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È il momento di superare il Regolamento di Dublino

Aggiornato il: nov 14

(di Marco D’Amato)

"Adotteremo un approccio umano e umanitario. Salvare vite in mare non è un'opzione. E quei paesi che assolvono i loro doveri giuridici e morali o sono più esposti di altri devono poter contare sulla solidarietà di tutta l'Unione europea... Tutti devono farsi avanti e assumersi la propria responsabilità".


(Discorso della Presidente von der Leyen sullo stato dell'Unione 2020)


Introduzione


Sono anni che si discute, specialmente nel “Bel paese”, della necessità di dover superare i meccanismi del Regolamento di Dublino. Le principali critiche provengono sia dalle agenzie internazionali, sia da ONG, sia dai paesi che in maggior modo subiscono i meccanismi ormai superati che il regolamento propone.

Dalla ricostruzione dei meccanismi attualmente in vigore fino alla proposta della Commissione von der Leyen, in questa analisi si vuole porre l’accento su un problema storico che purtroppo vede un maggior dibattito solamente a seguito di gravi incidenti, come avvenuto nel recente caso dei campi profughi di Moria.


1. Come funziona il sistema di rimpatri europeo


La Convenzione di Dublino, firmata nella capitale irlandese il 15 giugno 1990 da dodici stati[1], è entrata in vigore il 1° settembre 1997 ed ha introdotto, all’articolo 3, il criterio per la quale “Gli Stati membri si impegnano affinché la domanda di asilo di qualsiasi straniero, presentata alla frontiera o nel rispettivo territorio sia esaminata.”. In questo modo, i paesi di primo approdo si prendono carico dell’intero iter riguardante la richiesta di asilo dello straniero[2], con l’eccezione prevista dal successivo articolo 4 che prevede la facoltà di un diverso Stato membro di poter prendere in esame una domanda di asilo presentatagli da uno straniero, previo consenso di quest’ultimo.


Fig 1. Richiedenti asilo nell’UE nel 2019 (fonte: Asylum and managed migration statics 2020)

La Convenzione, nel corso degli anni, ha subito diverse modifiche. La prima nel 2003 con il Regolamento di Dublino II, che divenne obbligatoria per tutti gli stati membri[3] dell’UE e sostanzialmente ribadisce il principio della competenza del primo paese di approdo e, nel 2014, con il Regolamento di Dublino III che rappresenta l’attuale “Sistema Dublino”. Rispetto alla precedente versione, il nuovo regolamento introdusse maggiori garanzie e tutele verso i minori, ampliandone ad esempio i termini per il ricongiungimento familiare.

Il “Sistema Dublino” prevede la registrazione del richiedente asilo nel sistema Eurodac, database con i dati e impronte digitali dei richiedenti. Successivamente le autorità nazionali, in base alla legislazione nazionale e internazionale, decidono se vi siano gli estremi per il riconoscimento dello status di rifugiato, protezione sussidiaria o altro titolo valido di permanenza. In caso negativo si procede all’espulsione o rimpatrio della persona.

Le critiche che sono accorse a questo sistema riguardano essenzialmente tre punti: l’inadeguatezza delle tempistiche per la protezione ai richiedenti asilo, che comportano l’attesa di diversi anni affinché venga esaminata la propria richiesta; non tiene conto in maniera sufficientemente adeguata dei ricongiungimenti familiari[4] e sottopone i paesi frontalieri ad uno sforzo logistico smisurato, aggravatosi nei numeri a seguito dell’accordo UE-Turchia del 2016[5].


2. Il “Nuovo patto sulla migrazione e l’asilo”


Dopo i tentativi di riforma del 2017, bloccato dal Consiglio dell’Unione Europea, e la proposta bulgara del 2018, respinta questa volta dai paesi di frontiera, siamo giunti ad un nuovo tentativo di riforma del Regolamento di Dublino III.

Il 23 settembre scorso, la presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen ha esposto la proposta che ambisce a superare i problemi sopra citati. La proposta è avvenuta esattamente dieci giorni dopo il devastante incendio che ha completamente distrutto il campo di Moria, nell’isola di Lesbo. Da anni questo campo per migranti era al centro dell’attenzione per via delle condizioni precarie, causate dal sovraffollamento, potendo contare quasi 13 mila persone, quattro volte tanto la capienza massima prevista. Situazione che negli ultimi mesi si era andata ad esasperare a seguito delle criticità occorse a causa della pandemia di Covid-19.

Questo episodio ha portato alla proposta della Commissione, dal titolo “Un nuovo patto sulla migrazione e l’asilo”, che prevede uno sforzo comunitario nella gestione dei ricollocamenti e rimpatri, alleggerendo così il carico ai paesi di frontiera, assegnando a ciascun Paese membro una quota di richiedenti asilo calcolata per il 50% in base al PIL e per il restante 50% in base alla popolazione. Le possibili modalità attraverso cui uno Stato potrà gestire la quota di richiedenti asilo sono tre:


  • Gestire la domanda del richiedente nel proprio territorio;

  • Sponsorizzare le pratiche di rimpatrio attraverso accordi bilaterali con i paesi di appartenenza;

  • Supporto, attraverso personale o economico, nella gestione dell’immigrazione ad altri paesi.

