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Afghanistan, tomba delle false narrazioni

Aggiornamento: 16 set 2021

Independent - intervista di Robert Fisk a Bin Laden

«I sempliciotti danno per scontato che l'immigrato musulmano sarà immancabilmente sedotto e attirato dal diritto di voto e dall'opulenza dell'Occidente. Ma, appunto, questa è un'ipotesi da sempliciotti.

Perché è altrettanto possibile che la sua sia una reazione di rigetto.

Intanto, l'opulenza a lui non arriva; e poi i valori della civiltà occidentale

che avvalorano il diritto di voto sono per lui disvalori che non capisce e che rifiuta.

Per chi concepisce la vita come shari’a, come un abbandonarsi e un sommergersi nella volontà divina,

la libertà e la laicità dell'Occidente risultano aberrazioni.

Infine, in questo gioco, conterà molto l'entrata in gioco dei gruppi fondamentalisti

che si dedicano, appunto, alla cattura dell'immigrato musulmano.

La domanda è: una volta insediato in Europa, l'immigrato islamico come girerà?

Si ammorbidirà, oppure si irrigidirà? Rispondo che questa partita dipende in larga misura

da come viene gestita, se sarà gestita dal sempliciottismo imperante, allora sono pessimista.»

(G. Sartori, Pluralismo, Multiculturalismo e estranei. Saggio sulla società multietnica, BUR, Milano 2000)


Non è un caso io abbia deciso di aprire questo articolo con uno dei brani più “forti” di Sartori, sul quale ci sarebbe molto da dire, ma in questo frangente mi interessa focalizzare l’attenzione sulla ripetizione di un concetto: il “sempliciottismo”.


Definirò qui tale concetto come “incapacità di comprendere la complessità del reale, a favore di spiegazioni, valori e narrazioni semplicistiche”. In pratica il sempliciottismo è degno compare del complottismo, solo che mentre questo tende a prendere in maniera virale gli strati più ignoranti o psicologicamente instabili della popolazione, il sempliciottismo è tipico di chi invece dovrebbe avere una formazione culturale avanzata, ma in realtà per lo più parla a vanvera forte di titoli cartacei e raccomandazioni.


Chiariamoci, il sempliciottismo ha la sua funzione. Per esempio, nella propaganda il sempliciottismo è utile. In politica, soprattutto oggi, il sempliciottismo porta voti. Col sempliciottismo si fanno i big like sui social media, che si sia un influencer, un politico, un giornalista o un presunto analista di geopolitica (sic!). Il problema nasce quando l’incompetenza porta ad applicare il sempliciottismo ai problemi reali. Se gestisco la manutenzione di un ponte con sempliciottismo, il ponte crolla e la gente muore. Se gestisco un’azienda tessile con sempliciottismo, la gente muore. Se gestisco una cooperativa che costruisce infrastrutture in Lombardia con sempliciottismo, la gente muore. Se gestisco le relazioni internazionali con sempliciottismo, la gente muore.


Ora, che i soldati muoiano all’estero, per chi scrive, è una realtà conosciuta sin dall’infanzia. Di amici e conoscenti in divisa morti all’estero e non solo, ne ho pieni i ricordi. Ma chi ha servito in divisa e fa parte di famiglie in divisa, a questa realtà si abitua, a volte con consapevolezza, a volte per dissociazione, altre per dissonanza cognitiva (gli strumenti cognitivi utili ad affrontare la sindrome post traumatica da stress, per capirci). Quello che però non va giù è il sempliciottismo di chi è corresponsabile di quelle morti. Il soldato per sua stessa natura in genere concepisce il morire, fa parte – piaccia o meno – della professione. È certamente più facile per un soldato accettare la morte in servizio che non per un operaio. Giustamente però il soldato non può – e non deve – concepire lo spreco della propria vita e ancor più della propria morte.


Capite quindi che vedere alte sfere dello Stato, da 20 anni responsabili anche delle nostre azioni in Afghanistan, pontificare con sempliciottismo su quello che sta succedendo a Kabul, genera un po’ di frustrazione. Direi quasi rabbia.


