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11 settembre - 5 Punti per capire e ricordare


Gli analisti del Centro studi AMIStaDeS non potevano rimanere indifferenti a un anniversario significativo come quello dell'attentato alle Torri Gemelle, che ha segnato in maniera decisiva la storia recente, e hanno prodotto un breve speciale in cinque punti che va a indagare anche aspetti generalmente meno trattati.


1. La genesi di al-Qaeda

L'11 settembre 2001 è uno spartiacque fondamentale nella storia contemporanea a partire dal quale l'Occidente ha dovuto affrontare un nuovo tipo di minaccia terroristica provocato da al-Qaeda. Questa ha da sempre agito come avanguardia di un movimento votato alla diffusione su scala globale del jihad: la guerra dei mujahidin all'indomani dell'invasione sovietica dell'Afghanistan nel 1979, nonché primo fattore di aggregazione di militanti islamisti provenienti da tutto il mondo musulmano. Il nucleo originario di al Qaeda, il maktab al-khidamat, era al cuore di questo processo. Lo scopo iniziale era facilitare l'arrivo dei volontari arabi e coordinarne la ripartizione nelle attività di sostegno al jihad. Nel 1988, all’esaurirsi del jihad afghano fu necessario ridefinire le priorità strategiche.


I jihad "falliti" in Bosnia, Cecenia, Algeria e Yemen, l'operazione Restore Hope degli Stati Uniti in Somalia e l'invasione irachena del Kuwait, nonché la decisione dell’Arabia Saudita di chiedere il sostegno USA per contrastare Saddam Hussein, rafforzarono la convinzione che il nemico fosse esterno al mondo musulmano. Da qui la creazione di un gruppo ombrello, il Fronte Islamico Mondiale, che riuniva diversi gruppi jihadisti facendo del concetto di globalizzazione del jihad il centro dell'ideologia di al-Qaeda. Ciò giustificò gli attentati alle ambasciate americane di Nairobi e Dar es-Salam, che rivelarono al mondo il sistema al-Qaeda basato su una duplice peculiarità: il primato dell'azione spettacolare a scapito di ciò che costruisce tradizionalmente un movimento (mobilitazione, organizzazione) e un reclutamento vasto e decentralizzato.


All'indomani dell'11 settembre, dell'invasione americana di Afghanistan e Iraq, al-Qaeda si è nuovamente trasformata, divenendo una struttura multinazionale e continuando a svolgere la sua attività di coordinamento del jihad. Ciò ha accresciuto il peso politico dei gruppi radicali islamici in diversi paesi, inclusa l’Europa, e definito lo stadio attuale della strategia di al-Qaeda che indirizza la sua azione contro obiettivi "politici" e si propone come soggetto con ampio potere negoziale in seno alla comunità internazionale. A riprova di ciò, gli attentati di Madrid del 2004 hanno avuto come diretta conseguenza il cambio di governo in Spagna e il ritiro dall'Iraq del contingente spagnolo.


2. Com'è cambiato il mondo dopo l'11 settembre: i diritti umani

Il tramonto delle storiche ragioni geopolitiche e ideologiche della difesa dei territori si scontra con l’invasione di Afghanistan, Iraq e incursioni in Pakistan alla ricerca dei responsabili mossi da motivi identitari e religiosi, non più riconducibili a un singolo Stato ma appartenenti a un unico gruppo.


L’insicurezza della comunità internazionale si riflette proprio nell’impotenza di riuscire a territorializzare la lotta al terrorismo. In tale contesto, ogni singolo individuo, sospettato di terrorismo e non, è stato sottoposto a misure di controllo e limitazione della libertà. In proposito, subito dopo l’11 settembre iniziò un programma di extraordinary renditions: trasferimenti di imputati (c.d High Value Detainees) da una giurisdizione a un’altra o da uno Stato a un altro, affinché fossero detenuti o interrogati. Le responsabilità, ai vari livelli, sono state delineate e, sebbene finora sia stata garantita una quasi totale impunità, sono diverse ormai le testimonianze che riportano torture e trattamenti inumani e degradanti nelle carceri di Afghanistan, Iraq e poi Guantanamo.


