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La scommessa della Russia in Mali: PMC e la Nuova Corsa per l'Africa

1. Introduzione


L'ultima dichiarazione del Presidente della Francia, Emmanuel Macron, di ritirare le forze militari nazionali dai confini territoriali di Bamako ha destato le preoccupazioni di numerosi attori internazionali circa le future evoluzioni politiche e strategiche all’interno del perimetro occidentale del Sahel. Queste fondate inquietudini, che spaziano dall'impegno tattico a deliberazioni politiche più complesse, circoscrivono il vuoto di potere generato dall'assenza di Parigi sia in merito a ripercussioni di carattere regionale che internazionale. Evidenze circostanziali che, senza alcun dubbio, influiranno in maniera determinante sul precario equilibrio di potere all’interno di un'arena internazionale sempre più tesa e agitata dagli ultimi sviluppi in Ucraina. Il recentissimo ingaggio di mercenari del Gruppo Wagner da parte del colonnello Assimi Goïta è stato accolto dai sostenitori della giunta militare come una dichiarazione di indipendenza di Bamako, contrariamente a quanto sostenuto da molti interlocutori occidentali che contestano la scelta sulle basi di un precedente politico di infiltrazione russa nella regione. Un’accettazione che provocherebbe, difatti, una grave espansione delle aree di influenza di Mosca al di fuori della vicina e fieramente contesa area mediterranea. Tuttavia, prima di analizzare tutte le situazioni in gioco, urge un breve riassunto esplicativo dell'assetto territoriale e politico del Mali che potrebbe aiutarci a comprendere meglio sia le problematiche legate alle vicende più attuali sia gli impedimenti materiali circa le evoluzioni più plausibili e future.


2. Un peuple, un but, une foi


Un popolo, un obiettivo, una fede. Per quanto riecheggi con orgoglio attraverso parole concise e distinte, il motto nazionale della Repubblica del Mali mostra, in realtà, le tipiche carenze strutturali di una nazione dell'Africa occidentale e le sue difficoltà genetiche nel mantenere un certo grado di unità politica, pubblica e religiosa tra i suoi pari e le sue diverse comunità. Conquistata e modellata da Parigi nel quadro della Corsa per l'Africa nel tardo XIX secolo, per collegare i possedimenti algerini alle rive assolate della Mauritania, e persa successivamente il 22 settembre 1960 (data in cui l'attuale Repubblica del Senegal si separò definitivamente dalla Federazione del Mali), la Repubblica del Mali conta un totale di all'incirca otto gruppi etnici con relativi idiomi (qui in ordine di proporzione: Mande, Bambara, Malinke, Sarakole, Peul/Fulani, Voltaic, Songhai e Tuareg), distribuiti all’interno di tre distinti “panieri” religiosi (islamico, il predominante, animista e cristiano). Dopo aver affrontato 50 anni di colpi di stato militari e disordini civili, soprattutto a causa di dispute territoriali e idriche tra le comunità del Mopti, con le elezioni presidenziali del 2013 il paese sembrava essersi finalmente raccolto attorno all’acceso e vispo focolaio di uno spirito più democratico e liberale. Un accorato gesto di cambiamento da essere riconfermato, nel 2018, con la rielezione del presidente Ibrahim Boubacar Keïta, rappresentante politico di centro-sinistra del partito Rally for Mali (RPM). Tuttavia, il 18 agosto 2020, dopo soli due anni di rinnovo di mandato, il presidente Keïta è stato deposto da capi sovversivi delle forze armate del Mali che hanno interrotto, senza alcun tipo di riserbo, il sogno breve della neonata transizione pacifica nazionale.