Che si mandino i soldati all’estero sotto l’egida di propaganda e quindi di sempliciottismo è un’ovvietà. Funzionale anche. Il soldato italiano – diversamente dagli americani – è nel più dei casi un bravo ragazzo a cui si scioglie il cuore nel vedere il bambino afghano. A volte è lì anche per convenienza economica, certo, non raccontiamoci balle, per altro è anche legittimo, non c’è da vergognarsene. Altre per vocazione. In ogni caso il soldato italiano ci mette il cuore, la passione, i buoni sentimenti. Si convince di quello che gli viene detto: è lì per salvare la gente, per portare diritti e un futuro migliore. E ci crede. Ed è giusto che ci creda, perché quello è il suo angolo di realtà. Crederci gli permette di fare meglio il suo lavoro, che è servire lo Stato, che significa perseguire e difendere gli interessi dello Stato.


Il punto è che dopo 20 anni forse a chi ha servito, a chi ha subito perdite familiari, dobbiamo qualcosa in più che non una spiegazione a base di sempliciottismo. Dire ai nostri soldati, ai nostri cooperanti e all’opinione pubblica che l’Afghanistan è un fallimento perché gestito male dagli americani significa scaricare la responsabilità e soprattutto significa evitare di fare una seria analisi sulla realtà, significa ciarlare sui sintomi senza fare una diagnosi completa.


La realtà e le narrazioni


Evitare il sempliciottismo significa cercare di comprendere la complessità del reale e le sue radici profonde. Va da sé che non si può quindi ridurre l’affaire Afghanistan all’ultimo mese e al ritiro americano. Significa evitare delle spiegazioni semplicistiche e unilaterali. Significa mettersi nei panni di molteplici osservatori e soprattutto mettere in dubbio alcune delle nostre convinzioni più profonde.


Le convinzioni – e quindi le narrazioni – sono reali. Anche quelle a base di sempliciottismo. Possono essere false, questo sì, ma rimangono reali, nel senso che le narrazioni, anche quando false, sono alla base dell’agire umano, soprattutto quando condiviso.


Il punto, per essere brutali, è che se la narrazione del jihadismo permette di combattere in maniera più accanita, mentre la narrazione dei diritti umani permette a un cooperante di svolgere meglio il proprio lavoro, la fede in Dio o nel profitto di certo non tiene in piedi il Ponte Morandi.


Le narrazioni hanno la loro funzione e la loro applicabilità. Se le applico dove non funzionano, fallisco e devo assumermene la responsabilità.


La più grande metanarrazione dei nostri tempi è l’universalismo della democrazia liberale. Bella come narrazione eh, epica oserei dire. Solo che guardando la realtà, diremmo che di tale narrazione importa a un’esigua minoranza dell’umanità. Certo, possiamo raccontarci che la maggioranza non può interessarsene perché sottoposta a regimi antidemocratici, ma questa è una buffonata. La verità è che la democrazia liberale è un costrutto delle culture occidentali storicamente dato, con alle spalle 2500 anni di evoluzione. E per altro comincia a franare anche da noi. La malsana idea di portarla altrove in pochi anni è tipica dell’applicazione del modus operandi americano, frutto di un approccio ingegneristico gestionale alle dinamiche socioculturali. L’Afghanistan, ma non solo, è lì a ricordarci quanto questa narrazione sia funzionale tanto quanto il credere che Dio possa sostenere un ponte senza i giusti calcoli umani.


In questo ambito qualcuno potrebbe obiettare che gli afghani all’aeroporto di Kabul sono interessati alla democrazia. A dire il vero sono proprio quelle immagini che mi hanno fatto venire in mente le parole di Sartori in apertura. Mentre i media si affrettano a raccontare storie di attivisti e comici, le immagini restituiscono una situazione non proprio simile: donne e bambini sono un’esigua minoranza, la stragrande maggioranza degli afghani in quelle immagini, donne incluse, non danno segni di “occidentalizzazione”.

Forse a quegli afghani non importa molto della democrazia liberale. Importa solo di sopravvivere in condizioni dignitose, e quelle condizioni sono dettate dalla loro cultura, non dalla nostra. Tant’è che sfido chi legge a contare quante donne in tutte le immagini sono prive di velo.


