercate nella “transizione democratica”, risalente alle elezioni presidenziali del 2000. Benché abbia smantellato la struttura di potere istituzionalizzata dal PRI, il Partito Rivoluzionario Istituzionale che alla fine degli anni Venti aveva istituito un regime monopartitico e autoritario, la vittoria del PAN – Partito di Azione Nazionale – ha comportato anche la perdita di controllo statale sugli attori non-statali. Difatti, oltre ad aver creato una struttura altamente gerarchica e centralizzata, nella quale il potere amministrativo, politico e finanziario rimaneva nelle mani del presidente e del governo centrale, il PRI aveva istituito un sistema nel quale il governo era disposto a chiudere un occhio sui traffici illeciti purché i cartelli condividessero una parte dei profitti con gli stessi ufficiali pubblici ed evitassero di diffondere la violenza nella pubblica piazza.

La democratizzazione ha improvvisamente disgregato il sistema, consentendo alle organizzazioni criminali di espandere i propri traffici illeciti, diversificare gli ambiti di azione e di agire su scala transnazionale.

In questo contesto, il controllo della spirale di violenza provocata dall’azione dei gruppi militari si è finora rivelato, complice la corruzione diffusa, fuori dalla portata dello Stato messicano. Come è potuto accadere? Tra i fattori chiave che contribuiscono a spiegare l’ondata di violenza associata alle organizzazioni criminali nel Messico democratico c’è senza dubbio la para-militarizzazione dei gruppi criminali, cioè l’assunzione da parte degli stessi di tecniche e tattiche di stampo militare. Questo processo ha rafforzato talmente tanto il loro potere da renderli, di fatto, rivali dello Stato nel suo ruolo di unico titolare del monopolio della violenza legittima[2]. Un secondo fattore è rappresentato dalla “guerra alle droghe” combattuta durante la presidenza di Felipe Calderón tra il 2006 e il 2012. La strategia di quest’ultimo, che prevedeva di schierare milioni di soldati di esercito e marina negli stati più insicuri della repubblica, ha prodotto come unico risultato quello di innescare un duplice livello di violenza: da un lato, quello legato allo scontro tra le organizzazioni criminali e le forze governative; dall’altro i conflitti tra i diversi gruppi criminali, in competizione per le rotte più strategiche del narcotraffico che attraversano Centro e Nord America.

Il legame tra la democratizzazione e la criminalità sorprende solo relativamente. Non a caso, gli studi politologici che analizzano l’impatto dei fattori politici sulla violenza si concentrano principalmente sulla relazione tra il tipo di regime politico e i conflitti su ampia scala, come le guerre civili.

Uno studio condotto dall’Università di Austin ha invece indagato come uno specifico fattore politico, le elezioni amministrative comprese tra il 1989 e il 1999, opera a livello locale per spiegare la violenza interpersonale in Messico. Ne risulta che l’aumento della competizione politica locale, cioè l’aumento dei consensi in favore di candidati non appartenenti al PRI, ha indebolito i legami clientelari che per decenni hanno caratterizzato la società messicana, dove i padroni garantivano protezione e sicurezza personale in aree del paese abbandonate dallo Stato, in cambio di fedeltà e sostegno politico. Nel decennio preso in analisi, però, i vecchi padroni hanno perso la loro capacità di esercitare forme coercitive di controllo sociale e, al contempo, la capacità dello Stato di far rispettare la legge si è rafforzata[3]. Questa duplice congiuntura ha scatenato un generale incremento della violenza (misurato ricorrendo al numero di individui morti per omicidio).

Così, il Messico – che per lungo tempo era stato un regime autoritario estenuato – si è trasformato in una democrazia fragile.


3. AMLO va alla guerra ma cerca la pace

Durante la campagna elettorale AMLO non aveva potuto esimersi dal prendere posizione sul tema della violenza. Lo aveva fatto in modo molto netto. Si trattava, secondo il futuro presidente, di portare i giovani dalla propria parte per farli sfuggire dal cammino della delinquenza. Il suo motto, “becarios sí, sicarios no”, proponeva più borse di studio per i giovani che, altrimenti, rischiavano di cadere nella trappola della violenza[4]. La proposta faceva ben sperare, considerati i fallimenti delle strategie delle amministrazioni precedenti, che troppo spesso erano cadute nella trappola della “violenza contro la violenza”.

