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Algeria: il gigante eternamente in bilico

Aggiornamento: 12 apr 2022

Fig.1: Credit Oneicom Art

1. Introduzione


L’Algeria, gigante africano per dimensioni, forze armate e riserve di idrocarburi, è un Paese che si contraddistingue per una sua peculiarità: quella di tenersi il più lontano possibile dagli occhi esterni, rimanendo chiuso su sé stesso e i suoi perduranti problemi. Si può dire che viva un’asimmetria tra quanto se ne conosca all’esterno e quanto, invece, sia importante per gli equilibri del Mediterraneo e dell’Africa più in generale.


Infatti l’Algeria è la più estesa nazione africana (confinante con importanti aree di crisi, la Libia a est e il Sahel a sud), si contende con l’Egitto il ruolo di prima potenza militare del continente nero ed è uno dei maggiori produttori di idrocarburi dell’Africa. L’Algeria, inoltre, almeno dalla guerra civile degli anni ’90, ha dato la sensazione di essere sempre in bilico sul baratro dell’implosione. Per questo è opportuno metterla sotto la lente d’ingrandimento e cercare di capirne le dinamiche interne, specie quelle più recenti.


2. Il sistema di potere


Il potere in Algeria, sin dall’indipendenza, è gestito da quello che viene definito povoir (potere), uno stato profondo che nasce dall’alleanza tra Fronte di Liberazione Nazionale (FNL), Forze Armate Algerine e servizi segreti. Esso è incarnato dalla generazione che ha portato il Paese all’indipendenza, e di conseguenza, nell’ultimo ventennio, si è configurata per essere una gerontocrazia, che la natura sta via via rigenerando col suo scorrere. Il problema, però, resta visto che il pouvoir è un gruppo chiuso al quale si accede solo per cooptazione. Si può, così, già individuare il male fondamentale della politica algerina, e del paese in generale: lo scarso ricambio e circolazione delle élite. Si concretizza in tal modo una sclerosi del sistema politico-economico con tutti i problemi che, a cascata, ne conseguono. Tutto questo ha portato a un profondo scollamento tra chi detiene le redini del potere e il paese reale. Meccanismo classico agente nei Paesi a rischio di tenuta.


L’Algeria è già caduta una volta nell’abisso della guerra civile, negli anni ’90. Abisso da cui lo Stato profondo è uscito vincitore, al costo di una terribile ecatombe, riportando il Paese alla quiete, ma non alla pace sociale. Ovviamente, gli osservatori hanno temuto per il gigante magrebino in occasione delle primavere arabe, proprio a causa delle contraddizioni descritte. Invece, contrariamente a quanto ci si potesse immaginare, Algeri ha attraversato con relativa tranquillità quel periodo. Certo hanno dato un contributo i sussidi a pioggia erogati dal governo per “comprare” il consenso; probabilmente sussisteva anche il timore di rivivere una tragedia di quella portata; o ancora, il malcontento non era risalito al livello di guardia.


Sin dalla guerra civile, e per un ventennio, la faccia del regime è stata incarnata da Abdelaziz Bouteflika. Veterano dell’indipendenza, è stato l’esempio di quella prima generazione senescente e dell’agire interno allo stato profondo. Infatti, Bouteflika rappresentava il regime ma non ne era il padrone. Il concetto di rais, comune in molti Stati mediorientali, non vale in Algeria. Piuttosto, il presidente di turno, è espressione degli equilibri interni raggiunti dalle varie fazioni del pouvoir. La prova del nove di questo aspetto ci viene fornita dall’ultimo periodo della presidenza, l’anziano leader, colpito da un ictus, ha passato gli ultimi anni del suo mandato nella condizione che potremmo definire, eufemisticamente, di essere poco presente a sé stesso. Questo ci fa intuire che la tettonica interna allo Stato profondo faticava a trovare un nuovo equilibrio e, quindi, una nuova faccia che ne fosse l’espressione. Tanto che ha portato, inizialmente, a riproporre il vecchio simulacro del potere per un nuovo mandato. Evento che è stato determinante per la rottura degli equilibri.