Tutt’altro che irrilevanti sono anche le responsabilità europee in questa vicenda: i rapporti (del 2006 e 2007) dello Speciale Rapporteur del Consiglio d'Europa, Dick Marty, e quello dello Speciale Rapporteur del Parlamento europeo, Claudio Fava (2007), hanno descritto nel dettaglio la rete esistente di centri di detenzione (c.d. black sites) tra cui quelli presenti in Lituania, Polonia e Romania, così come il coinvolgimento di altri Stati europei, quali l'Italia, nei rapimenti.


Tali ricostruzioni hanno trovato conferma nelle decisioni della Corte Europea dei Diritti dell'Uomo, con cui sono state condannate Italia nel caso Abu Omar, Macedonia del Nord (allora ancora FYROM) nel caso El-Masri, Lituania, Polonia e Romania nei casi Abu Zubaydah e Al Nashiri. A livello mediatico Julian Assange, Chelsea Manning, Edward Snowden, Daniel Hale e altri whistleblowers sono riusciti a svelare le gravissime violazioni dei diritti umani commesse da Stati Uniti, NATO e paesi occidentali negli ultimi vent’anni. Il programma non avrebbe infatti potuto funzionare senza la complicità dei governi e dei servizi segreti europei che hanno avallato le torture perpetrate, nonostante gli obblighi derivanti dalla tutela dei diritti umani fondamentali.


3. L'11 settembre, il mondo ebraico e Israele

Nessun evento dall’assassinio di Kennedy ha avuto una portata altrettanto fondamentale nella storia americana e mondiale. Da quel giorno gli equilibri geopolitici internazionali sono cambiati e i numerosi collegamenti fra l’11 settembre e il mondo ebraico hanno comportato ripercussioni non solo sugli ebrei americani, ma su Israele, le sue politiche e i suoi rapporti con gli USA.


Il primo impatto è stato sulla comunità ebraica newyorkese: il giornalista Gabe Friedman nell’anniversario del 2015 su “Jewish Telegraphic Agency” ci ricordava che fra gli impiegati dell’affollato World Trade Center trovarono la morte molti ebrei ortodossi e che, dopo gli attacchi, si registrò una crescita dell’antisemitismo da parte dei musulmani americani e un aumento degli attacchi antisemiti. “Era dai tempi di Pearl Harbour che negli Usa non c’era la stessa fratellanza”: la testimonianza, sul “Jerusalem Post, il 12 settembre 2016, di Lou Balcher sottolinea lo stato d’animo di un americano di religione ebraica in quell’anniversario: “quel giorno il mondo non ebraico ha iniziato a capire qui cosa significhi essere un ebreo americano che sostiene Israele e la minaccia del terrorismo che questo Stato subisce e che gli Usa e lui sono minacciati da un pericolo comune.” Pericolo comune che in Bin Laden troverà rappresentazione: nel 2007 proprio il leader di Al Qaeda dichiarava che quanto era successo l’11 settembre era una “conseguenza” dei massacri in Palestina e Libano compiuti “dall’infame alleanza fra Stati Uniti e Israele”.


Col tempo però, si è fatta strada la sensazione in Israele che la coalizione statunitense, con elementi arabi, contro il terrorismo abbia comportato compromessi inaccettabili per Israele e la sua sicurezza. Per colpire il bersaglio, cioè l’Afghanistan in quanto rifugio di Bin Laden, l’America non ha solo costretto il regime pakistano a farsi suo strumento contro i Talebani, ma ha ottenuto l’avallo di Russia, Cina e India. Persino l’Iran sciita, classificato dagli USA come sponsor del terrorismo, esprimeva solidarietà al popolo americano né pareva troppo turbato dai piani di Bush, contro l’odiato rivale sunnita Bin Laden e gli afghani. L’attrito Stati Uniti/Israele è cresciuto, arrivando al culmine nel momento della richiesta di Washington a Tel Aviv di mantenere un basso profilo, fornendo però informazioni di intelligence su Bin Laden.