Mi viene anche in mente che secondo l’Osservatorio sulle spese militari italiane, l’Afghanistan ci è costato oltre 8 miliardi e mezzo di euro, di cui 720 milioni di euro tra il 2015 e il 2020 direttamente finiti nelle tasche delle forze armate afghane. Mi verrebbe da dire che con una tale cifra, le Resistenze italiana e francese si sarebbero liberate dei tedeschi un anno prima. Le forze armate afghane si sono sciolte in un mese.


Una parte della narrazione sull’esportazione della democrazia è vera: ci sono certamente attivisti di altre culture che vorrebbero importare dall’Occidente dei valori. Solo che sono minoranza estremamente esigue e guarda caso molto ricche. All’aeroporto di Kabul – che vi piaccia o meno – ci sono quelli che con gli occidentali, a Kabul, hanno fatto i soldi (circa 300.000 autoctoni, secondo gli americani). I figli della Kabul bene, diremmo, e tutti coloro che hanno fatto la bella vita cooperando con gli americani, mentre nel resto del paese la situazione, in 20 anni, non è affatto cambiata, secondo il classico paradigma centro – periferia. A questi probabilmente non interessano davvero i valori occidentali: interessano la propria sicurezza, fisica ed economica, null’altro (il che, chiariamoci, è ampiamente legittimo). Non interessa loro neanche l’Afghanistan, né i propri concittadini, altrimenti avrebbero combattuto per essi.


Un’altra grande narrazione è quella degli USA come vincitori e militarmente competenti.

Storia: l’unica guerra “vinta” dagli americani in 70 anni è stata la prima Guerra del Golfo.

Hollywood: perfino operazioni tristemente fallimentari come Red Wings diventano epopee (l’operazione del 2005 in cui persero 19 uomini e 1 Chinook ripresa nel film Lone Survivor).


Ora, in tutto questo contesto, io non ho ben capito – ancora – quale fosse l’interesse nazionale in Afghanistan. Chiariamoci: in Afghanistan bisognava andare. Dire oggi “si poteva evitare” è l’ennesima buffonata irrealistica. Nella situazione italiana del 2001, non si sarebbe potuto evitare. Un fondamento imprescindibile della politica estera italiana è infatti la partecipazione alle missioni internazionali con corposi contingenti, sia in ambito UN che in ambito NATO.


Giustificare le risorse perse in Iraq è molto più semplice: il MENA è e sarà sempre una nostra area di proiezione diplomatica, energetica, economica. Nassirya era italiana dagli anni 30. Ma l’Afghanistan?

Terre rare? Litio? Discorso uscito sì e no 2 anni fa e decisamente ci sono “fornitori” meno rischiosi.


Ostacolare il mercato della droga? In 20 anni le operazioni antidroga in Afghanistan hanno intaccato davvero poco il mercato. Addirittura, non potendo più aggredire le piantagioni (con cui parte della popolazione sopravvive), la NATO ad un certo punto si è limitata ad aggredire i laboratori. Per carità, belle le foto degli americani che bruciano piantagioni, ma efficacia veramente deludente.


Interessi energetici? Praticamente zero, se si eccettua il Turkmenistan–Afghanistan–Pakistan–India (TAPI) Pipeline, che comunque per l’UE in generale e l’Italia in particolare ha sicuramente meno importanza di altri progetti. Infrastrutturali? Pochi. Commerciali? Pochi.


Riassumendo: dovevamo stanare terroristi? Ci può stare. Dovevamo portare la democrazia? Buffonata. Dovevamo per forza andare? Sì. Potevamo uscirne meglio? Sì. Ricapiterà? Sì, se non correggiamo gli errori fatti molto prima del 2001.



70 anni di danni globali non si risolvono in 20 anni di occupazione


Oggi siamo pieni di esperti di terrorismo, che nella maggior parte dei casi non sanno cosa sia l’Iṣlāḥ, il riformismo islamico che è alla base dello sviluppo dell’attuale islamismo radicale. Qualcuno si chiederà cosa c’entra: la verità è che per capire i talebani di oggi è necessario comprendere come e perché le idee cambiano e si evolvono in ambito islamico (e non solo arabo).


