Algeria: il gigante eternamente in bilico

Aggiornamento: 12 apr

di Pasquale Taddeo

Fig.1: Credit Oneicom Art

1. Introduzione


L’Algeria, gigante africano per dimensioni, forze armate e riserve di idrocarburi, è un Paese che si contraddistingue per una sua peculiarità: quella di tenersi il più lontano possibile dagli occhi esterni, rimanendo chiuso su sé stesso e i suoi perduranti problemi. Si può dire che viva un’asimmetria tra quanto se ne conosca all’esterno e quanto, invece, sia importante per gli equilibri del Mediterraneo e dell’Africa più in generale.


Infatti l’Algeria è la più estesa nazione africana (confinante con importanti aree di crisi, la Libia a est e il Sahel a sud), si contende con l’Egitto il ruolo di prima potenza militare del continente nero ed è uno dei maggiori produttori di idrocarburi dell’Africa. L’Algeria, inoltre, almeno dalla guerra civile degli anni ’90, ha dato la sensazione di essere sempre in bilico sul baratro dell’implosione. Per questo è opportuno metterla sotto la lente d’ingrandimento e cercare di capirne le dinamiche interne, specie quelle più recenti.


2. Il sistema di potere


Il potere in Algeria, sin dall’indipendenza, è gestito da quello che viene definito povoir (potere), uno stato profondo che nasce dall’alleanza tra Fronte di Liberazione Nazionale (FNL), Forze Armate Algerine e servizi segreti. Esso è incarnato dalla generazione che ha portato il Paese all’indipendenza, e di conseguenza, nell’ultimo ventennio, si è configurata per essere una gerontocrazia, che la natura sta via via rigenerando col suo scorrere. Il problema, però, resta visto che il pouvoir è un gruppo chiuso al quale si accede solo per cooptazione. Si può, così, già individuare il male fondamentale della politica algerina, e del paese in generale: lo scarso ricambio e circolazione delle élite. Si concretizza in tal modo una sclerosi del sistema politico-economico con tutti i problemi che, a cascata, ne conseguono. Tutto questo ha portato a un profondo scollamento tra chi detiene le redini del potere e il paese reale. Meccanismo classico agente nei Paesi a rischio di tenuta.


L’Algeria è già caduta una volta nell’abisso della guerra civile, negli anni ’90. Abisso da cui lo Stato profondo è uscito vincitore, al costo di una terribile ecatombe, riportando il Paese alla quiete, ma non alla pace sociale. Ovviamente, gli osservatori hanno temuto per il gigante magrebino in occasione delle primavere arabe, proprio a causa delle contraddizioni descritte. Invece, contrariamente a quanto ci si potesse immaginare, Algeri ha attraversato con relativa tranquillità quel periodo. Certo hanno dato un contributo i sussidi a pioggia erogati dal governo per “comprare” il consenso; probabilmente sussisteva anche il timore di rivivere una tragedia di quella portata; o ancora, il malcontento non era risalito al livello di guardia.


Sin dalla guerra civile, e per un ventennio, la faccia del regime è stata incarnata da Abdelaziz Bouteflika. Veterano dell’indipendenza, è stato l’esempio di quella prima generazione senescente e dell’agire interno allo stato profondo. Infatti, Bouteflika rappresentava il regime ma non ne era il padrone. Il concetto di rais, comune in molti Stati mediorientali, non vale in Algeria. Piuttosto, il presidente di turno, è espressione degli equilibri interni raggiunti dalle varie fazioni del pouvoir. La prova del nove di questo aspetto ci viene fornita dall’ultimo periodo della presidenza, l’anziano leader, colpito da un ictus, ha passato gli ultimi anni del suo mandato nella condizione che potremmo definire, eufemisticamente, di essere poco presente a sé stesso. Questo ci fa intuire che la tettonica interna allo Stato profondo faticava a trovare un nuovo equilibrio e, quindi, una nuova faccia che ne fosse l’espressione. Tanto che ha portato, inizialmente, a riproporre il vecchio simulacro del potere per un nuovo mandato. Evento che è stato determinante per la rottura degli equilibri.


3. Il 2019