Figura 1- Protesta in Mali - Fonte: BBC

3. La nazione più ricca e promettente del deserto


Dal punto di vista dell'Indice di Sviluppo Umano (ISU), la Repubblica del Mali è la seconda popolazione più giovane al mondo con un'età intermedia di 15,8 e un tasso medio di mortalità di 59 anni. Il tasso di disoccupazione giovanile ammonta al 16,6% e il tasso di indigenza nazionale di persone che vivono al di sotto del salario minimo è del 41,9%. Tutti questi indicatori che mettono in evidenza il rapporto promettente, ma poco performante, delle future generazioni maliane sono strettamente vincolati all'ondata di fenomeni di estremismo violento che devastano le zone del nord e che prendono di mira le città di Gao, Timbuktu e Kidal. Questi epicentri di instabilità sono caratterizzati da un'insicurezza umana acuta, spesso manifestata attraverso alti tassi di rapine a mano armata, scorrerie violente di milizie etno-religiose, rapimenti e accesi conflitti tra gruppi. A fronte di scarse prospettive di vita, molti giovani preferiscono arruolarsi nei ranghi dei combattenti, optando dunque per una mera scelta utilitaristica e generando un effetto domino che frena le opportunità di cambiamento e trasformazione. Dal punto di vista delle risorse naturali, il Mali è il quarto produttore di oro dell'intero continente e anche se alcuni contratti di estrazione, come petrolio e gas, sono pubblici, ad oggi non esiste una politica governativa di trasparenza. Ciò significa che le licenze per le estrazioni sono assegnate in base al principio "chi prima arriva meglio alloggia". Un'emorragia profonda nell'infrastruttura economica del Mali che tollera l'infiltrazione non regolamentata di concorrenti internazionali, i quali, oltre alla competenza tecnica nel campo minerario, ingaggiano svariate società di sicurezza private (PSC) per sorvegliare e proteggere le sedi delle imprese. A seconda della gravità dei rischi incombenti, molte PSC possono trasformarsi facilmente in compagnie militari private (PMC) se richieste maggiori conoscenze tattiche al fine di mantenere il regolare funzionamento della macchina economica.

Figura 2- Minatori artigianali - Fonte: MOISESFOCUS

4. L’ombrello francese


Accolti calorosamente nel 2013 per contrastare la rivolta dei mercenari Tuareg nel nord e le operazioni di Al-Mourabitoun nel deserto del Gao (Operazione Barkhane), i quasi 5.000 soldati francesi, con la loro improvvisa partenza, hanno lasciato dietro di sé nove anni di feroci combattimenti e di strenuo contenimento tra le dune del Sahara occidentale contro gruppi incontrastati di jihadisti e di milizie armate locali. Anche se le operazioni militari francesi non hanno mai smesso di tenere testa ai pressanti successi della guerriglia, grazie soprattutto all’aiuto di droni e strumenti di ricognizione hi-tech, la presenza di truppe straniere su suolo maliano è sempre stata percepita dalle comunità locali come una problematica di duplice entità, che aggravava, in modo coatto e considerevole, un malessere nazionale preesistente. Da un lato, dal 2012 ad oggi, il numero complessivo di attacchi terroristici e di vittime è aumentato con costanza, con un picco raggiunto nel 2021, come riportano fedelmente i dati ACLED.


Dall'altro, le accese discussioni tra il governo francese e la giunta militare hanno azzerato ogni possibilità di ricostruzione democratica dopo il secondo rovesciamento di un governo civile in soli otto anni di mandato. Tale esito alquanto paradossale, circa il pieno fallimento strategico di una missione di supporto internazionale, può essere in realtà motivato dal crescente risentimento locale verso le "forze straniere occupanti" e alla campagna di reclutamento super efficace di nuovi e meglio organizzati gruppi terroristici, ossia lo Stato Islamico nel Grande Sahara (SIGS) e l'affiliato di al-Qaeda, Jamaat Nusrat al-Islam wal-Muslimin (JNIM). Questa rete di militanti islamici, ben strutturata e mobilitata, nel corso degli ultimi anni si è regolarmente espansa su altri paesi confinanti, come il Burkina Faso e il Niger, compiendo incursioni impunite dalle impenetrabili roccaforti dell’entroterra desertico.


5. PMC nel Continente Nero


Sin dalla Seconda guerra mondiale, il settore militare e la produzione industrializzata di armamenti sono progressivamente passati dall’esclusivo dominio pubblico a quello privato. Dopo il costo disumano derivato dalla massiccia mobilitazione di uomini e il rapido sviluppo tecnologico in materia di precisione e potenziale di annientamento dei mezzi, i governi hanno progressivamente fatto affidamento sull’impiego di gruppi di combattenti professionisti per svolgere operazioni tempestive e precise al fine di evitare inutili pericoli o di prevenire l'escalation di potenziali conflitti. Sul suolo africano, l'uso diffuso di compagnie mercenarie e PMC è una consuetudine di lunga durata che risale alla Crisi del Congo (1960-65), quando compagnie olandesi, irlandesi, rhodesiane e sudafricane erano costantemente ingaggiate per compiere azioni di infiltrazione in aree insicure e stanare così i combattenti nemici senza danni collaterali. Dopo quasi 60 anni, ben poco è cambiato rispetto ad allora e con le insuperabili condizioni asimmetriche dell'odierna Guerra al Terrore, l'efficacia tattica delle PMC è aumentata considerevolmente in valore. Il Gruppo Wagner, amministrato da Yevgeny Viktorovich Prigozhin, soprannominato lo "Chef" di Vladimir Vladimirovič Putin, è solo un altro tassello da aggiungere in questo intricato puzzle su elaborazione mondiale. Composto principalmente da personale russo, nei suoi registri il gruppo conta vari schieramenti internazionali che riflettono i diversi interessi dell'agenda estera di Mosca. Libia, Siria, Ucraina (conflitto del Donbass), Repubblica Centrafricana e Mali sono solo alcuni esempi dei loro rari e documentati movimenti.