Una volta eletto, López Obrador ha messo la questione al centro dell’agenda politica del proprio governo, elaborando un Piano Nazionale di Pace e Sicurezza che propone, tra le altre cose: introdurre l’amnistia e realizzare il disarmo dei cartelli; legalizzare la coltivazione di marihuana per fini ludici e consentire la semina dei papaveri per uso farmaceutico; combattere la corruzione attraverso una legislazione più severa; agire sulla protezione dei diritti umani per mettere fine all’impunità e scoraggiare le sparizioni forzate; infine, la creazione di una Guardia nazionale, un corpo di sicurezza di carattere civile che entro cinque anni dovrebbe sostituire l’esercito e i marines, affinché le forze armate non svoltano più funzioni di sicurezza pubblica.

Poiché implica una riforma costituzionale, per essere approvata la proposta deve superare un iter tortuoso. Per il momento ha ottenuto il consenso del Senato, ma solo dopo che l’esecutivo ha accettato la richiesta di garantire il carattere civile di questo corpo di sicurezza; nonché quello quasi unanime della Camera. Affinché entri in vigore, manca l’approvazione dei congressi locali.

Eppure, agli occhi degli osservatori – nazionali e non – la strategia di AMLO contro la violenza non è del tutto convincente. I principali dubbi riguardano la Guardia nazionale e la concessione dell’amnistia. Rispetto alla prima questione, i più critici ritengono che il Piano stia cercando di militarizzare una nuova forza di sicurezza pubblica. Il presidente, però, giustifica questa scelta sostenendo che per far fronte ai gravi problemi di insicurezza sia necessario innanzitutto affidare il compito di combattere la delinquenza ad un unico responsabile. Attualmente, infatti, se ne occupano la Polizia federale e la Polizia ministeriale. Per far fronte allo spiccato aumento del numero di omicidi, nel dicembre 2017 era stata approvata la legge sulla sicurezza interna, che permetteva la presenza stabile delle forze armate sul terreno con funzioni di pubblica sicurezza, ma senza nessuna disposizione efficace che garantisse trasparenza, accertamento delle responsabilità e controllo civile. Difatti all’approvazione della legge sono seguiti una serie di casi di esecuzioni extragiudiziali, cioè di persone uccise o ferite nel corso di scontri con le forze di polizia e militari[5]. Per questo, la Guardia nazionale è pensata per includere la Polizia militare, la Polizia navale e la Polizia federale in una sola corporazione. Tuttavia, se è vero che il Messico possiede una struttura di sicurezza confusa[6], in cui le responsabilità tra polizia ed esercito non sono chiaramente ripartite, è altrettanto vero che – a parte unificare il sistema – la strategia di AMLO non si distingue dalla militarizzazione avviata da Felipe Calderón. Altri dubbi riguardano il fatto che della formazione dei membri della Guardia nazionale se ne occuperebbero l’esercito e la marina, completamente screditati agli occhi della popolazione a causa tanto dei numerosi casi di tortura fisica e psicologia di cui negli ultimi anni si sono resi responsabili ai danni dei carcerati[7], quanto della corruzione diffusa al loro interno. Che fine hanno fatto le borse di studio di cui parlava, solo pochi mesi fa, l’allora candidato presidenziale? Non è possibile prevedere con certezza se la creazione della Guardia nazionale avrà le stesse conseguenze delle strategie bellicose delle amministrazioni precedenti, ma AMLO ha dichiarato di volere la pace e ha promesso che in Messico non ci sarebbe più stata “nessuna guerra contro il narcotraffico”[8].

La seconda questione riguarda la proposta, contenuta nel Piano nazionale di pace e sicurezza, di introdurre leggi speciali per mettere fine ai confronti armati, rendere possibile il disarmo e consegnare i colpevoli alla giustizia. A coloro che accettano la proposta sarà garantito il rispetto dei diritti e saranno offerte riduzioni della pena nonché amnistie condizionate al perdono di persone e collettività che abbiano subito le conseguenze della violenza. Si tratta di meccanismi tipici della giustizia di transizione, pensata per affrontare la necessità di trovare un equilibrio tra le esigenze contrapposte della pace e della giustizia. In quanto tale, essa non mette mai tutti d’accordo. Per conciliare la cessazione della violenza e l’imperativo di individuare e sanzionare i responsabili sono necessari accordi politici tra i diversi attori coinvolti. Non è facile convincere una società ferita ad affrontare un processo di compromesso lungo e doloroso come questo. Il tema tocca particolarmente i familiari dei desaparecidos. Alcuni di loro, intervistati da WorldLink nel programma radiofonico The State of Latin America[9], si dicono ottimisti nei confronti del governo di AMLO. Sanno bene, però, che senza verità non ci può essere alcuna riconciliazione o forma di giustizia.