Sotto il nome di Iṣlāḥ si pone quel complesso movimento di idee cominciato alla fine del XIX secolo e che investe tutto il mondo islamico nel momento in cui le classi agiate in ambito coloniale vengono a stretto contatto con l’ambiente intellettuale europeo. Siamo nel tardo ‘800 e molti giovani agiati del mondo islamico si formano a Londra, Parigi, Berlino, Roma, Madrid, supportati dagli europei che formano le classi dirigenti autoctone cercando di influenzarne le idee. Il risultato è che le classi intellettuali autoctone cercano di declinare alcune delle idee europee nella propria cultura. Nascono così il panarabismo, il nazionalismo e il socialismo arabi, i movimenti di riforma islamici in generale, a grandi linee divisibili tra coloro che cercano di “aggiornare” l’Islam nel mondo contemporaneo (con tendenze democratiche o secolari) e coloro che invece predicano il ritorno all’Islam originale (i movimenti salafiti). Dopo la Seconda guerra mondiale questo riformismo si condenserà in tre correnti principali: quella modernista (socialismo, nazionalismo, partito ba’th, OLP, etc.), quella islamista moderata (Fratellanza musulmana) e quella salafita. Tutte le realtà islamiche odierne, dal khomeinismo a Hezbollah, dai deobandi ad Al Qaeda, sono più o meno figlie di quel processo, sul quale però si è innestata la geopolitica degli ultimi 70 anni.


La corrente modernista, forte in Nord Africa, in Siria, in Libano, in Iraq e Iran, si avvantaggiò della politica terzomondista sovietica, tesa a supportare i movimenti indipendentisti a detrimento delle potenze coloniali europee. Gli Stati Uniti decisero che la miglior strategia di contenimento fosse supportare le correnti islamiste nel golfo, attraverso il supporto ai sauditi, e la deterrenza dei paesi arabi socialisti attraverso il potenziamento bellico degli israeliani. Colpo di coda finale di questa strategia fu il supporto agli afghani contro i sovietici, con tanto di media occidentali che glorificavano Bin Laden.


Andiamo avanti di qualche anno: cade l’Unione Sovietica. Gli occidentali in generale e gli americani in particolare si convincono della “fine della storia” di Fukuyama. Il liberalismo ha vinto e dominerà il mondo. Qualcuno ha dei dubbi. I paesi NATO nei primi anni ‘90 cominciano la teorizzazione e pianificazione delle Low Intensity Operations, cose come peace building, peacekeeping e compagnia bella. In quegli anni, sotto egida UN, parrebbe funzionino. La prima Guerra del Golfo sembra l’apice del regime di polizia internazionale di americani e alleati, se non fosse che si guardarono bene dal rimuovere il “problema”, forse in un momento di lucidità. Solo che poi arriva la Somalia, gli americani si ritirano. Hollywood ha imparato la lezione: se col Vietnam c’erano i Rombo di tuono con Chuck Norris, per la Somalia c’è Black Hawk Down. Quanto mai peculiare, per la prima Iraq, ci fu invece Jarhead.


Qualcuno comincia a subodorare dei problemi. È il 1996, Al Qaeda esiste già, Bin Laden dichiara guerra agli USA. I talebani sono già lì, a sostenerlo. In pratica il sostegno americano in funzione antisovietica si rivolta contro il padrone. Nello stesso anno, Huntington finalizza Lo scontro delle civiltà, di cui è sempre doveroso riportare una citazione fondamentale:

«Nel mondo che emerge, un mondo fatto di conflitti etnici e scontri di civiltà, la convinzione occidentale dell’universalità della propria cultura comporta tre problemi: è falsa, è immorale, è pericolosa».

Quella di Huntington era una feroce critica alla politica estera USA. Paradossalmente, la locuzione “scontro di civiltà” divenne il cavallo di battaglia della propaganda americana, la grande civiltà occidentale contro l’oscurantismo islamico. I danni che fece, nonostante Huntington, si possono notare ancora oggi sui social media.


