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Afghanistan: la più lunga e costosa campagna militare della storia d’Italia

(di Irene Piccolo)

Ieri vi è stato un nuovo triplo attacco (nel nord, nell’est e nell’ovest del Paese) in Afghanistan, condotto dalle forze talebane.

I nostri media, purtroppo, ormai ne parlano davvero poco ma nell’ultimo anno la situazione, che già nel 2016 si delineava con chiarezza, ha assunto connotati sempre più decisi: i Talebani stanno riprendendo il controllo dell’Afghanistan.

Sebbene i contingenti internazionali siano stati presenti in maniera ininterrotta (dal 2001 al 2006 Enduring Freedom, seguita dalla missione Isaf fino al 2014 e, attualmente, da Resolute Support), già a fine 2016 i Talebani avevano ripreso il controllo di quasi la metà del territorio afgano.

Ciò è dipeso da diverse variabili: una di queste è sicuramente il fatto che le forze straniere avevano iniziato a rimanere dentro le basi (non da ultimi gli italiani a Herat), limitandosi a formare la polizia afgana e delegando quindi a questa la lotta contro i Talebani. Un’altra variabile è sicuramente il fatto che le "vere" basi talebane non si trovano e non si sono mai trovate in Afghanistan, bensì nel Pakistan nord-occidentale, da dove partivano le incursioni su territorio afgano. Per cui, se la lotta effettiva non si conduce prima lì, in Pakistan, le vittorie afgane saranno vittorie di Pirro.

Guardando poi nello specifico al contributo italiano (1.037 uomini, contingente secondo per numero solo a quello americano, e un costo ufficiale di 6,3 miliardi di euro), a metà 2016 il governo Renzi era propenso a un progressivo e sempre più rapido ritiro dei nostri militari. Tuttavia, è stato “richiesto” (leggasi: pressato) a prolungare la permanenza a Herat, soprattutto per due ragioni (a questo punto ci vengono in soccorso le due cartine che trovate in cima al post):

1. La costruzione del gasdotto TAPI (dove l’acronimo è costituito dalle iniziali degli Stati che ne saranno attraversati: Turkmenistan, Afghanistan, Pakistan e India), che avrà la lunghezza di 1.814 km e che sarà operativo entro il 2019. Del valore di 10 miliardi di dollari, è fondamentale mettere i lavori in sicurezza rispetto a qualunque attacco;

2. Le tensioni sempre accese, seppur con alti e bassi, nel Beluchistan. E qui ritorna il discorso, già toccato settimana scorsa, sull’autodeterminazione dei popoli. I beluchi sono una popolazione iranica che occupa una regione geografica distribuita (come mostra la cartina) tra Iran, Afghanistan e Pakistan. I beluchi del Pakistan chiedono l’indipendenza – o perlomeno una forte autonomia - sin dal 1948 (ossia, all’indomani dell’indipendenza dello stesso Pakistan dall’impero britannico) e, spesso, coinvolgono i loro corrispettivi iraniani e afghani in attività di insorgenza. Tuttavia, dopo l’uccisione della “Tigre del Beluchistan” (il 79nne capotribù Nawab Akbar Khan Bugti) nel 2006, tali azioni sono diventate meno incisive. La loro lotta d’altronde incontra un grandissimo ostacolo nel fatto che il territorio conteso è ricco di risorse minerarie e gas; in particolare il Beluchistan pakistano è attraversato da una fitta rete di gasdotti. A ciò si aggiunge, infine, il progetto di gasdotto IPI (India – Pakistan – Iran) che intende attraversare proprio il Beluchistan.


Proprio per queste rinnovate esigenze di sicurezza, all’inizio di quest’anno piccoli contingenti di soldati italiani (c.d. Expeditionary Advisory Package), coadiuvati da forze speciali (i Rangers del 4/o Alpini a sostegno dei “Commandos” afgani) ed elicotteri da attacco (gli A-129 Mangusta dell’Esercito a protezione del personale italiano) sono tornati in prima linea non per combattere ma per supportare in loco (e non più chiusi nelle basi) le contro-offensive dell’Esercito afgano.

E proprio questa rinnovata necessità di presenza militare mette in luce l’altra faccia della medaglia: nuova forte insicurezza in Afghanistan per la sua popolazione. Ciò spiega perché, tra i richiedenti asilo in Europa negli ultimi anni, gli afgani sono i più numerosi dopo i siriani.


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