3. Il 2019


Quando Abdelaziz Bouteflika, o chi per lui, ha presentato la candidatura, per quello che sarebbe stato il suo quinto mandato, il malcontento serpeggiante nella popolazione ha raggiunto il livello di guardia ed è tracimato nelle strade. Sono iniziate una lunga serie di manifestazioni di piazza, pacifiche e continue, che chiedevano riforme strutturali e la rimozione del presidente. Lo scontento popolare si è aggregato attorno al movimento di protesta Hirak (movimento in arabo). Il modus operandi di Hirak era di convocare manifestazioni cadenzate due volte a settimana, i martedì gli studenti e i venerdì i lavoratori. In questo modo il movimento ha potuto prolungare il più a lungo possibile le manifestazioni. Proteste quotidiane, col passare dei giorni, sarebbero state logorate dalle esigenze di vita reale dei partecipanti (lavoro, studio, famiglia) col rischio di farle spegnere in poche settimane.


A questo punto il pouvoir ha compreso che la questione era seria e si si sono messe in moto le dinamiche interne al potere. Così, sull’onda delle proteste popolari e dei sommovimenti interni, il presidente ha ritirato la sua candidatura e si è dimesso. La gestione, de facto, del potere è stata assunta da un altro gerontocrate, il capo delle forze armate Ahmed Gaid Salah, che ha gestito la fase di interregno, prima di passare a miglior vita. In questa fase, il settantanovenne generale, ha esautorato la fazione di Bouteflika, ridimensionando quella che faceva capo all’intelligence. Così, alle presidenziali del novembre 2019 ha vinto Abdelmadjid Tebboune, riconducibile alla fazione di Salah, così come lo erano, del resto, anche gli altri quattro candidati alla massima carica dello stato. La cosa, evidentemente, era ben presente agli algerini, visto che la partecipazione al voto si è fermata al 39% degli aventi diritto. Il neo presidente ha prevalso col 58,15%. Il tutto è avvenuto con l’Hirak in piena attività, quindi sotto la pressione popolare.

Tebboune ha annunciato una serie imponente di riforme per rinnovare l’Algeria, svecchiare l’assetto istituzionale e dare slancio all’economia andando incontro alle richieste popolari. Ovviamente, anche quando parliamo del presidente Tebboune dobbiamo pensare a lui come alla nuova faccia del povoir. Perciò, le riforme istituzionali sono da intendersi come la più classica delle operazioni gattopardesche: “cambiare tutto per non cambiare nulla”. Modificare la forma dello Stato per permettere all’élite che dà vita allo stato profondo di rimanere al potere. E allo stesso modo hanno giudicato le riforme anche le opposizioni. Hirak, infatti, ha continuato a chiamare la gente nelle piazze, invitando gli algerini a boicottare gli appuntamenti elettorali che dovevano fare da pietre miliari del programma di riforme.

Fig.2: Presidente della Repubblica Abdelmadjid Tebboune - Credit rfi.fr

4. Riforma costituzionale e legge elettorale


Il primo atto del programma presidenziale è stata la revisione costituzionale. Una costituzione rivista che, nel preambolo, si presenta come la concretizzazione delle aspirazioni del popolo algerino. La riforma si basa su 6 pilastri: diritti fondamentali e libertà pubbliche, separazione ed equilibrio dei poteri, indipendenza della magistratura, Corte Costituzionale, lotta alla corruzione e Autorità Elettorale Indipendente. Il testo mantiene l’impostazione fortemente presidenzialista dello Stato e mantiene anche, nei principi generali, l’architettura del testo precedente. Tra le novità si segnalano la reintroduzione del limite di due mandati per la carica di Presidente della Repubblica e dei ribilanciamenti nella distribuzione dei poteri con il Primo Ministro, ruolo che guadagna maggiori competenze e viene anche sancito che il Primo Ministro debba essere scelto tra i membri della maggioranza parlamentare.


Il presidente mantiene delle ingerenze negli ambiti dei poteri legislativo e giudiziario scavalcando il principio della divisione dei poteri che è alla base dell’organizzazione degli stati realmente democratici. Hirak ha bollato la riforma come un’operazione di maquillage esteriore, fumo negli occhi agli algerini. Una volta approvata dalle Camere la riforma è stata sottoposta a referendum popolare, nel novembre 2020. Il referendum ha visto l’approvazione della riforma col 66,8% dei voti, ma il dato che emerge, e che fa il paio con quello delle presidenziali, è la scarsa adesione al voto, sotto il 24%.