Arriviamo al 2001, gli americani sull’onda emotiva dell’11 Settembre, invadono l’Afghanistan e rimuovono i talebani al governo. Usano mappe date loro dall’Intelligence russa. Utilizzano informazioni trasmesse dall’Intelligence iraniana sotto il controllo di Soleimani. Dopo aver promesso 10 anni prima ai russi di non piazzare basi nell’area ex sovietica, ci si infilano come nulla fosse. Parrebbe una vittoria lampo cui segue l’Iraq. In realtà sono impantanati: i governi fantoccio installati non funzionano. Entrambi i paesi sono affetti da un’insurgency costante, che snerva gli strumenti militari occidentali e aizza costantemente la popolazione contro gli occupanti. Sì, perché nel giro di pochi mesi sia gli afghani che gli iracheni così percepiscono gli occidentali: occupanti, non liberatori. Le vittime civili non si fermano e gli americani ci mettono il carico con crimini vari, tanto da parte delle truppe quanto da parte dei contractors civili.


Fatto 30, tanto vale fare 31, 10 anni dopo: con l’Iraq in fiamme, da qualche parte bisogna buttare i jihadisti. Anche perché l’Iran sta diventando un problema e Israele e sauditi piangono. Bisogna portare a termine il lavoro iniziato: i regimi secolari nel MENA vanno abbattuti. Viva le primavere arabe. L’Egitto cade subito, la Tunisia a seguire. Nel primo viene appoggiata la Fratellanza Musulmana, che a parte degli egiziani, soprattutto ai cristiani e a quelli più ricchi, nonché alle forze armate, non piace. Quindi si torna ai militari, secolari. La Libia va in fiamme, ed è una bella gatta da pelare che possono lasciare agli europei, per arginarne l’indipendenza energetica, soprattutto italiana. Tra il 2011 e oggi, l’Italia perde tre dei suoi maggiori fornitori petroliferi: Libia, Iran, Siria. I tre fornitori in attivo, per altro (compriamo petrolio grezzo, rivendiamo prodotti petroliferi raffinati). Il 2,5% del nostro budget energetico finisce in shale oil americano, nettamente sconveniente per noi, molto conveniente per Obama prima e Trump poi. Ma è un sacrificio doveroso, per ostacolare i nemici dei diritti umani. Con alcune eccezioni: i sauditi non sono oscurantisti, no. Gli emiratini neanche. Figurati i pakistani.


Nel frattempo, americani, sauditi, turchi ed emiratini, tutti appassionati di democrazia, trasferiscono fondi e armi ai ribelli siriani. Gli americani chiedono ai servizi nord europei, in particolare a quelli svedesi, danesi e tedeschi, di chiudere gli occhi. Centinaia di immigrati siriani, per lo più criminali delle periferie di Stoccolma, Copenaghen e Berlino, arrivano in Turchia, entrano in Siria e si scatena una guerra civile decennale. Sauditi ed emiratini importano jihadisti da tutta l’Asia e forniscono supporto finanziario, gli americani forniscono le armi, rompendo gli accordi con i paesi UE ex sovietici: tutte le armi comprate “a scopo di studio”, vincolate da contratti che non ne permettevano la cessione, finiscono in Siria.

«Le abbiamo date ai Curdi».
«Ma abbiamo verificato i seriali, sono in mano all’ISIS».
«Purtroppo abbiamo sbagliato l’operazione di consegna».