4. Cosa resta oggi di al-Qaeda?

L'organizzazione terroristica al-Qaeda è riuscita nel corso di vent'anni a creare delle affiliazioni in diverse parti del mondo infiltrandosi nelle insurrezioni locali e sfruttando le instabilità regionali a suo vantaggio: AQIM nel Maghreb, JNIM nel Sahel, Al-Shabaab in Somalia, Al-Nusra in Siria, AQAP in Yemen e AQIS in India. Il ramo iracheno dell’organizzazione, al-Qaeda in Mesopotamia, nato in seguito l'invasione americana dell’Iraq nel 2003, è stato il primo nucleo operativo che ha portato alla nascita dello Stato Islamico di Siria e Iraq (ISIS) da cui al-Qaeda si è distaccata ufficialmente nel 2013. Le due organizzazioni differiscono oggi per obiettivi e modus operandi, gli obiettivi di al-Qaeda sono locali a differenza di Daesh le cui azioni sono tendenzialmente più violente, e sono in competizione in diversi scenari, tra cui l’Afghanistan.


L'uccisione nel 2011 del leader storico di al-Qaeda, Osama Bin Laden per opera di Washington, a cui è succeduto Ayman Al-Zawahiri, morto probabilmente alla fine dello scorso anno per cause naturali, non ha certo ostacolato le azioni del gruppo, che ha dato prova in questi anni di forte resilienza nonché della capacità di ottenere sostegno da parte di comunità locali provenienti da diversi parti del mondo.


«È divenuto chiaro che l'Occidente in generale e l'America in particolare nutrono un inimmaginabile odio verso l'Islam… è l'odio dei crociati. Il terrorismo contro l'America merita di essere premiato perché è una risposta all'ingiustizia, diretta a costringere l'America a fermare il suo supporto ad Israele, che uccide la nostra gente… Noi sosteniamo che la fine degli Stati Uniti è imminente... perché il risveglio della nazione islamica è giunto»


5. La piovra del terrorismo: una minaccia ancora troppo grande

(di Claudia Candelmo e Ornella Ordituro)

Con al-Qaeda, ci si è trovati di fronte a un gruppo terroristico transnazionale: le difficoltà di tracciare i confini entro i quali individuare i suoi militanti è sempre più difficile. Ma al-Qaeda è solo uno dei tanti gruppi armati che, a vent’anni dall’11 settembre, ancora terrorizzano il mondo: una minaccia davvero internazionale, che attraversa le frontiere, anche beneficiando delle moderne tecnologie che facilitano la radicalizzazione ‘a distanza’.


Uno Stato integralmente islamico, partendo dalla Nigeria, ma imponendo la sharia anche in Benin, Camerun, Ciad, Niger e Mali, è l’obiettivo di Boko Haram, per il quale l’educazione non coranica è peccato. Per tale motivo, perpetra crimini e violenze contro le scuole. Tra il 14 e il 15 aprile 2014, 279 studentesse sono state rapite nella scuola di Chibok. La maggior parte di esse risulta ancora scomparsa e la loro sorte rimane sconosciuta.


E la minaccia terroristica non è limitata solo ad alcune aree del pianeta. Daesh ha reso tristemente noto il fenomeno dei c.d. foreign fighters. L’ONU stima a 25mila il numero di combattenti stranieri, con un forte aumento di affiliazioni dall’Europa. Non a caso, gli attentati del 13 novembre 2015 al Bataclan di Parigi (dove perse la vita la nostra connazionale Valeria Solesin) e allo Stade de France – 131 vittime e più di 400 feriti – videro protagonista il trentunenne belga di origini marocchine Salah Abdeslam, contro cui - assieme ad altri 14 imputati - è appena iniziato il maxi processo. Per di più, il recentissimo attacco all’aeroporto di Kabul ci ricorda che, anche se sembra ‘dormiente’, la capacità letale del c.d. Stato Islamico è ancora forte.


Ma i gruppi attivi, nel mondo, sono innumerevoli: basti pensare a Lashkar-e-Taiba, operativo sin dagli anni ’80 specialmente in Pakistan; Abu Sayyaf, nelle Filippine; Jemaah Islamiyah nel Sud-est asiatico. Ancora oggi, nessuna regione del mondo sembra immune.

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