Dopo la revisione costituzionale il governo ha approvato, nel marzo 2021, la nuova legge elettorale che introduce la scelta dei candidati in un sistema a lista aperta. A ciascun partito è stato richiesto di raccogliere 25.000 firme da 23 province, su 58, con un minimo di 300 firme per provincia. Inoltre, ciascuna lista dovrà essere composta da candidati per metà donne o con età inferiore ai 40 anni, mentre almeno un terzo dei candidati dovrà essere laureato.


5. Manovre di normalizzazione


Accanto all’azione di riforma il pouvoir ha messo in atto anche altri tipi di azioni per normalizzare la situazione politica. Ad esempio, ha accelerato lo svolgimento degli appuntamenti elettorali per inficiare le capacità organizzative delle opposizioni. Di fronte al persistere delle proteste ha iniziato a operare degli arresti mirati, sia di attivisti che di giornalisti. Ma non si è limitato a pratiche ostruzionistiche, ha messo in atto anche azioni conciliatorie per cooptare nell’agone politico forze tradizionalmente ritenute antisistema. Questo è quello che è stato fatto con i partiti islamici, soprattutto con lo MSP (Movimento della Società per la Pace), il partito della Fratellanza Musulmana algerina. I partiti islamici, in Algeria come in tutto il Medio Oriente, sono andati configurandosi come l’opposizione alle ideologie laiche che hanno preso, e sequestrato, il potere durante la decolonizzazione, nel XX secolo.


Gli islamisti, all'inizio, si sono divisi, ma l'accordo proposto era attraente e, quindi, via via si sono lasciati ammaliare. Infatti, l'islamista Slimane Chenine ha ricoperto la carica di Presidente del Parlamento fino alle elezioni. Con l'approssimarsi delle votazioni, il tentativo di cooptazione operato dal Presidente della Repubblica si è indirizzato verso lo MSP. In un'intervista, infatti, Tebboune ha parlato di un islamismo algerino diverso da quello dei paesi vicini: “L'Algeria - ha detto - si è liberata dall'Islam politico e ideologico”. Affermazioni che hanno avuto il sapore di un'apertura proprio nei confronti del MSP, e di formazioni simili, riconoscendo loro una diversità rispetto ai movimenti oltranzisti. Un'apertura che, stavolta, è stata accolta da Aberrazak Makri, leader di MSP, che ha risposto: "Nella nostra visione chiediamo la formazione di un governo di unità nazionale, qualunque siano i risultati, anche se raccogliamo l'80%. Non intendiamo camminare da soli perché la situazione economica è pericolosa: serve ampio consenso politico e sociale per sostenere il governo”. Il compromesso, de facto, era sancito.


6. Le elezioni parlamentari


Ristrutturata in alcuni punti l’architettura dello Stato e ampliato il panorama degli attori politici, negli intenti del presidente, e del pouvoir, andavano raccolti i frutti della riconciliazione nazionale con nuove elezioni generali. Il 12 giugno 2021 gli algerini sono stati chiamati alle urne per rinnovare l’Assemblea Popolare Nazionale, la camera bassa. L’Hirak, ancora una volta, ha invitato gli algerini al boicottaggio. I partiti riconducibili all’establishment, invece, raccomandavano una massiccia partecipazione, determinante per la stabilità del Paese. I risultati (tabella sotto), però, hanno sancito il perdurare dello scollamento tra stato profondo e paese reale. Uno smacco, ovviamente non ammesso, per il pouvoir, un successo per l’Hirak visti i dati dell’astensionismo che è arrivato quasi all’80%.


Le elezioni generali per il loro carattere complesso e i molti attori in campo permettono di provare a leggere il dato elettorale per tentare di trarre indicazioni circa la reale situazione algerina, sentirne il polso insomma. Già i dati generali forniscono importanti indicazioni. Infatti i votanti sono stati 5.622.401 su 24.453.992, il 23% degli aventi diritto, abbassando ulteriormente il trend dei votanti osservato nelle precedenti elezioni (39% presidenziali, 24% referendum costituzionale, 23% parlamentari). Questo ci suggerisce che il popolo non crede al processo di rinnovamento avviato da Tebboune e dall’establishment. Anzi sembra che gli algerini sposino totalmente la causa delle opposizioni.