Figura 3 - Simulazione arresto da parte di PMC- Fonte: KCL GPRIS

6. L’inverno russo si abbatte sull’Equatore


Il ricorso alle PMC come pedine per la concretizzazione dei piani della "Nuova Corsa per l'Africa" è senz'ombra di dubbio la strategia predominante della macchina russa, ormai sempre in più rapida espansione sul continente. Per comprendere la politica invasiva di Mosca, condotta fin ad ora in modo proporzionale a quella di altri concorrenti mondiali, occorre pertanto spostare l'attenzione sull'impatto del Cremlino in termini di sostegno militare alle operazioni commerciali e soprattutto alle amministrazioni locali. Totalmente esente da sensi di colpa post-coloniali e dal derivato debito morale nei confronti delle comunità africane, la Russia sta lentamente acquisendo un vantaggio significativo nell'assicurarsi proficui accordi all’interno del perimetro saheliano, fornendo garanzie strategiche disattese in prima battuta dai precedenti partner europei e statunitensi.


Nell'ottobre 2019, a Sochi si è tenuto il primo vertice Russia-Africa in assoluto, dove più di 3.000 delegati di cinquantaquattro paesi hanno partecipato a incontri e discussioni private. Durante il vertice, l'Istituto Russo di Ricerca Geologica (VSEGEI) ha firmato accordi con il Sud Sudan, il Ruanda e la Guinea per effettuare ricerche di riserve di carbonio nei rispettivi territori, con ulteriori progettazioni relative a oro, uranio, diamanti e ferro in Namibia. Inoltre, la più grande compagnia petrolifera russa, Rosneft, ha dichiarato che si sta dedicando all'esplorazione petrolifera offshore in Mozambico. Tutti proficui accordi commerciali anticipati, sostenuti e strettamente monitorati da regolari coinvolgimenti di PMC. Un pacchetto onnicomprensivo che rassicura sia gli interessi delle classi dirigenti locali che quelli degli appaltatori internazionali.


7. Conclusione


Secondo la concezione classica, la riconfigurazione delle sfere d'influenza all'interno di un sistema politico è un fenomeno revanscista che sorge in ogni epoca storica e in ogni suo frangente. Che si tratti della ridefinizione delle regole o della spartizione di una risorsa, il cambiamento all'interno del sistema avviene in ogni circostanza e sempre con la formazione di squadre opposte. Contendenti. Nel nostro presente storico, questo processo di invalidamento è dominato dagli esclusi, ovvero dai regimi autoritari come la Turchia, la Russia e la Cina, che ritengono che i presupposti per lo sfruttamento dell'Africa debbano essere allargati ad altri partecipanti e includere i loro guadagni al pari di quelli di altri beneficiari. Finora, la debole amministrazione di molte nazioni saheliane e lo sfruttamento imposto delle loro preziose risorse naturali hanno attirato le preferenze di molti attori internazionali. Governi potenti provvisti di una notevole "potenza di fuoco" e di una brutale capacità militare in grado di avanzare in profondità in territori ostili, nonostante l’accesa resistenza armata di milizie irregolari. La penetrazione violenta della Russia in Mali non differisce da quella di altre, per quanto più appariscente e pubblicizzata sia a causa degli eventi contemporanei in altri teatri di guerra. Quello che deve preoccupare, tuttavia, è che la sua indiretta partecipazione aggiunge un giocatore imprevedibile al tavolo delle trattative nel continente, condizione che potrebbe seriamente ledere il futuro già incerto del popolo di Mansa Musa.


(scarica l'analisi)


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Bibliografia/Sitografia

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