Abya Yala. Come de-colonizzare il Sub-America e le sue vene aperte

Aggiornamento: 16 feb

di Maria Casolin

J. TORRES GARCÍA, América Invertida (1943)

Nel 1986, il gruppo messicano Los Tigres del Norte pubblicava uno dei suoi album più famosi dal titolo “Gracias!... América... Sin Fronteras”, album che iniziava con la celebre “América”. Proprio nel mezzo della canzone, vengono recitate delle frasi, qui tradotte:

“Del colore della terra sono nato
per eredità la mia lingua è il castigliano
quelli del nord mi dicono che son latino
non mi vogliono chiamare americano.”

Per ribadirlo con le parole del giornalista e scrittore uruguayano Eduardo Galeano, “adesso l’America è, per il mondo, nient’altro che gli Stati Uniti: noi abitiamo, al massimo, una sub-America, un’America di seconda classe, difficile da identificare. È l’America Latina, la regione delle vene aperte.” Quelle vene che, dal XV secolo in avanti, sono state identificate, usate ed abusate dall'Occidente col suo desiderio di conquista ed espansione: tra le vene nominate da Galeano nel reportage, vi sono materie prime quali oro, argento, cacao, cotone, petrolio, gomma, rame e ferro; “materie prime ed alimenti destinati ai Paesi ricchi che, consumandoli, guadagnano molto più di ciò che il Sud America guadagna producendoli.”


“Le vene aperte dell'America Latina” riassume esattamente cinquecento anni di sfruttamento e soprusi, ma è stato pubblicato per la prima volta nel 1971: come mai, nei cinquant'anni successivi, fino al nostro presente, le cose non sono cambiate più di tanto? Come mai appare così difficile sradicare un ordine mondiale in cui il cosiddetto Sud globale alimenta il Nord? Per provare a rispondere a tale quesito, è doveroso tornare alle origini di questo ordine mondiale, che, perlomeno per quanto concerne il Sud America e l'Europa, risale proprio al momento in cui questi due continenti si incontrarono o, meglio ancora, si scontrarono.


1. Decolonizzare le denominazioni

H. CATALAN, Descubrimiento de América (2014).

Proprio nei primi approcci a questi temi, ci si rende conto che è necessaria una rivisitazione dei termini, cominciando dal fatto che tale scontro-incontro tende ad essere a noi noto come “scoperta dell'America”. Cosa presuppone il termine “scoperta”? Presuppone il venire a conoscenza dell'esistenza di qualcosa o qualcuno per la prima volta, e il punto è che la nostra prima volta, in quanto europei, è quella che marca l'inizio dell'età moderna secondo la storia universale. Come afferma il filosofo messicano Enrique Dussel quando parla di decolonizzazione culturale, nella storia prevale una versione eurocentrica degli eventi: “Come scoperta? Se i nostri indigeni vivevano qui, non avevano scoperto l'America? (…) È un insulto, perché come possiamo parlare di scoperta se qui c'erano americani prima della scoperta?”. Sempre a proposito della scoperta e del tratto controverso di tale termine, Galeano scrisse:

“Nel 1492 i nativi scoprirono che erano degli indiani scoprirono che vivevano in America scoprirono che stavano nudi scoprirono che esisteva il peccato scoprirono che dovevano ubbidire un re e una regina di un altro mondo e un dio di un altro cielo e che questo dio aveva inventato la colpa e il vestito e aveva dato l’ordine di bruciare vivo colui che adorasse il sole e la luna e la terra e la pioggia che la bagna.”

In questo breve testo è innegabile anche la critica ad un altro tipo di colonizzazione, ovvero quella a stampo religioso. Oltre alla conquista dei territori e allo sfruttamento delle loro risorse, infatti, c'era tra i piani dei re spagnoli la missione di evangelizzare, convertire e civilizzare: pur con tutte le diversificazioni del caso – si vedano per esempio i gesuiti, poi ostacolati dagli stessi spagnoli perché non così in linea con le direttive della missione –, la presenza della Chiesa non fu però che un es