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Abya Yala. Come de-colonizzare il Sub-America e le sue vene aperte

Aggiornamento: 16 feb 2022

J. TORRES GARCÍA, América Invertida (1943)

Nel 1986, il gruppo messicano Los Tigres del Norte pubblicava uno dei suoi album più famosi dal titolo “Gracias!... América... Sin Fronteras”, album che iniziava con la celebre “América”. Proprio nel mezzo della canzone, vengono recitate delle frasi, qui tradotte:

“Del colore della terra sono nato
per eredità la mia lingua è il castigliano
quelli del nord mi dicono che son latino
non mi vogliono chiamare americano.”

Per ribadirlo con le parole del giornalista e scrittore uruguayano Eduardo Galeano, “adesso l’America è, per il mondo, nient’altro che gli Stati Uniti: noi abitiamo, al massimo, una sub-America, un’America di seconda classe, difficile da identificare. È l’America Latina, la regione delle vene aperte.” Quelle vene che, dal XV secolo in avanti, sono state identificate, usate ed abusate dall'Occidente col suo desiderio di conquista ed espansione: tra le vene nominate da Galeano nel reportage, vi sono materie prime quali oro, argento, cacao, cotone, petrolio, gomma, rame e ferro; “materie prime ed alimenti destinati ai Paesi ricchi che, consumandoli, guadagnano molto più di ciò che il Sud America guadagna producendoli.”


“Le vene aperte dell'America Latina” riassume esattamente cinquecento anni di sfruttamento e soprusi, ma è stato pubblicato per la prima volta nel 1971: come mai, nei cinquant'anni successivi, fino al nostro presente, le cose non sono cambiate più di tanto? Come mai appare così difficile sradicare un ordine mondiale in cui il cosiddetto Sud globale alimenta il Nord? Per provare a rispondere a tale quesito, è doveroso tornare alle origini di questo ordine mondiale, che, perlomeno per quanto concerne il Sud America e l'Europa, risale proprio al momento in cui questi due continenti si incontrarono o, meglio ancora, si scontrarono.


1. Decolonizzare le denominazioni

H. CATALAN, Descubrimiento de América (2014).

Proprio nei primi approcci a questi temi, ci si rende conto che è necessaria una rivisitazione dei termini, cominciando dal fatto che tale scontro-incontro tende ad essere a noi noto come “scoperta dell'America”. Cosa presuppone il termine “scoperta”? Presuppone il venire a conoscenza dell'esistenza di qualcosa o qualcuno per la prima volta, e il punto è che la nostra prima volta, in quanto europei, è quella che marca l'inizio dell'età moderna secondo la storia universale. Come afferma il filosofo messicano Enrique Dussel quando parla di decolonizzazione culturale, nella storia prevale una versione eurocentrica degli eventi: “Come scoperta? Se i nostri indigeni vivevano qui, non avevano scoperto l'America? (…) È un insulto, perché come possiamo parlare di scoperta se qui c'erano americani prima della scoperta?”. Sempre a proposito della scoperta e del tratto controverso di tale termine, Galeano scrisse:

“Nel 1492 i nativi scoprirono che erano degli indiani scoprirono che vivevano in America scoprirono che stavano nudi scoprirono che esisteva il peccato scoprirono che dovevano ubbidire un re e una regina di un altro mondo e un dio di un altro cielo e che questo dio aveva inventato la colpa e il vestito e aveva dato l’ordine di bruciare vivo colui che adorasse il sole e la luna e la terra e la pioggia che la bagna.”

In questo breve testo è innegabile anche la critica ad un altro tipo di colonizzazione, ovvero quella a stampo religioso. Oltre alla conquista dei territori e allo sfruttamento delle loro risorse, infatti, c'era tra i piani dei re spagnoli la missione di evangelizzare, convertire e civilizzare: pur con tutte le diversificazioni del caso – si vedano per esempio i gesuiti, poi ostacolati dagli stessi spagnoli perché non così in linea con le direttive della missione –, la presenza della Chiesa non fu però che un espediente per appropriarsi delle risorse naturali, come riassume perfettamente Galeano:

“Vennero. Loro avevano la Bibbia e noi avevamo la terra. E ci dissero: “Chiudete gli occhi e pregate.” E quando aprimmo gli occhi, loro avevano la terra e noi avevamo la Bibbia.”