“Che terra è questa? Che strana violenza genera sotto la sua cascara granitica?”, si chiedeva il poeta messicano Octavio Paz nel suo componimento Entre la piedra y la flor.

Per realizzare un processo di pace bisogna dialogare con tutti, direttamente o indirettamente. In molti si chiedono se il dialogo possa essere compatibile con la militarizzazione. Dubitano che AMLO possa trovare la pace andando alla guerra.


Bibliografia

Amnesty International, Report 2017-2018 – The State of the World’s Human Rights, Amnesty International Ltd, 2018

Correa-Cabrera G., Keck M. and J., “Losing the Monopoly of Violence: The State, a Drug War and the Paramilitarization of Organized Crime in Mexico (2007–10)”, in State Crime Journal, Vol. 4, No. 1 (Spring 2015), pp. 77-95

Galeano E., Le vene aperte dell’America Latina, Sperling & Kupfer, 2013

Gereben Schaefer A., Bahney B. and Riley K. J., Security in Mexico – Implications for U.S. Policy Options, RAND Corporation, 2009.

Observatorio Nacional Ciudadano Seguridad, Justicia y Legalidad, Reporte Sobre Delitos de Alto Impacto, Noviembre 2018

Paz O., “Entre la piedra y la flor”. Libertad bajo palabra in Obra poética I (1935-1970), Messico: Fondo de Cultura Económica, pp. 86-92.

Uprimny Yepes R., Saffon Sanín M. P., Botero Marino C., Restrepo Saldarriaga E., ¿Justicia transicional sin transición? Verdad, justicia y reparación para Colombia, Ediciones Antropos, 2006.

Villareal A., Political Competition and Violence in Mexico: Hierarchical Social Control in Local Patronage Structures, American Sociological Review, American Sociological Association, Vol. 67, No. 4 (Aug., 2002), pp. 477-498.

[1] Dal titolo della poesia Entre la piedra y la flor del poeta messicano Octavio Paz.

[2] Guadalupe Correa-Cabrera, Michelle Keck and José, “Losing the Monopoly of Violence: The State, a Drug War and the Paramilitarization of Organized Crime in Mexico (2007–10)”, in State Crime Journal, Vol. 4, No. 1 (Spring 2015), pp. 77-95, p. 83.

[3] Andrés Villareal, “Political Competition and Violence in Mexico: Hierarchical Social Control in Local Patronage Structures”, American Sociological Review, American Sociological Association, Vol. 67, No. 4 (Aug., 2002), pp. 477-498, p.481.

[4] Silvia Mejía Elías, Becarios sí, sicarios no: AMLO, Expreso.press, 13 gennaio 2018, in https://expreso.press/2018/01/13/becarios-sicarios-no-amlo/.

[5] Amnesty International, Report 2017-2018 – The State of the World’s Human Rights, Amnesty International Ltd, 2018.

[6]Agnes Gereben Schaefer, Benjamin Bahney and K. Jack Riley, Security in Mexico – Implications for U.S. Policy Options, RAND Corporation, 2009, p. 15.

[7] Lilian Chapa Koloffon, Laura Aquino y Layda Negrete, Ejército y Marina bajo la lupa, Animal Politico, 15 novembre 2018, in https://www.animalpolitico.com/blogueros-blog-invitado/2018/11/15/ejercito-y-marina-bajo-la-lupa/.

[8] Olga Luna, “Oficialmente ya no hay guerra”, Noticias Telemundo, 30 gennaio 2019, in https://www.telemundo.com/noticias/2019/01/30/oficialmente-ya-no-hay-querra-contra-el-narcotrafico-detener-capos-no-es-nuestr.

[9] Kathleen Schuster, WorldLink: The state of Latin America, 1 marzo 2019, in https://www.dw.com/en/worldlink-the-state-of-latin-america/av-47742706.

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