In pratica armano formazioni di ogni tipo che poi confluiranno TUTTE, senza esclusione alcuna, in Al Nusra, poi HTS, affiliata ad Al Qaeda, e nello Stato Islamico. Le cui maggiori operazioni all’estero saranno, guarda caso, in Europa e non negli USA. Come è andata lo sappiamo: 500.000 morti, Assad che resiste grazie ai suoi alleati, una piaga (IS) allargata all’Iraq e un potenziamento devastante di tutto il radicalismo islamico. Ma non bastava. I curdi vengono abbandonati, tanto per cambiare, e gli americani occupano illegalmente parti della Siria. Nel frattempo, hanno sanzionato i russi, gli iraniani, hanno ucciso Soleimani, stanno stritolando economicamente il Libano. Una politica geniale, che rafforza la resistenza all’Occidente, che porta le popolazioni a disprezzare i valori occidentali, visti come scusa per un indegno sfruttamento attraverso élite locali corrotte. Tanto da far piacere agli afghani un revival moderato dei talebani, che possono permettersi in pochi mesi, dopo il riconoscimento ufficiale a Doha nel 2020 da parte di Trump, di riprendersi l’Afghanistan, con quello che oramai io chiamo blitzkrieg in ciabatte. Solo che le ciabatte non sono indossate, come pensano molti americani e nostrani commentatori, da ignoranti esaltati, ma da raffinati politici e comandanti militari che hanno, letteralmente, surclassato politici e comandanti USA, con i loro power point e le loro tabelline, con le loro mother of all bombs.


Ma abbiamo portato la liberal-democrazia nel mondo. Secondo la narrazione. Secondo la realtà, quello che abbiamo portato è stato solo caos e morte.


Concludendo: caro Veterano ti scrivo…


In Italia, tristemente, la figura del Veterano non è legalmente riconosciuta e, nonostante apparenti sforzi della Difesa, i nostri ragazzi che hanno servito in armi sono abbandonati – soprattutto lavorativamente – a sé stessi, e questo è gravissimo. A un soldato si possono rinfacciare le proprie azioni sul campo, ma non si può imputare il fallimento in Afghanistan, né si può bollare di essere guerrafondaio. Non esistono soldati guerrafondai. Al massimo esistono Generali guerrafondai, e generalmente sono quelli che crescono nei Ministeri, non sul campo.


Ho conosciuto tantissimi veterani di Afghanistan e Iraq: ufficiali, sottufficiali e truppa. Ne ho conosciuto le famiglie, le compagne, i figli, i genitori. E di molti ho letto le reazioni all’affaire Afghanistan. So con assoluta certezza che le loro parole sono sintomo di passione, di dedizione, di gran cuore.


Ma a questi ragazzi e alle loro famiglie, che in quella landa di disperazione hanno lasciato la propria vita o pezzi della stessa, dato il loro sacrificio, abbiamo il dovere di dire la verità, un dovere che in primis spetterebbe a chi, oggi, indegnamente, pontifica su siti e giornali pretendendo di spiegare gli errori esclusivamente americani.


Ragazzi, la verità è che eravate in Afghanistan non per portare diritti e democrazia, ma perché esistono dei meccanismi globali che richiedono dei sacrifici. E quei sacrifici sono spesso demandati ai servitori dello Stato, i Milites. La questione è capire quando il gioco vale la candela. E qui, sinceramente, sorge il dubbio: se tutti i paesi UE, Italia e Francia in testa, avessero evitato di fare da ubbidienti cagnolini degli americani, forse oggi avremmo un Mediterraneo allargato più sicuro e stabile, con gli stessi – forse meno – sacrifici che abbiamo sopportato in Afghanistan.


Questa, però, non è una vostra colpa. La sconfitta della cialtroneria americana e di chi, in Europa, ha seguito a ruota, non toglie nulla al fatto che voi abbiate svolto il vostro dovere, e non può esistere sconfitta nel cuore di chi vive con abnegazione il proprio dovere.


L’Afghanistan non si poteva evitare nel 2001, perché gli errori che vi hanno portato lì erano in essere da anni, e non spettava a voi correggerli. Oggi, tuttavia, spetta all’Europa farlo.


«O, ucciso in combattimento, otterrai il cielo, oppure, vittorioso, godrai della vasta terra;

dunque levati, risoluto al combattimento, o figlio di Kūnti!

Considerando uguali piacere e dolore, profitto e perdita, vittoria e disfatta,

raccogli le tue energie per il combattimento, così non patirai alcun male.

Dedicandomi ogni azione, con mente perfettamente interiorizzata,

libero da ogni desiderio come da ogni spirito di possesso, calmata la tua febbre, combatti.»

(Bhagavad Gita, II, 37 – 38, III, 30)

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