2. Eurocentrismo ed altre derive

Marcia del gruppo “Descolonicémonos. 12 de octubre, nada que celebrar“ a Madrid (2021).

È però inevitabile constatare, al di là delle critiche che possono essere rivolte a posteriori all'una o all'altra parte, che la visione eurocentrica della storia non è semplicemente un modo di raccontare i fatti, bensì costruisce le basi di una cultura.


Lo dimostra, per esempio, il fatto che il 12 ottobre in Spagna sia una festa, ora chiamata “Día de la Hispanidad”, prima denominata “Giornata della Razza”. “Quale razza?”, chiede Dussel prima di concludere: “Quella degli spagnoli. Ma non dei nostri spagnoli.” Infatti, da anni, parallelamente alle parate militari, alle bande e agli spettacoli nella capitale della penisola iberica o al Columbus Day negli Stati Uniti, ci sono le manifestazioni del “Nada que celebrar” (“Niente da celebrare”) da parte di comunità indigene, latinoamericani o persone vicine a questo nuovo modo di guardare alla storia. Per questo stesso motivo, anche il termine “America Latina” viene contestato, poiché collega il continente (che prende il nome da un europeo) alle radici latine dei loro conquistatori ed è un termine affibbiato al continente proprio da coloro che lo hanno invaso e non dai suoi abitanti nativi: è così che, accanto ad altre proposte, nasce il nome “Abya Yala”. Letteralmente, per la popolazione kuna (situata tra Panama e Colombia), Abya Yala significa “terra in piena fertilità” o “terra di sangue vitale” – quel sangue che scorre per le vene aperte del continente.


3. Le parole – e le lingue – fanno la storia


P. EGÜEZ, Grito de los Excluidos (1959).

La decolonizzazione è dunque un processo (o un tentativo di processo) che si applica alla storia, ma anche alla cultura. Come afferma Dussel, “decolonizzazione culturale significa ri-pensare la nostra cultura e darle dignità”, perché spesso tale visione eurocentrica, che tende a disprezzare le proprie origini, è radicata anche nei programmi scolastici degli istituti educativi in Sud America, nelle persone che insegnano determinate materie e negli alunni che poi apprendono a loro volta. Un bambino o una bambina di un qualunque istituto imparerà la storia che impariamo in Europa, tralasciando invece la storia riguardante il proprio continente e le popolazioni che ci abitavano, popolazioni che entrano a far parte della storia universale solamente quando vengono “scoperti” e conquistati. Allo stesso modo, rincara la dose Dussel, “come soluzione ci fanno imparare l'inglese anziché lingue come il quechua o l'aymara”, che sarebbero invece di per sé più attinenti alle loro radici; tali lingue poi vanno perdute, e con loro la cultura – poiché sono lingue che spesso e volentieri si basano sul tramandare oralmente –, e con loro la civiltà, a quel punto inesistente o resa invisibile dalla storia universale.


4. Inversione di rotta

H. S. TIERNAN, Colonial Wallpapers– Mantle of Perception (2016).

Non a caso, proprio sul finire del XX secolo hanno cominciato a sorgere i cosiddetti studi postcoloniali (o decoloniali), che si occupano di mettere in discussione la storia ufficiale per scrivere quella delle minoranze, allargandosi poi anche ad ulteriori ambiti quali quello letterario, quello scientifico, quello antropologico ed altri ancora: tra i punti di riferimento di questo nuovo mondo ci sono Anibal Quijano con la sua teoria di “colonialidad del poder”, Frantz Fanon con “I dannati della Terra” o “Pelle nera, maschere bianche” e Achille Mbembe con “Critica della ragione nera”; inoltre, stanno nascendo sempre più corsi universitari che si apprestano ad approfondire questi inediti punti di vista, soprattutto all'estero. In Italia, lo studioso più riconosciuto in quest'ambito è Gennaro Ascione, e tra i suoi scritti, figurano alcuni titoli emblematici quali “A sud di nessun Sud. Postcolonialismo, movimenti anti-sistemici e studi decoloniali” e “America latina e modernità. L’opzione decoloniale”.