Ulteriori novità di questo progetto riguarderebbero anche la procedura di identificazione dei richiedenti asilo, che ora prevederebbero anche i “controlli sanitari e di sicurezza” entro cinque giorni dall’arrivo.

Fig 2. Fonte Commissione europea

3. Critiche e punti deboli


Trasversali sono le critiche che sono arrivate a seguito di questo nuovo piano. Chi ritiene che il meccanismo della redistribuzione sia un fallimento come i paesi del gruppo di Visegrad[6] e l’Austria[7], dove il cancelliere Sebastian Kurz, in una recente intervista, ha ribadito come la soluzione ottimale risiederebbe in un sistema di difesa delle frontiere esterne, lotta ai trafficanti e aiuti ai paesi di provenienza.

D’altra parte, critiche sono arrivate anche da esponenti dei Socialisti e Democratici quali, ad esempio, Pietro Bartolo che ha attaccato la visione del progetto volta più ad un lavoro di rimpatrio dei richiedenti asilo, piuttosto che a favorire un “sistema solidale e giusto, in grado di rafforzare il diritto di asilo e garantire il pieno rispetto dei diritti fondamentali dei richiedenti”. Critiche analoghe provengono anche dalla Sinistra Unita Gue e dai Verdi.


Perplessità sono esposte anche dall’euro deputata socialista maltese Miriam Dalli che, in una recente intervista per Euronews, ha esposto il suo scetticismo su una effettiva attuazione del piano, auspicando un ulteriore alleggerimento della pressione sugli Stati membri che si trovano alle frontiere.

4. Conclusioni


La Commissione von der Leyen si ritrova sicuramente in un momento molto delicato. In nemmeno un anno dal suo insediamento ha dovuto affrontare una crisi economica che ha colpito l’intera area europea, a seguito della pandemia di Covid-19, predisponendo un piano di finanziamenti mai prima sperimentato, come lo è il Next Generation EU. Inoltre, la questione Brexit si arricchisce, di giorno in giorno, di nuovi avvincenti colpi di scena sin da quando il 23 giugno 2016 i britannici si sono espressi in tal senso, tanto da temere per una “Hard Brexit” dagli effetti disastrosi per entrambe le parti. In questo contesto, la proposta di Ursula von der Leyen per la situazione del Mediterraneo è sicuramente un tentativo di responsabilizzare la coscienza europea verso una più forte, ed effettiva, solidarietà europea in una delle peggiori crisi umanitarie dell’ultimo decennio.

Il compromesso, che si basa su una realtà difficilmente mutabile nel breve periodo, tenta di trovare quel punto di raccordo tra i paesi più colpiti dai flussi migratori (Italia, Grecia, Spagna) e paesi che hanno una visione più “difensiva” dei propri confini (Visegrad) e che mal digeriscono una imposizione nell’accoglienza di richiedenti asilo. Seguendo l’iter legislativo la proposta passerà alla discussione in seno al Parlamento europeo, dove le critiche pervenute non hanno colore politico definito e, successivamente, il testo sarà sottoposto al Consiglio[8]. In questi passaggi probabilmente alcune parti verranno ritoccate, bilanciando di volta in volta le due posizioni appena osservate. La speranza è che, alla conclusione di tale processo, si vada a superare un meccanismo ormai datato, come quello di Dublino, che mal si adatta agli ormai consolidati flussi migratori, destinati probabilmente ad aumentare nel corso dei prossimi anni.


(scarica l'analisi in pdf)

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Fonti


Il limite del “Sistema Dublino” nella gestione dei migranti di Fabio Tumminello (https://www.iusinitinere.it/il-limite-del-sistema-dublino-nella-gestione-dei-migranti-23061#_ftn4)


https://ec.europa.eu/info/index_it


Note

[1] Belgio, Danimarca, Francia, Germania, Grecia, Irlanda, Italia, Lussemburgo, Paesi Bassi, Portogallo, Spagna e Regno Unito [2] In base alla definizione della convenzione si indica con il termine “straniero” chi non è cittadino di uno Stato membro. [3] Ad eccezione della Danimarca che negoziò un meccanismo di esclusione [4] Per un maggiore approfondimento sull’argomento suggerisco il saggio “L’interesse superiore del minore al ricongiungimento familiare tra sovranità statale e regolamento Dublino III” della dott.ssa M. Castiglione [5] Sull’argomento si rimanda alle analisi di L. Limone “Conseguenze dell’"Accordo UE-Turchia sulla" gestione dei flussi migratori nel Mediterraneo orientale” e di S. Pellegrini “UE, Turchia e migranti per il Centro studi AMIStaDeS

[6] https://euobserver.com/justice/149537 [7] https://www.france24.com/en/20200922-eu-asylum-seeker-distribution-won-t-work-austria-s-kurz [8] In base alle tempistiche indicate dalla Commissione nella tabella di marcia per l'attuazione del nuovo patto sulla migrazione e l'asilo

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