Un altro dato salta agli occhi, quello relativo ai voti non validi. Infatti, bianche e nulle sono il 17% delle schede scrutinate: percentuale altissima. Questo suggerisce una domanda: perché un milione di persone esce di casa per andare a votare ma, poi, decide di non partecipare al voto annullando la propria scheda o riconsegnandola bianca? Tutto ciò, quando si sarebbe potuto boicottare il voto, come chiesto da Hirak. Un’ipotesi plausibile è che si tratti di persone che avevano la necessità di dimostrare all’establishment di essere andate a votare mostrando vicinanza e riconoscenza, ma che poi, nel segreto della cabina elettorale hanno espresso un voto non valido. E, pare facile fare l’identikit di queste persone: militari di basso rango, impiegati pubblici, dipendenti del settore oil, ecc. Se questa lettura fosse giusta dimostrerebbe che il povoir starebbe perdendo anche la base del proprio consenso.

Source: Official Algerian Journal

Inoltre, dalla lettura generale del voto viene fuori anche l’estrema frammentazione, anzi polverizzazione, del consenso. Dei circa quattro milioni di voti validi tre si sono dispersi in liste minori e candidati indipendenti che non hanno prodotto eletti. Restano un milione di voti circa ad aver prodotto l’attuale camera bassa, di questo milione un quarto ha eletto parlamentari indipendenti e il resto dei voti ha portato in parlamento ben quindici partiti diversi: la polverizzazione del consenso è servita.


Passando ai partiti, quelli direttamente riconducibili all’establishment, FLN e DNR (Raduno Democratico Nazionale), hanno accusato il colpo. Hanno perso rispettivamente 63 e 42 seggi. Certo risultano essere anche i partiti che hanno primeggiato alle urne, ma la loro percentuale sarebbe drammaticamente scesa se chi ha boicottato le urne avesse votato, perché, di certo, non avrebbe dato il suo suffragio a questi partiti, diluendone così la percentuale di consenso.


Può essere considerato un mezzo passo falso anche quello del partito dell’MSP. La fratellanza aveva gridato alla vittoria a inizio spoglio, ma poi ha dovuto ridimensionare i proclami dopo che i risultati sono diventati definitivi. Da vittoria si è passati a una buona affermazione con i seggi che sono passati da 34 a 65. Ma non c’è stato lo sfondamento a primo partito che, evidentemente, si attendevano. Si deve dedurre che l’elettorato abbia considerato il “compromesso” col presidente come un vendersi al potere.


7. Governo ed elezioni locali


Il successivo 7 luglio 2021 è stato varato l’attuale governo che si regge su una maggioranza molto composita. Infatti, l’esecutivo può contare su una vasta maggioranza, 320 seggi su 407, della quale fanno parte quattro partiti e una ottantina di deputati indipendenti. I partiti sono i due raggruppamenti espressione del potere, l’FLN e l’RND, poi c’è il partito nazionalista El Moustakbal e il partito islamista El Binaa. L’esecutivo è guidato da Aymen Benabderrahmane, che aveva già ricoperto incarichi di governo, così come diversi ministri della sua squadra. Quindi un governo che non segna una rottura col passato. Ha scelto di tenersi fuori l’MSP che vuole smarcarsi da altri segnali di contiguità con l’establishment, recuperando il ruolo di partito d’opposizione.

Fig.3: Primo Ministro Aymen Benabderrahmane (Credit dzbreaking)

In ordine di tempo, l’ultimo evento elettorale nel paese sono state le amministrative locali. Restando a un livello macro, si può osservare che i tradizionali partiti di governo hanno ottenuto un buon riscontro. Il dato più significativo, per il tipo di osservazione che stiamo facendo, resta l’affluenza che si è attestata sul 35,96%. Nella lettura dell’establishment questa percentuale sarà suonata sicuramente come una positiva inversione di tendenza, anche se solo alla luce delle percentuali catastrofiche precedenti. Inoltre si può pensare che, trattandosi di elezioni locali, l’aumento dei votanti sia da ricondurre anche alla prossimità dei candidati, ben 22.000, con l’elettorato e alla loro capacità di portarli alle urne.


8. Altre variabili


Ovviamente, sulla situazione politica interna intervengono altre variabili che possono esasperare o allentare la tensione. Tra queste pesa sicuramente la politica estera, che attualmente è caratterizzata della profonda crisi col Marocco circa il Sahara Occidentale (per un approfondimento) Il nemico esterno Marocco, potrebbe compattare gli algerini attorno al sentimento nazionalistico.