Va riconosciuto che, se paragonata ad altri Stati come la Gran Bretagna, la Spagna, la Germania ed in generale i Paesi latinoamericani, l'Italia non risulta particolarmente zelante negli studi postcoloniali o decoloniali: ci sono vari scritti al riguardo che ricordano come, per esempio, la nostra esperienza di colonizzatori in Africa sia spesso passata inosservata rispetto a quelle altrui, o sia stata addirittura liquidata in virtù delle innovazioni là portate quali le strade ed in generale le infrastrutture – ormai celebre è il libro “Noi però gli abbiamo fatto le strade” di Francesco Filippi. Non si parla dei matrimoni che in epoche passate venivano combinati tra adulti italiani e bambine africane, o del turismo sessuale tuttora in voga e che vede il nostro Paese tra i primi in classifica, tanto che, come riportava la presidente di Mete Onlus, Giorgia Butera, “in alcune strade dell’Africa non è difficile trovare sulla strada cartelli che intimano di non toccare i bambini, scritti in italiano.” Manca dunque, da parte nostra, una messa in discussione della nostra storia e dalle conseguenze che essa ha avuto su altri Paesi o continenti.


5. Tutta un'altra storia

(1) Pinterest

Se però il passo indietro sulla storia va fatto, Ascione – riportando le teorie di pensatori decoloniali sudamericani, quali il precedentemente nominato Anibal Quijano o il letterato argentino Walter Mignolo – afferma che non è sufficiente agire a livello politico od economico, ma che urge prima di tutto decolonizzare le forme di conoscenza che hanno dato origine alla condizione storica della colonia: tra esse, ci sono le gerarchie prodotte dall'Europa o quantomeno da un'epistemologia eurocentrica, quali la modernità, la razza, la classe, il genere ed altre ancora.


Secondo tali gerarchie, il continente americano entra a far parte della modernità quasi per una coincidenza fortuita che ne riconosce l'esistenza – un'esistenza funzionale ad interessi esterni al continente stesso. La razza determina la supremazia bianca e la marginalizzazione – o discriminazione – delle altre tonalità di pelle. La classe, già esistente in Europa, aggiunge un ultimo gradino, il più basso ed il meno rilevante, popolato dalla manodopera delle colonie. Il genere, in un mondo in cui c'erano delle culture che riconoscevano altri generi oltre ai classici maschio e femmina più diffusi da noi, comincia a determinare la differenza – e conseguente disuguaglianza – tra uomini e donne.


Oltre a queste forme di conoscenza impiantate e ormai radicate, c'è però un ulteriore elemento che persiste nonostante formalmente sia già avvenuta una decolonizzazione con guerre di indipendenza o abbandoni dei territori da parte della cosiddetta “madrepatria”: l'ingiustizia economica causata dal neoliberismo e, soprattutto, dalla globalizzazione.


6. Globalizzazione: come romanzare le ingerenze estere

(freethinkerskingdom.blogspot.com)

Per entrare in quest'ambito, riportiamo le parole di Ascione nel suo saggio “America latina e modernità. L’opzione decoloniale”:

“L’immagine della globalizzazione che viene proposta riporta alla mente il sogno di un’umanità non divisa tra Oriente e Occidente, Nord e Sud, l’Europa e i suoi Altri, i ricchi e i poveri. Come animata da un antico desiderio di cancellare le cicatrici di un passato conflittuale o di attribuire alla storia un lieto fine, questa retorica promuove la tesi secondo cui le diverse storie, geografie e culture che hanno diviso l’umanità sono ormai unite nel caloroso abbraccio della globalizzazione, inteso come un processo progressivo di integrazione planetaria.”