L’Algeria vive anche una questione etnica interna che costituisce un problema annoso, quello della minoranza berbera, Amazigh, della Cabilia. La minoranza vive in maniera amplificata tutti i problemi del Paese. In passato hanno subito il vano tentativo di arabizzazione da parte del governo centrale. A più riprese i berberi si sono ribellati venendo repressi con fermezza, l’ultimo importante episodio c’è stato nel 2001. Ancora oggi il malcontento in Cabilia. è alle stelle. Basti pensare che la partecipazione alle elezioni parlamentari, nella regione, è stata bassissima, in molte zone prossima allo zero.


Una variabile inattesa, ma che ha giocato un ruolo, è stata la pandemia. Il Covid-19 ha avuto un doppio effetto, da una parte, con le ricadute economiche negative (diminuzione delle entrate statali e dei consumi) ha aumentato il malessere sociale. Dall’altro, però, ha permesso al governo di assumere misure restrittive motivate, come il divieto di assembramenti, che oltre ad avere l’effetto di limitare la diffusione del virus impedivano, di conseguenza, le espressioni di dissenso. Sulle prime anche gli esponenti dell’Hirak hanno dovuto convenire che la limitazione della diffusione del virus fosse prioritaria rispetto alle proteste. A conti fatti, il Covid-19 ha giocato più a favore che contro il governo.


Ovviamente, la variabile che influisce di più sulle tensioni interne di un paese è quella economica. Come accennato, l’economia algerina soffre di crisi strutturali. Come la dipendenza dal settore oil, male che affligge tutti i rentier state. A cui, però, vanno aggiunti tutti i malesseri tipici degli stati in via di sviluppo e di quelli con un sistema politica congelato. Oltre alle riforme politiche, l’altro importante campo di azione in cui il governo si è prefissato di intervenire per ridurre le tensioni è, appunto, quello economico. L’obiettivo è ridurre la disoccupazione e diversificare gli ambiti produttivi. L’economia algerina ancora nel 2021 aveva previsioni negative, con un deficit atteso in sensibile aumento, tanto che il governo aveva previsto di assumersi il rischio di diminuire i sussidi, cosa che avrebbe esasperato gli animi.


Poi è intervenuta una variabile indipendente esterna che ha mutato il contesto: l’aumento dei prezzi degli idrocarburi. Infatti, è di gennaio 2022 la comunicazione di Sonatrach, la compagnia algerina dell’energia, ha registrato un aumento del 70% delle entrate. Questo rappresenta un’importante boccata d’ossigeno per lo Stato che potrà provare a finanziare i suoi progetti e usare quelle risorse per stemperare le tensioni sociali, tanto più che i prezzi resteranno alti ancora nel medio periodo. Certo saranno risorse che dovranno essere spese bene e non sprecate, cosa non così automatica. Ma è indubbio che l’attuale congiuntura economica dell’energia giochi a favore del governo.


9. Conclusioni


Questo veloce passaggio a bassa quota sulla condizione interna dell’Algeria ci restituisce l’immagine di un Paese che vive in bilico, a rischio implosione. Infatti, anche l’ultimo tentativo del pouvoir, in una logica di conservazione del potere, di provare fare delle concessioni non ha conquistato gli algerini. Lo scollamento tra establishment e paese reale permane, e in maniera evidente. Certo, come abbiamo visto, alcune recenti accadimenti, specie l’aumento del prezzo degli idrocarburi, stanno permettendo allo stato profondo di superare il momento più difficile.


Quindi, grazie al prezzo dell’energia, il governo ha le risorse per provare a mitigare lo strutturale malessere sociale. Per questo, il precario equilibrio che il pouvoir ha dimostrato di saper gestire per decenni, sembra in grado di potersi protrarre ancora. Anche se, non si sa per quanto. In ultima analisi potrebbe valere, per l’Algeria, il paragone geologico con i terremoti: si sa che qualcosa accadrà ma non è possibile stabilire il quando e la magnitudine. Solo che, contrariamente all’ambito geologico, a fare la differenza sarà un imperscrutabile evento che farà saltare l’equilibrio, domani o tra cent’anni.


(scarica l'analisi)

Algeria il gigante eternamente in bilico - Pasquale Taddeo
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Bibliografia/Sitografia

  • https://www.africanews.com/

  • https://www.agenzianova.com/news/

  • https://www.iai.it/it

  • https://www.ispionline.it/it

  • https://www.osmed.it/

  • https://sicurezzainternazionale.luiss.it

  • https://www.wilsoncenter.org/

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