Tali parole costituiscono ciò che Dussel definirebbe “narrazione eurocentrica della modernità”. Solo nella più rosea delle situazioni, infatti, si potrebbe credere che tale progetto non abbia alcun tornaconto e non sia invece l'evoluzione contemporanea di quella dinamica coloniale che prevedeva sopra un continente dominante pronto a sfruttare le risorse altrui a minor conto – o a costo zero – e sotto un altro continente spossato da tali richieste in attesa di chissà quali benefici. In questo senso, abbiamo parecchi esempi nella nostra attualità di multinazionali che si insediano in Centro e Sud America per risparmiare sui costi, sfruttare risorse o agire in un modo che, in Europa o nel Nord globale, non verrebbe concesso o accettato – per esempio sfrattando abitanti locali, abusando del territorio per estrazioni petrolifere o minerarie. Uno fra tutti, per guardare in casa nostra, è Benetton, che nel 2017 mise in atto una repressione contro popolazioni mapuche della Patagonia che protestavano contro l'espropriazione delle proprie terre; repressione in cui venne ucciso Santiago Maldonado, manifestante su cui venne anche fatto un breve film-documentario e sul quale, nonostante l'insistenza della famiglia per la prosecuzione delle indagini, non è ancora stata detta la verità.


7. Conclusioni

Protesta mapuche in Cile nell'ottobre del 2019.

Quali dunque le soluzioni o presunte tali a questa situazione? C'è chi afferma che sono dinamiche radicate ormai da secoli e che non c'è possibilità di cambiamento; c'è chi, in virtù della stessa parola “dinamica” spera in un'intrinseca possibilità di cambiamento; c'è Dussel che propone il concetto di transmodernità, ovvero oltrepassare i limiti della modernità non negandoli, ma ripensandoli a partire dalle prospettive dei conquistati, dei vinti, dei popoli relegati alle periferie del mondo e della storia: una sorta di filosofia della liberazione, di emancipazione, di vera inversione di rotta. Galeano scriveva che “da Cuba in poi, anche altri Paesi hanno cominciato con cammini e modi diversi l'esperienza del cambiamento: perpetuare lo stato attuale delle cose equivale a perpetrare il crimine.” C'è chi, appunto, vede questo cambiamento nelle elezioni latinoamericane degli ultimi anni, in cui innegabilmente si sono viste delle novità: una nuova Costituzione in Cile, proteste contro la riforma tributaria in Colombia, manifestazioni contro la corruzione politica in Perù, un nuovo presidente in Bolivia, una nave di zapatisti in viaggio verso l'Europa e altri eventi che la storia ancora non ci permette di considerare con totale esattezza.


Ci sono Paesi in Centro e Sud America che, visti da fuori o raccontati da alcune persone che ci vivono dentro, appaiono intrisi di contraddizioni, di limiti e dignità, di lotta e di repressione, di miseria e di giustizia. Galeano nominava Cuba, la Cuba che resiste agli Stati Uniti sopra al collo e la stessa Cuba da cui molti sono fuggiti; la Cuba che ha attirato l'interesse di intellettuali e persone comuni con la sua rivoluzione e la stessa Cuba di cui si sa sempre poco, tra luci ed ombre.


Sempre Galeano scriveva: “Il sottosviluppo dell'America Latina non è una tappa dello sviluppo, è la sua conseguenza.” Ebbene, Abya Yala non è un concetto lineare, e cercare di capirla è un'impresa inesauribile, ma è quantomeno doveroso cominciare a riconoscere la nostra corresponsabilità storica, interrogarci proprio sul prezzo del nostro progresso pagato però da altri, ri-pensare il nostro modo di conoscere la storia e di guardare il mondo, de-colonizzare il nostro stesso pensiero e aprirci a quello altrui non in ottica caritatevole, ma in modalità di ascolto. Anziché giudicare quel mondo variegato che secondo le mappe ufficiali sta sotto di noi, dovremmo cominciare a giudicare il passato e il presente del nostro mondo: considerando che abbiamo almeno cinque secoli da analizzare, direi che siamo già in ritardo.


Bibliografia/Sitografia

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